Una frase di Italo Svevo sulle piccole sconfitte quotidiane

23 Marzo 2026

Vediamo come, in questa citazione, Italo Svevo pone l'accento sulle piccole perdine quotidiane a cui proprio non riusciamo a rassegnarci.

Una frase di Italo Svevo sulle piccole sconfitte quotidiane

Italo Svevo — pseudonimo di Aron Hector Schmitz, nato a Trieste nel 1861 da famiglia ebrea di origini tedesche e italiane — è uno degli scrittori più originali e più moderni dell’intera letteratura italiana. La sua opera principale, «La coscienza di Zeno» pubblicata nel 1923, è uno dei grandi romanzi del Novecento europeo: un testo che anticipa, o meglio incarna, alcune delle intuizioni più profonde della psicanalisi, della fenomenologia dell’autocoscienza, della critica alla linearità del racconto tradizionale.

Curioso come a questo mondo vi sia poca gente che si rassegni a perdite piccole; sono le grandi che inducono immediatamente alla grande rassegnazione.

Italo Svevo scriveva in un italiano che non era la sua lingua madre — parlava triestino, dialetto veneto-slavo intriso di germanismi, e il tedesco era la sua lingua colta per eccellenza — e questa condizione di scrittore “straniero nella propria lingua” gli conferiva uno sguardo obliquo, decentrato, capace di vedere ciò che i madrelingua davano per scontato. La sua prosa è a volte irregolare, persino goffa in superficie: ma sotto quella superficie vive un’intelligenza analitica di straordinaria acutezza, capace di cogliere le contraddizioni più segrete del comportamento umano.

La citazione qui analizzata è un esempio perfetto di questo stile. La sua struttura è quella del paradosso: due proposizioni che sembrano contraddirsi, ma che messe insieme rivelano qualcosa di più vero di qualunque affermazione lineare. «Curioso come…»: Svevo apre con una parola di meraviglia, quasi di sconcerto. Non dice «sbagliato», non dice «ingiusto»: dice «curioso», come uno scienziato che osserva un fenomeno inatteso. Ed è già in questo aggettivo che si annuncia la voce di Zeno: quella di un uomo che si guarda vivere con distacco ironico, che tratta se stesso e gli altri come casi clinici degni di studio.

Piccole e grandi perdite nella citazione di Italo Svevo

Il nocciolo dell’osservazione di Svevo è un rovesciamento dell’aspettativa. Il senso comune vorrebbe che le perdite grandi siano quelle più difficili da accettare: più grande il dolore, più lunga la resistenza, più faticosa la rassegnazione. Le piccole perdite, per converso, dovrebbero essere facili da assorbire: un disagio passeggero, una seccatura minore, un fastidio che presto si dimentica.

Svevo rovescia questa aspettativa con chirurgica precisione. Sono le perdite grandi — le catastrofi, i lutti, i crolli definitivi — a produrre «immediatamente» la rassegnazione. L’avverbio «immediatamente» è fondamentale: la resa non è lenta, non è progressiva, non viene dopo una lunga lotta. Arriva subito, quasi di riflesso. Come se di fronte all’enormità della perdita la psiche si arrendesse senza combattere, riconoscesse l’inutilità della resistenza e si inchinasse.

Le perdite piccole, invece, non ottengono questa resa. Producono una resistenza sproporzionata, un’ostinazione che non cede, un risentimento che si protrae ben oltre la dimensione oggettiva del danno subito. Chi ha perso tutto può ricominciare con una serenità sorprendente; chi ha perso poco continua a lamentarsi, a recriminare, a non darsi pace. Chi ha perso una persona amata trova, dopo il lutto, una via di accettazione; chi ha perso una partita a carte o ha pagato una multa può restare incattivito per giorni.

