Libri nel pallone, Franco Causio e Marco Tardelli in libreria con storie di calcio e di vita

C'è tanta Juventus nell'incontro tenutosi a Pietrasanta nel corso di "Anteprime" con protagonisti i due campioni del mondo di calcio nel 1982
Libri nel pallone, Franco Causio e Marco Tardelli in libreria con storie di calcio e di vita

PIETRASANTA – Il Festival di Anteprime è iniziato sotto il segno del calcio con il duo Marco Tardelli e Franco Causio, che portano sul palco di Pietrasanta 11 scudetti, due coppe UEFA, 1 Coppa dei Campioni, ma soprattutto quella Coppa del Mondo spagnola del 1982 che ha segnato una generazione di appassionati di calcio. Una Coppa di cui Tardelli divento l’icona con quell’urlo nella finale dopo il 2 a 0 con la Germania Ovest che è nella memoria di tutti. Si parla di calcio, ma anche di due libri: quello di Franco Causio ‘Vincere è l’unica cosa che conta‘ scritto con il giornalista Italo Cucci e quello di Marco Tardelli ‘Tutto o niente‘ scritto con la figlia Sara. C’è tanta Juventus nell’incontro anche perché il titolo del libro di Causio è tratto da una frase di Gianpiero Boniperti storico presidente della squadra bianconera. Due giocatori diversi, Causio più anziano di cinque anni di Tardelli, l’uno più elegante tanto da meritare il soprannome di Barone, l’altro più irruente, travolgente fisicamente, l’uno innamorato di Gianni Rivera, l’altro di Gigi Riva, due modi di vedere il calcio.

 
Qual’è la maglia a cui vi sentite più legati?
Causio: Certamente quella Nazionale. Io ho vissuto una epoca di transizione dopo il mondiale del 1970 ai tempi della staffetta Rivera/ Mazzola che infiammava il dibattito tra i tifosi perché entrambi volevano giocare da mezze punte e non volevano giocare all’ala più defilati. Io dovevo sostituire uno dei due e la responsabilità era molto grande. Nel 1974 arrivammo ai mondiali di Germania dopo aver battuto BRASILE, Germania nelle amichevoli e invece fu un flop assoluto e non superammo neppure la prima fase. Allora iniziò il rinnovamento nella squadra e si gettarono le basi per l’arrivo di Bearzot e poi per il mondiale del 1982.
Tardelli: condivido perché la Nazionale unisce tutti, almeno una volta. Qualche giorno fa ho visto una partita di campionato in cui undici stranieri affrontavano altri undici stranieri. Gli unici italiani erano gli arbitri. Ci sono i giocatori bravi in Italia, ma prendere un giocatore pronto all’estero costa meno che coltivare un ragazzo. Poi i risultati sono quelli che sono. La Nazionale per noi era la casa di tutti: andavamo all’estero e incontravamo i nostri connazionali e interpretavamo il loro senso di rivalsa in Paesi dove loro vivevano da emigrati. Quando si chiuse all’arrivo degli stranieri si costruirono  nazionali vincenti. Adesso le leggi sono diversi, ma si dovrebbe trovare una soluzione.

 

Chi era Bearzot?
Causio: quando arrivai in prova alle giovanili del Torino mi fece una relazione positiva, ma alla fine mi scartarono perché ero un gracile fisicamente e poi arrivai alla Juve dove avrei voluto chiudere la carriera. Poi dovetti andare e andai ad Udine e poi all’Inter. Quando la Juventus mi mandò via, il primo a chiamarmi fu lui. Ero l’unico che poteva tenere capelli lunghi e baffi perché ero amico dell’avvocato Agnelli. Bearzot lo ritrovai alla Nazionale e trovai un allenatore capace di parlare con i giocatori, anche criticarli, ma sapeva instaurare un dialogo e nelle scelte dei giocatori preferiva il gruppo ai singoli che potevano romperlo.
Tardelli: era un grande uomo che nella notte spesso parlava con i giocatori come me che non riuscivano a dormire. Ai mondiali difese il gruppo che era la cosa più importante inventando una cosa mai vista come il silenzio stampa. Forse per far parlare Zoff che era il capitano e non parlava mai. Un potenziale Bearzot? Direi Allegri che ha fatto un grande lavoro quest’anno, rimontando e vincendo alla grande il campionato, gestendo lo spogliatoio. È stata brava la società ad attendere prima di dare un giudizio, quando le cose non andavano bene.
I due azzurri si dilungano su episodi che il pubblico apprezza e che nei loro libri sono raccontati dalla parte dei protagonisti.

 
Michele Morabito

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