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Il ritorno a scuola visto con gli occhi di un insegnante

In occasione della ripresa del nuovo anno scolastico, abbiamo chiesto ad un insegnante di raccontarci come sta vivendo questo ritorno a scuola particolare per molti docenti.

Il ritorno a scuola visto con gli occhi di un insegnante

Mascherine, distanziamento, finestre aperte, green pass: tutto è chiaro e pronto per il ritorno a scuola in sicurezza e l’orizzonte non è molto diverso dallo scorso anno, fatta eccezione per la certificazione verde.

Le aule si sono adattate alle nuove esigenze con banchi distanziati e asettici, tutti uguali in ogni classe senza personalizzazione. Ma è l’ultimo passo di un’organizzazione delle distanze omogenea imposta, anche in epoca pre-Covid, dalle misure di sicurezza anti incendio o cose così.  Addio ai banchi a ferro di cavallo, a isola, a gruppi di tre. 

Ed è un vero peccato perché la differenziazione indicava che erano gli spazi ad adattarsi agli studenti e non viceversa, come invece sta accadendo da qualche tempo e il messaggio implicito che viene veicolato è l’abbattimento delle diversità, in favore di una noiosa, opaca, acritica omologazione.  Le misure imposte dalla pandemia, in sostanza, hanno accelerato un percorso di organizzazione degli spazi che era già attivo.

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Tutto diverso il discorso sulle mascherine.  Sembrava impossibile fare lezione con le mascherine e, invece, ci siamo adattati.  Faticoso soprattutto con le lingue straniere e il latino o il greco, ma, in qualche modo, grazie all’elasticità caratteristica degli adolescenti, la problematicità concreta di alcune situazioni si può superare e nella mia esperienza di questi ultimi due anni non ho registrato negli studenti episodi di insofferenza nei confronti delle mascherine a scuola.  La disubbidienza avviene appena dopo la fine delle lezioni. 

A lamentarsi, invece, siamo stati soprattutto noi docenti all’inizio – non respiro, sono allergico, non ce la farò mai – però anche qui, in qualche modo ci siamo adattati e non solo a gestire la voce, ma anche a riconoscere i nuovi volti dei ragazzi di prima solo dagli occhi e a “incrociare” questi dati fisiognomici con le caselline video della Dad.  Anche in questo caso la necessità imposta e dovuta ha portato a una spersonalizzazione dell’insegnamento, ad appiattire il guizzo, l’eventuale tic.

Il consiglio nuovo di questo avvio di anno scolastico è di tenere le finestre aperte, il che è un’abitudine già attiva, determinata da aule spesso sovrariscaldate e sovrapopolate. Una misura di buon senso che forse, qui al Nord d’inverno, affievolirà qualche look temerario ma niente di più.

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Il vero provvedimento innovativo e divisivo è il l’obbligo del Green Pass e a tutt’oggi non è ancora chiaro se sarà controllato ogni giorno – da chi? quanto ci vorrà? – e. in ogni caso, non vorrei essere un Dirigente Scolastico di questi tempi sia per l’organizzazione logistica del controllo: servirebbe un addetto ad hoc sia per la cautela da usare nella gestione dei dati personali e delle parole da usare sull’argomento vaccini e certificazioni.

Proprio nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, un dirigente ha garbatamente tramite lettera invitato alla vaccinazione e si è ritrovato sommerso da insulti e critiche: ha anche ricevuto un proiettile.

Distanziamento, mascherine, finestre aperte. Mi sento sicura? Io sono una di quegli insegnanti che a scuola si è sempre sentita protetta, perché sono state applicate le precauzioni necessarie, perché il comportamento in un ambiente di lavoro e di apprendimento è vigile, perché noi- gli adulti – siamo sempre stati attenti e abbiamo sempre curato che le regole fossero seguite.  E quest’anno ho una garanzia in più: il vaccino.

Alessandra Pavan

docente di Scuola Secondaria Superiore