Yes Web Can

Alex Anderson, in un libro la storia del (finto) candidato alla Casa Bianca che ha conquistato il web

In Yes Web Can, lo scrittore Alessandro Nardone ripercorre la sua incredibile esperienza di candidato italiano alla Casa Bianca sotto il nome di Alex Anderson
Alex Anderson, in un libro la storia del (finto) candidato alla Casa Bianca che ha conquistato il web

MILANO – Il web è un mezzo meraviglioso e potentissimo ma che non costituisce un’opportunità in sé, quelle dobbiamo essere bravi a costruircele noi. E’ questa la lezione principale che lo scrittore Alessandro Nardone ha ben riassunto all’interno di “Yes Web Can“, un saggio che ripercorre e analizza la sua performance da “candidato” alle elezioni americane sotto il nome di Alex Anderson, un giovane in lizza per la nomination repubblicana, capace di supplire alla mancanza di “reputation” dovuta al fatto che nella realtà non esiste, con idee fuori dagli schemi e una presenza in Rete maggiore (e in molti casi più efficace) rispetto ai candidati reali. Risultato, nel giro di otto mesi Alex ha raggiunto più di 26.000 followers attivi, è stato invitato in qualità di candidato a trasmissioni televisive e radiofoniche, inserito negli elenchi dei candidati da siti autorevoli come politics1.com e uselections.com, e addirittura invitato a partecipare a un dibattito con gli altri candidati in vista delle elezioni americane. Questa storia, come quella di altre “bufale” che sono nate in rete, dimostrano quanto i social hanno aumentato esponenzialmente l’offerta di informazioni e che, proprio in virtù di ciò, per emergere è necessario puntare sulla qualità e sull’originalità dei contenuti.

 

Come nasce l’idea di ”candidarti” alla Casa Bianca e partecipare alle elezioni americane sotto il nome di Alex Anderson?

Circa un anno fa il mio ultimo romanzo, Il Predestinato, è stato tradotto in inglese e commercializzato nei paesi anglofoni, così cominciai a pensare a quale fosse la strategia di marketing migliore (e anche meno costosa) per lanciarlo sul mercato degli Stati Uniti, dove è ambientato. Mi rendo conto che possa sembrare folle, ma l’idea di candidare Alex – quindi me stesso – alle elezioni presidenziali americane l’ho vissuta con grande naturalezza. Anche perché, più le settimane passavano, e più mi sentivo a mio agio nel ruolo.

 

Perché oggi una storia legata alle elezioni americane come quella che racconti all’interno del tuo libro sembra verosimile, mentre in passato sarebbe stata più difficile da credere?

Ho 40 anni, e faccio parte della generazione che è cresciuta nel periodo in cui la rivoluzione digitale vide la luce e si mise in marcia, a passo decisamente spedito: i primi videogames, gli home computer, l’MsDos, l’avvento di internet, i social networks e la rivoluzione copernicana lanciata da un certo Steve Jobs, che ha messo il mondo intero dentro a una tavoletta magica che possiamo portare con noi, sempre e dovunque. Ora le notizie si leggono perlopiù online, per una mera questione di costi e praticità, certo, ma anche e soprattutto in virtù di un concetto apparentemente banale ma che è il cardine della cosiddetta era della comunicazione: l’immediatezza. Oggi è normale essere connessi con il Papa, con il presidente del Consiglio o con il nostro calciatore preferito, ergo anche con un giovane candidato alla nomination repubblicana, capace di supplire alla mancanza di “reputation” dovuta al fatto che nella realtà non esiste, con idee fuori dagli schemi e una presenza in Rete maggiore (e in molti casi più efficace) rispetto ai candidati reali. Certo, nell’era pre-socialnetworks sarebbe stato difficile anche soltanto immaginare una candidatura “fake” come quella di Alex, ma ricordo burle geniali come quella di Luther Blysset, giusto per citarne una.

 

Il web, i nuovi media ed i social rappresentano più un’opportunità o un ostacolo nella raccolta di notizie e nella conoscenza di persone e mondi?

In Yes Web Can ne scriviamo diffusamente: potremmo sintetizzare dicendo che i social hanno aumentato esponenzialmente l’offerta di informazioni e che, proprio in virtù di ciò, per emergere è necessario puntare sulla qualità e sull’originalità dei contenuti. Faccio un esempio: se Alex non avesse proposto contenuti credibili (programma elettorale, video, attività social) nessuno lo avrebbe mai preso sul serio. Concetto che vale per qualsiasi brand che intendiamo promuovere attraverso la Rete, sopratutto considerando che un utente impiega meno di 12 secondi per capire se un sito gli interessa o no: insomma, “Content is King”. Questo per dire che il web è un mezzo meraviglioso e potentissimo ma che non costituisce un’opportunità in sé, quelle dobbiamo essere bravi a costruircele noi.

 

L’orizzontalità nel mondo della comunicazione oggi è un bene o un male?  

Beh, come tutti i fenomeni sociali ha pro e contro. Non è certamente un caso che Alex Anderson abbia provocatoriamente scelto Edward Snowden come suo “candidato vice”, perché il sistema messo in luce dall’ex informatico dell’NSA rappresenta uno dei paradossi del nostro tempo: quegli stessi mezzi che ci fanno sentire liberi, allo stesso tempo sono lo strumento che ci rende controllati (o controllabili) come non lo siamo mai stati prima. Un altro aspetto negativo è certamente costituito dall’attività di organizzazioni terroristiche come l’ISIS, che sfruttano i social networks per fare proselitismo. Detto questo, credo che fenomeni come Trump, la vittoria della Brexit o il successo del M5S in Italia, nel medio periodo apriranno gli occhi ai protagonisti della vita pubblica facendo comprendere loro che dovranno imparare a comunicare per via orizzontale che, volendo utilizzare una metafora, significa abbandonare il palazzo e uscire per strada, pena l’essere percepiti come casta, e quindi spazzati via alla prima occasione utile.

 

Ultima domanda: chi vincerà le elezioni americane?

Detto che non faccio il tifo per nessuno dei due credo che, nonostante i molti campanelli d’allarme, gran parte dell’opinione pubblica tenda a sottovalutare il biondo magnate newyorkese che, a differenza della Clinton, potrebbe intercettare buona parte della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, ovvero quelle persone che, pur non ammettendolo, nel segreto dell’urna sarebbero invece pronte a votarlo.

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