LIBRI - L'intervista al professore Giuseppe Lupo in onccasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

Giuseppe Lupo, ”L’italiano tra 100 anni sarà una lingua completamente diversa rispetto ad oggi”

''Dobbiamo entrare nell’ottica che l’italiano sta cambiando''. Se in un messaggio o in un articolo di giornale trovaste il ''che'' scritto con la ''k'', quale sarebbe la vostra reazione? Secondo il professore Giuseppe Lupo dobbiamo cominciare ad accettare il nuovo...

In occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, avviamo intervistato Giuseppe Lupo, professore di lettere e filosofia presso l’Università Cattolica di Milano. In che stato è la lingua italiana oggi?

MILANO – ”Dobbiamo entrare nell’ottica che l’italiano sta cambiando”. Se in un messaggio o in un articolo di giornale trovaste il ”che” scritto con la ”k”, quale sarebbe la vostra reazione? Secondo il professore Giuseppe Lupo dobbiamo cominciare ad accettare il nuovo italiano elettronico, quello nato con i nuovi mezzi di comunicazione. L’Italiano si sta evolvendo perché è una lingua viva e noi dobbiamo sapere dare il giusto valore all’italiano. Ecco cosa ci ha spiegato in questa intervista.

Ieri è iniziata la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Secondo lei, in che stato è l’italiano?

Noi ci troviamo in una posizione subalterna, usiamo questo aggettivo.  E’ una lingua che va sempre più diventando una lingua di periferia, rispetto a come poteva esserlo diversi secoli fa. Oggi le lingue si impongono non più soltanto sull’aspetto culturale, ma anche, e soprattutto, commerciale ed economico.  In questo senso la nostra lingua viene un po’ messa da parte. Si parla poco all’estero di italiano, in italiano. Ma gli stranieri però riconoscono alla lingua italiana una certa priorità: considerano l’italiano una lingua da conoscere, soprattutto dal punto di vista culturale. Noi dovremmo essere più consapevoli delle potenzialità e del valore della nostra lingua.

 

Giuseppe Antonelli ha scritto un libro molto interessante “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce”, sostenendo che l’italiano non è morto, anzi, è in continua evoluzione. Che ne pensa, è d’accordo?

Certo, sono assolutamente d’accordo. Le lingue non muoiono mai, ma si trasformano. Come Antonelli credo che oramai esista un italiano elettronico nato grazie ai nuovi strumenti di comunicazione. Deve essere così, guai se le lingue non si evolvono più. Dobbiamo anche rassegnarci all’idea che tra 100 anni l’italiano non sarà più quello che siamo abituati a considerare.

 

Parlando appunto di nuovi sistemi di comunicazione. Secondo un nostro sondaggio, gli italiani hanno ancora grandi problemi in grammatica. In particolare con l’uso dell’apostrofo, dell’h e del condizionale. Di chi è la colpa secondo lei? Di social network, twitter, e smartphone?

Da un lato sì, sicuramente. Ma dall’altro bisogna anche fare appello al grado di istruzione che uno ha. Però secondo me non dobbiamo più scandalizzarci più di tanto. Noi arriveremo un domani a pensare che il “che” sia corretto anche scritto nella sua versione più moderna, e cioè “ke”.

 

Anche lei nel suo ultimo libro “Atlante immaginario” (Marsilio) dedica alcuni capitoli alla lingua italiana: qual è il suo punto di vista e il suo approccio a questo tema?

Io parlo di una lingua che si usa quando si scrivono libri. Secondo me gli scrittori non vivono una geografia, ma vivono una lingua, abitano dentro una lingua. L’idea di Nazione italiana, per tornare a 150 anni fa,  è qualche cosa che prima di avvenire politicamente è avvenuta attraverso il sogno degli scrittori. Gli scrittori vivevano in una Nazione che esisteva dal punto di vista letterario. E’ una lingua che viene dalla tradizione, da quell’humus dove gli scrittori poggiano i piedi. Per cui dobbiamo pensare anche a un mescolarsi delle lingue, delle tradizione, dei dialetti.

 

23 ottobre 2014

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