 

La psicologia della rassegnazione: perché il grande è più facile del piccolo

L’intuizione di Italo Svevo trova conferma sorprendente nella psicologia moderna. Il meccanismo che Svevo descrive con la sua ironia leggera è stato studiato in modo sistematico dalla psicologia cognitiva e comportamentale del Novecento, con risultati che confermano sostanzialmente la sua osservazione.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, ha descritto con il concetto di «avversione alla perdita» il fatto che le perdite pesano psicologicamente circa il doppio rispetto ai guadagni equivalenti. Ma ciò che è ancora più pertinente all’osservazione di Svevo è il fenomeno della «adattabilità edonistica»: la tendenza degli esseri umani ad adattarsi nel tempo a cambiamenti anche molto grandi, positivi o negativi, tornando a un livello base di benessere soggettivo. Di fronte a una catastrofe vera — una grave malattia, un lutto, una perdita economica devastante — la psiche attiva meccanismi di adattamento potenti. Di fronte a un fastidio cronico e piccolo, questi meccanismi non si attivano: il disagio rimane, pungola, irrita, non lascia mai abbastanza tranquilli da potersi rassegnare.

C’è anche un’altra spiegazione possibile, di natura più filosofica. Le grandi perdite hanno una loro dignità, per così dire: ci mettono di fronte alle domande ultime, alla mortalità, all’impotenza fondamentale dell’essere umano di fronte al destino. Queste domande inducono umiltà. Le piccole perdite, invece, sembrano controllabili: sembrano il risultato di un errore evitabile, di una sfortuna ingiusta, di un torto subito che avrebbe potuto e dovuto essere riparato. La rassegnazione richiede il riconoscimento dell’ineluttabile; le piccole perdite sembrano sempre evitabili, anche quando non lo sono più, e questo le rende impossibili da rassegnarsi.

Zeno Cosini: il malato che sa tutto di sé e non cambia nulla

La citazione acquista un significato ancora più ricco se la si legge nel contesto del romanzo da cui proviene. «La coscienza di Zeno» è la storia di Zeno Cosini, un borghese triestino della fine dell’Ottocento che si trova in analisi psicoanalitica e decide di scrivere la propria autobiografia su richiesta del medico. Il romanzo è questa autobiografia: un testo pieno di autoinganni, di razionalizzazioni, di analisi acute della propria psicologia che non portano mai a nessun cambiamento reale.

Zeno è il prototipo dell’inetto di Italo Svevo: non nel senso di chi è privo di intelligenza, ma nel senso di chi è incapace di tradurre la comprensione in azione, la consapevolezza in trasformazione. Capisce tutto: capisce i propri vizi, le proprie contraddizioni, le proprie ipocrisie. Le descrive con una lucidità straordinaria. E poi le ripete. È un personaggio che soffre non di cecità ma di paralisi: vede benissimo dove si trova e non riesce ad andare da nessun’altra parte.

In questo contesto, l’osservazione sulle piccole e grandi perdite non è una riflessione astratta sull’umanità in generale: è un ritratto di Zeno stesso. Zeno è esattamente il tipo di persona che non si rassegna alle perdite piccole: la sigaretta che vuole smettere di fumare e non smette mai, il matrimonio con una donna che non ama, il fallimento in affari che attribuisce sempre a cause esterne, il risentimento verso il padre che non l’ha amato abbastanza. Queste piccole perdite — o quello che percepisce come piccole perdite — lo tormentano senza fine. Le catastrofi vere, invece, le assorbe con una sorprendente capacità di adattamento.

La rassegnazione come categoria morale e psicologica

La parola «rassegnazione» nella citazione di Svevo merita una riflessione autonoma. In italiano, «rassegnazione» ha una connotazione ambivalente: può indicare una virtù — l’accettazione serena di ciò che non si può cambiare, la pace con il destino — oppure un vizio — la rinuncia passiva, il cedimento prematuro, la mancanza di combattività. Nella tradizione stoica, la rassegnazione di fronte all’ineluttabile era una forma di saggezza; nella tradizione romantica, era una forma di codardia.

