I versi di Umberto Saba dedicati al padre, simile a lui

19 Marzo 2026

Leggiamo questi versi tratti dalla celeberrima poesia di Umberto Saba Mio padre fu per me "l'assassino", in un cui si scopre uguale al genitore.

I versi di Umberto Saba dedicati al padre, uguale a lui

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 1883 – Gorizia, 1957), è uno dei maggiori poeti del Novecento italiano. La sua opera principale, il Canzoniere, è una raccolta poetica che lo ha impegnato per tutta la vita e che costituisce una sorta di autobiografia in versi. In essa Saba esplora con lucidità e intensità i temi dell’esistenza: l’amore, la famiglia, la città di Trieste, la propria identità psichica e spirituale.

La poesia di Saba si distingue per uno stile volutamente classico e colloquiale al tempo stesso, lontano dalle sperimentazioni dell’avanguardia: il poeta preferisce la chiarezza espressiva, la metrica tradizionale e una lingua vicina al parlato, capace tuttavia di raggiungere profondità emotive straordinarie. La psicoanalisi — che Saba conobbe e praticò — lasciò tracce profonde nella sua visione del mondo e nella sua scrittura.

Mio padre è stato per me «l’assassino»;
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna l’ha amato e pasciuto.

Contesto e collocazione nel Canzoniere di Umberto Saba

Questo sonetto appartiene alla sezione autobiografica del Canzoniere e affronta uno dei nodi più dolorosi della vita di Saba: il rapporto con il padre. Abramo Poli, di origine ebraica, abbandonò la madre di Umberto ancor prima che il bambino nascesse, lasciandola sola a Trieste. Per il giovane Saba, cresciuto nell’assenza paterna, il padre era dunque una figura mitizzata in negativo, un «assassino» — parola fortissima, messa tra virgolette a indicarne la natura soggettiva e infantile — responsabile di una ferita mai del tutto rimarginata.

Il sonetto nasce da un incontro reale: quando Saba, intorno ai vent’anni, conobbe finalmente il padre, l’immagine del mostro si sgretolò. Al suo posto apparve un uomo semplice, leggero, nomade e incapace di responsabilità — ma anche dolce, sorridente e vitale. Da lui il poeta scoprì di aver ereditato qualcosa di sé.

Struttura metrica e formale

Il componimento è un sonetto nella sua forma tradizionale: due quartine e due terzine (qui presentate parzialmente), con schema rimato ABAB ABAB per le quartine. La scelta della forma chiusa e classica è tipica di Saba, che utilizza la metrica come contenitore ordinato di emozioni altrimenti destabilizzanti. Il sonetto offre un’architettura rassicurante a un materiale psichico esplosivo.

Le rime sono precise e ricercate: «assassino» / «bambino», «conosciuto» / «avuto», «azzurrino» / «pellegrino», «astuto» / «pasciuto». La musicalità è limpida, quasi cantabile, e contrasta efficacemente con la durezza del tema.

Analisi semantica e tematica

Il componimento si apre con un colpo di scena emotivo: la parola «assassino», isolata tra virgolette, rivela immediatamente la prospettiva soggettiva del bambino che è stato. Le virgolette sono fondamentali: indicano che quella definizione appartiene a un’altra epoca della coscienza, a uno stadio dell’io che non regge più all’età adulta. È la memoria che parla, non il giudizio presente.

La svolta avviene al verso terzo: «Allora ho visto ch’egli era un bambino». Il padre, atteso come figura di autorità colpevole, si rivela essere lui stesso un essere infantile, incapace di crescere e di assumersi responsabilità. Questa rivelazione non è un’assoluzione morale, ma una comprensione: il figlio riconosce nell’altro la propria fragilità, la propria natura.

Il quarto verso — «e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto» — è uno dei più densi dell’intera poesia. Il «dono» è ambiguo: può riferirsi al talento poetico, alla sensibilità, alla leggerezza del vivere, o persino alla stessa incapacità di radicarsi. Saba accetta l’eredità paterna senza giudizio definitivo, con una maturità che è conquista difficile.

Nella seconda quartina il ritratto del padre si fa concreto e fisico: lo «sguardo azzurrino» che è anche dello stesso Saba (un tratto condiviso, un legame corporeo irrefutabile), il «sorriso dolce e astuto» nonostante la miseria, il destino di eterno «pellegrino» del mondo, amato ma non trattenuto. La figura paterna è quella dell’uomo-bambino, girovago e seduttivo, incapace di stabilità ma ricco di grazia naturale.

La figura del padre: dall’ombra alla luce

Il padre assente è una delle figure centrali della psicologia e della letteratura novecentesca. In Saba, tale assenza si intreccia con la propria identità ebraica, con il senso di abbandono, con il rapporto tormentato con la madre. Eppure, a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, il sonetto non si conclude nella condanna: c’è invece un movimento di riconoscimento, quasi di riconciliazione.

Saba guarda il padre e vede se stesso: lo stesso viso, lo stesso sorriso, la stessa vocazione al vagabondaggio interiore. Questo non significa che il dolore venga cancellato, ma che il poeta riesce a trasformarlo in comprensione. È un gesto di grande maturità emotiva, reso possibile forse anche dalla pratica psicoanalitica.

Stile e scelte linguistiche

Il linguaggio di Saba è volutamente dimesso e quotidiano, eppure ogni parola è scelta con cura chirurgica. «Assassino» (con le virgolette) e «bambino» nella stessa quartina: un ossimoro emotivo che riassume l’intera parabola del poema. «Pellegrino», parola antica e nobile, applicata a un uomo che semplicemente non ha mai fermato i piedi né il cuore.

«Pasciuto» è forse il termine più sorprendente: indica le donne che hanno nutrito il padre, lo hanno mantenuto. C’è un’ironia sottile e affettuosa in questa parola, un giudizio che non condanna ma descrive con la precisione del testimone. Saba non idealizza il padre: lo vede con occhi chiari, ma senza odio.

«Mio padre è stato per me ‘l’assassino’» è una delle poesie più intense e riuscite del Canzoniere. In pochi versi Saba compie un viaggio straordinario: dal rancore infantile alla comprensione adulta, dalla proiezione alla conoscenza, dall’ombra alla luce. Il padre, da figura temuta e odiata, diventa uno specchio nel quale il poeta riconosce la propria natura più profonda.

La grande lezione di questo sonetto è che capire non è perdonare, e che riconoscersi nell’altro — anche nell’altro che ci ha fatto del male — è forse la forma più alta di libertà interiore. Saba ce lo insegna con la semplicità cristallina della sua lingua e la profondità inesauribile della sua poesia.

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