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Il valore della pace, una riflessione di Khalil Gibran

L’arrivo della Pasqua e i tragici avvenimenti che interessano l’Ucraina in queste ultime settimane ci fanno desiderare ardentemente la pace. Ecco perché vogliamo condividere con voi uno straordinario pensiero dello scrittore libanese Khalil Gibran dedicato a questo grande tema.

Pace. Quattro lettere. Una parola così semplice, nella forma e nel suono, che sembra quasi riferirsi a qualcosa di banale. Una parola così presente nel nostro vocabolario quanto assente nel nostro operato.

Pace significa armonia, concordia di intenti, stato di assoluta tranquillità, senso di comunione con sé stessi, con gli altri e con la natura. È un concetto che si può applicare ai rapporti internazionali e a quelli sociali, e che, sebbene alle volte non ce ne curiamo poi tanto, dovrebbe essere alla base del nostro agire, come fosse un mantra da seguire e perseguire perché, se ci si prefissa l’obiettivo di vivere una vita pacifica, la relazione con se stessi e con l’altro diventa sempre produttiva, e non semplicemente si esiste, si sopravvive prevaricando gli altri, ma si vive in equilibrio. Degli individui coscienti del valore della pace sono il primo passo per una società sana e, a sua volta, pacifica.

La pace vista “dalle nuvole”

Lo sapevano e lo sanno tutti gli intellettuali che hanno dedicato intere pagine al tema, e che hanno cercato, attraverso il loro operato, di trasmettere l’importanza e il significato della pace in tutte le epoche, sin da quando esisteva la Grecia Classica e l’Antica Roma. Perché la Grande Storia ci interroga da sempre su questa tematica: dacché esiste la guerra, c’è qualcuno che desidera ardentemente la pace. Oggi vogliamo condividere con voi una frase che il poeta libanese Khalil Gibran ci ha lasciato in merito all’operato degli uomini e al senso della pace, una frase dal valore inversamente proporzionale alla sua lunghezza. Tanto profonda ed emozionante pur nella sua brevità.

“Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola”.

Eccola, la frase di Gibran che ci ha fatto tanto riflettere. Trentotto parole pensate e sentite che valgono più di migliaia di discorsi sulla pace concepiti da affermati spin doctor o esperti della comunicazione.

È vero, che quando guardiamo una situazione dall’esterno riusciamo ad essere più critici, a comprendere la reale natura delle cose. Allora, Gibran è proprio questo che vorrebbe invitarci a fare, nella sua semplicità. Ci vorrebbe invitare a guardare il nostro mondo dall’alto, dalle nuvole, da una prospettiva esterna. Ci vorrebbe consigliare di osservare bene il paesaggio soprattutto nei punti che siamo abituati a considerare di confine: cosa separa una nazione da un’altra? Cosa rende diversa una striscia di terra da un’altra?

Muri e ponti

Quante volte nel corso della storia, anche di recente, abbiamo sentito della volontà di qualche governante di costruire un muro di confine, di separazione, e quanti muri esistono, oggi, ad ostruire il passaggio alla libera circolazione dei popoli? Quante frontiere sono interessate da guerre e scontri armati, quante città vivono il dramma della guerra civile o delle guerriglie armate? Muri, divisioni, separazioni, distanze. Visto dall’alto, dall’esterno, tutto questo si annulla e rimane visibile per ciò che è: una sovrastruttura pensata dall’essere umano per questioni sociali e politiche.

Ma cosa ci resta quando viviamo separati da barriere e muri, siano essi fisici o astratti? Non ci resta che guardare al nostro orto, senza avere né l’occasione, né la voglia, di interessarsi a prospettive diverse, magari lontane, ma mai troppo per poter imparare qualcosa.

Non lasciamoci travolgere dalla frenesia della paura, dalla volontà di costruire argini all’incontro con l’altro. In un momento come questo, in cui siamo profondamente segnati dalla tragedia ucraina e assistiamo alla conclusione del percorso quaresimale con la Resurrezione di Gesù Cristo e la festività della Pasqua, abbiamo il dovere di ricordare le parole di Khalil Gibran e di perseguire la pace nel nostro piccolo operato quotidiano, di abbattere i muri e costruire i ponti, perché la bontà d’animo e il bene sono contagiosi, e non si potrà mai giungere alla pace se non partiamo dalle fondamenta, dalle nostre azioni di ogni giorno.

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