Italo Svevo usa la parola senza giudicarla in modo esplicito: si limita a descrivere un meccanismo. Ma il contesto — il romanzo di un uomo che analizza se stesso senza mai cambiare — suggerisce che la rassegnazione, per Svevo, non è né virtù né vizio in senso assoluto: è semplicemente quello che accade, un’automatismo psicologico che non risponde a valori morali ma a meccanismi di economia psichica. La psiche si rassegna quando il costo della resistenza supera le proprie risorse disponibili: e di fronte alle grandi perdite quel costo supera immediatamente ogni soglia.

C’è in questa concezione qualcosa di profondamente freudiano — e non è casuale, dato che Svevo conosceva bene il pensiero di Freud e vi era stato introdotto proprio dagli anni della stesura della «Coscienza di Zeno». L’io non è padrone in casa propria: le sue reazioni non seguono la logica razionale ma la logica dell’economia delle pulsioni, del principio di piacere e di realtà, dei meccanismi di difesa che agiscono al di sotto della coscienza.

La polvere negli occhi: le piccole perdite della vita quotidiana

L’aspetto forse più universale dell’osservazione di Svevo riguarda la vita quotidiana di tutti noi. Le grandi perdite sono rare: non tutti nella vita attraversano catastrofi vere, lutti devastanti, rovine irreparabili. Ma le piccole perdite sono costanti: ogni giorno porta le sue seccature, i suoi fastidi, le sue delusioni minori. E ogni giorno, in proporzioni diverse, ciascuno di noi sperimenta quella resistenza a rassegnarsi, quella difficoltà ad accettare il piccolo danno, che Svevo descrive con tanta precisione.

Il collega che ci ha scavalcato nella promozione; il vicino che parcheggia sempre nel nostro posto; il progetto che non è stato approvato per ragioni burocratiche; il treno perso per trenta secondi; il libro prestato e non restituito: queste «perdite piccole» producono un risentimento che spesso sopravvive anni, che torna alla memoria in momenti inaspettati, che avvelena relazioni e colora di astio situazioni altrimenti neutre. Non ci rassegniamo. Non possiamo.

Forse perché le perdite piccole sembrano sempre riparabili, sembrano sempre il risultato di qualcosa che avrebbe potuto andare diversamente. Forse perché non hanno la grandiosità che legittima la resa. Forse, semplicemente, perché la mente non ha strumenti adeguati per gestire la somma di mille piccole ferite: ognuna troppo piccola per meritare un lutto, tutte insieme abbastanza grandi da segnare una vita.

Rileggere Italo Svevo oggi significa misurarsi con uno scrittore straordinariamente contemporaneo. La «Coscienza di Zeno» fu pubblicata nel 1923, cento anni fa: ma i meccanismi psicologici che descrive sono quelli di ogni epoca. La sua originalità consiste nell’aver capito, prima della maggior parte dei suoi contemporanei, che la letteratura non doveva raccontare le grandi passioni o le grandi avventure: doveva scendere nell’ordinario, nel quotidiano, nella trama grigia delle piccole nevrosi borghesi. Ed è lì, in quella trama grigia, che si trova la verità più densa.

La citazione sul paradosso delle perdite piccole e grandi è un piccolo saggio di questo metodo. In due righe, Italo Svevo comprime un’osservazione che i trattati di psicologia avrebbero impiegato pagine a spiegare, e la rende viva, memorabile, riconoscibile da chiunque l’abbia vissuta sulla propria pelle. È il dono dei grandi scrittori: non inventare la verità, ma trovarla dove nessuno la stava cercando, e dirla con la precisione minima necessaria perché niente vada perduto.

E forse, su questa citazione, non ci si rassegnerà facilmente: è troppo piccola, troppo precisa, troppo fastidiosamente vera per lasciarla andare senza pensarci ancora un po’.

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