Intervista a Igiaba Scego

Igiaba Scego, “Schiavitù e razzismo non sono mai spariti, ma si sono evoluti”

L'autrice de "La linea del colore" parla di come il problema legato a razzismo e discriminazione non finisca mai, e gli episodi si ripetono ciclicamente all'estero come in Italia
Igiaba Scego, "Schiavitù e razzismo non sono mai spariti, ma si sono evoluti"

Occorre far sì che le nostre società non siano solamente bianche. Fare in modo che tutte le presenze transculturali entrino in tutte le parti della società e nei luoghi dove si crea il Paese. E’ questa la ricetta per combattere razzismo e discriminazioni secondo Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala, autrice de “La linea del colore“, un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente. 

Cos’è la “linea del colore” che dà il nome al libro?

La linea del colore viene da una frase di William Edward Burghardt Du Bois, scienziato sociale e studioso statunitense molto attivo per i diritti degli afroamericani. Lui disse una frase rimasta scolpita nel cuore di tutti noi. “La questione centrale del XX secolo sarà la questione della linea del colore. Si vedrà fino a che punto le differenze di razza, che si notano soprattutto con il colore della pelle, verranno utilizzate come ragione per negare alla maggior parte della popolazione mondiale il diritto di fruire pienamente delle opportunità e dei privilegi che la civiltà moderna porta con sé.” Nel XXI secolo siamo nella stessa situazione. La linea del colore è quella che lacera, tormenta. Però la mia protagonista cerca di non farsi segnare da questa barriera, trasformandola nella linea pittorica, quella della sua arte. E’ una linea che non divide più, ma unisce grazie all’arte.

 

Ci sono elementi autobiografici nel libro, in particolare nella protagonista Lafanu Brown?

Non è un libro autobiografico, ma al suo interno ci sono delle biografie. Per Lafanu Brown ho miscelato due donne realmente esistite nella Roma dell’Ottocento. Una era la scultrice Edmonia Lewis, l’altra era l’attivista Sarah Parker Remond. Studiarle mi è servito a capire come si poteva vivere da afroamericane in quel periodo in Italia. La curatrice d’arte Leila rappresenta invece un ritratto generazionale, una donna matura come me e la mia amica Leila El Houssi, a cui ho rubato il nome. Siamo donne con una vita in Italia da seconda generazione, ed è assurdo che non abbiamo una legge sulla cittadinanza.

Il libro propone un parallelismo tra passato ed attualità. I concetti di libertà e schiavitù sono gli stessi del passato, o sono cambiati?

Schiavitù e colonialismo non sono veramente mia finiti, si sono solo evoluti. Se pensiamo agli afroamericani, sono passati dalla schiavitù alle segregazioni razziali, ai linciaggi e alle esecuzioni sommarie di questi giorni. Sono tanti i martiri negli Stati Uniti. Anche noi neri in Europa, con un altro tipo di storia alle spalle, vedi il Colonialismo, abbiamo le nostre difficoltà. Ciò ha prodotto delle differenze sul nostro operato, sulla nostra vita, venendo giudicati a partire dal colore della nostra pelle.

I temi del libro sono inevitabilmente molto attuali, inevitabilmente ricollegabili al “non riesco a respirare” di George Floyd e al manifestare contro statue e monumenti eretti in onore di personaggi razzisti e colonialisti. Che idea ti sei fatta di quanto sta accadendo nel mondo, e in particolare in Italia?

Il problema della discriminazione razziale non finisce mai, e gli episodi si ripetono ciclicamente. Quando è morto George Floyd sono stata veramente male: sotto quel ginocchio vedevo George ma anche i miei nipoti, i miei fratelli, tanti amici. Quella morte mi riguardava molto da vicino. E’ stata una ferita vissuta così da tanti afrodiscendenti nel mondo. Le proteste sono state la naturale conseguenza. Siamo arrivati ad un punto di non ritorno, ad un razzismo quasi biologico. Molti pensano che ciò che è accaduto negli USA sia lontano dall’Italia, in realtà non è così. Non solo colonialismo, ma in Italia ci sono stati episodi simili nel ’79 e nell’ ’85, con la morte di Giacomo Valent a soli 16 anni di cui ho scritto qualcosa. Anche in Italia abbiamo quel sostrato coloniale che porta a razzismo e discriminazione.

Discorso statue: da anni mi occupo di mappature delle città. Ho scritto “Roma negata”, una guida post-coloniale alla città di Roma in cui raccontavo queste tracce poco conosciute della città. E’ un discorso complesso: non voglio distruggere queste tracce, che distinguo tra storiche e non storiche. alcune cose fatte adesso non le considero storiche, come la Statua di Indro Montanelli, mentre il mausoleo di Affile è un obbrobrio alla memoria, da cancellare perché dedicato ad un criminale di guerra. Sono contenta che a Roma nascerà un museo italo-africano che racconterà il colonialismo: sarà un’occasione per tutti noi per riflettere sul nostro passato.

Cosa occorre fare per combattere il razzismo? Puoi consigliare delle letture o espressioni artistiche per riflettere su questo tema?

Occorre far sì che le nostre società non siano solamente bianche. Fare in modo che tutte le presenze transculturali entrino in tutte le parti della società, politica inclusa, nei luoghi dove si crea il Paese come le università, le redazioni dei giornali. Se non facciamo questo, come vogliamo combattere fattivamente il razzismo?

Come libri da leggere, consiglierei di leggere James Goodwin, e poi “Tra me e il mondo” di Ta-Nehisi Coates e tutto ciò che ha scritto Toni Morrison sugli afroamericani. 

Sul colonialismo invece consiglio di leggere “Sangue Giusto” di Francesca Melandri e “The Shadow King” che ancora deve essere tradotto in Italia e da cui sarà tratto un film. Strano che una pellicola sul colonialismo arrivi da Hollywood e non da Cinecittà: ciò ci deve far riflettere sulle difficoltà che abbiamo di scavare in queste storie, nonostante in Italia molti come me abbiano trattato questi temi nei loro libri.

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