Beatrice Masini, ”Nel mio libro protagonisti sono i sentimenti, troppo complessi per essere classificati”

''I sentimenti umani sono troppo complessi per conoscere classificazioni'': è questo il grande insegnamento che apprenderà Bianca, la protagonista di ''Tentativi di botanica degli affetti''. Il nuovo romanzo di Beatrice Masini è incentrato sulla storia di una giovane donna sola, abbandonata dai genitori da bambina, che deve imparare a vivere contando solo sulle sue forze...
L’autrice presenta il suo ultimo libro, “Tentativi di botanica degli affetti”
 

MILANO – “I sentimenti umani sono troppo complessi per conoscere classificazioni”: è questo il grande insegnamento che apprenderà Bianca, la protagonista di “Tentativi di botanica degli affetti”. Il nuovo romanzo di Beatrice Masini è incentrato sulla storia di una giovane donna sola, abbandonata dai genitori da bambina, che deve imparare a vivere contando solo sulle sue forze. Abile acquarellista, un giorno Bianca viene chiamata da don Titta, famoso poeta con l’estro dell’agricoltura sperimentale, a ritrarre i fiori e le piante presenti nel parco della sua villa. Qui Bianca conosce Pia, servetta molto educata e di grande intelligenza, che nella casa gode di insoliti privilegi. Si convince allora che la famiglia nasconda riguardo alle origini di Pia un segreto.

Com’è venuta l’idea di questo libro? Può raccontarci il percorso di composizione?
Sono due i nuclei fondamentali che si sono intrecciati nella storia. Uno è l’ambientazione: da piccola vivevo a Brusuglio, dove c’è Villa Manzoni, luogo bello e misterioso, non aperto al pubblico. Si vede la facciata, si intuisce il parco, ma solo in occasioni rarissime lo si può visitare. È un luogo su cui fantasticare, perfetto per ambientarci una storia. Essendo stato un luogo particolarmente vivo nell’Ottocento è venuto naturale ambientare il romanzo in quei tempi. L’altro nucleo è il tema dei bambini abbandonati, lasciati alle cure della città. Questo era un argomento su cui sapevo molto poco. Ero convinta che i bambini senza genitori crescessero e studiassero tutti negli orfanotrofi, invece c’era un’istituzione parallela, il brefotrofio, che raccoglieva i bambini abbandonati e li dava in affido a delle famiglie. I veri genitori, una volta superato il momento di difficoltà in cui si trovavano, avevano facoltà di riprendersi i figli. Per questo le madri di solito lasciavano un segno di riconoscimento nei vestitini del loro bambino, in modo da rendere più facile il ricongiungimento – poteva essere una metà di una medaglietta, di una carta o di un santino spezzati in due, di cui loro conservavano l’altra metà. Io ho scoperto tutte queste cose documentandomi negli archivi del brefotrofio di Milano, dove in grandi faldoni sono conservati tutti questi oggetti e testimonianze. Addirittura questa istituzione era così utilizzata che i conti finirono con l’andare in rosso. Tutto questo si è fuso nella storia della protagonista, una ragazza di vent’anni con un grande talento per il disegno, sola al mondo e dunque obbligata a fare di questa sua dote un mezzo di sopravvivenza.

Il tema dell’origine famigliare ignota è un tema topico della letteratura, che si lega in maniera forte a quello della ricerca dell’identità. Come interpreta questo tema nel suo libro?

In maniera duplice. Da un lato Bianca, la protagonista, più che cercare la sua identità la deve proprio costruire. Non si chiama Bianca a caso, il nome ha un valore metaforico: la sua vita è come un foglio bianco su cui disegnare. Essendo una donna sola, in un mondo in cui per le donne non c’è molto spazio, deve ricorrere unicamente alle sue forze per diventare autonoma. Ovviamente non sarà facilissimo per lei inserirsi nella società, e soprattutto non sarà facile inserirsi nella cornice di questa famiglia presso cui viene chiamata a lavorare, una famiglia complicata, in cui ci sono tanti legami segreti, come fili nascosti in cui si rischia di inciampare. D’altro lato, il tema della ricerca dell’identità – non la propria, ma quella altrui – compare quando Bianca scopre che nella casa vive una servetta, Pia, che gode di privilegi non normali per una domestica. Bianca inizia allora a indagare sulle origini di questa ragazzina che era stata abbandonata in fasce, e da una serie di indizi si convince di aver risolto il caso. In questa indagine, è come se la protagonista fosse accesa dal desiderio di rimettere Pia al suo posto nel mondo. Da una parte quindi è lei che deve cercare un suo spazio nella realtà in cui vive, dall’altra vuole aiutare la sua protetta a fare altrettanto. È chiaro che le due cose non sono semplici, primo perché collidono con situazioni prestabilite e consolidate, e poi perché non tutti vogliono essere guidati. Pia è una ragazzina intelligente, ma si accontenta della felicità che ha avuto in sorte: non ha il desiderio di riabbracciare i genitori che l’hanno abbandonata.

Bianca è un’acquarellista, don Titta un poeta. Cos’è per ciascuno di loro la creazione artistica?

Per Bianca è l’espressione di una capacità molto naturale, che lei ha coltivato fin da ragazzina. Non si è mai interrogata però sulla potenza di questa capacità espressiva. La resa dei conti con se stessa viene quando a un certo punto, d’inverno, sconfortata perché non può ritrarre i suoi fiori, scopre la nuova tecnica del bianco e nero. Trova così una sua strada espressiva, meno leziosa ma più personale, che la rende più forte. Don Titta invece è un poeta acclamato, che però non si accontenta dei risultati che ha già ottenuto e vuole misurarsi con qualcosa di nuovo: un romanzo storico. La missione di scrivere, di rinnovare la propria musa, è per lui così importante da rendere altalenante la sua presenza in famiglia. Spesso si isola nella sua torre d’avorio e si dedica solo alle sue cure artistiche.

Da dove arriva la metafora del mondo vegetale che risuona nel titolo: come mai i sentimenti vengono accostati alle piante?
È naturale per Bianca passare da una realtà all’altra. Lei tutto sommato sa poco del mondo. E visto che dietro la classificazione delle piante e dei fiori da lei ritratti, che sono la realtà che conosce meglio, c’è una scienza esatta, lei pensa di poter applicare questa scienza per comprendere anche i sentimenti. Ed è qui che si sbaglia: dovrà imparare che i sentimenti delle persone sono troppo complessi per conoscere classificazioni.

2 marzo 2013

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