Testimone per eccellenza della Shoah, Primo Levi nel suo capolavoro “Se questo è un uomo” (1947) ha raccontato gli orrori dell’Olocausto. Oggi, 27 gennaio 2026, rileggere le sue parole assume un significato solenne: ci ricorda cosa è stata la “deumanizzazione” avvenuta nei Lager ma ci consegna anche un briciolo di speranza per un’umanità migliore Ma solo la memoria e il non dimenticare gli orrori del passato ci possono consegnare un futuro migliore.
Il dovere di ricordare nel libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi
Il tema centrale del libro di Primo Levi è il processo di deumanizzazione: l’autore descrive come il Lager non mirasse solo alla morte fisica, ma alla distruzione della personalità. Una morte dell’anima che passava dalla perdita del nome, sostituito da un numero tatuato sul braccio, dal rinunciare ad abiti, capelli e oggetti che significava togliere il legame con il proprio passato e la propria dignità.
La poesia Shemà (Se questo è un uomo) tratta dall’omonimo libro ci insegna che ricordare non è un invito, ma un ordine perentorio. Levi utilizza un linguaggio biblico e solenne (“Vi comando queste parole”, “Scolpitele nel vostro cuore”) per avvertirci: la memoria non è un esercizio facoltativo, ma una responsabilità civile. Se non ricordiamo, la struttura stessa della nostra vita (la casa, i figli) è destinata a sfaldarsi moralmente.
In “Se questo è un uomo”, Levi compie un’analisi sociologica e logica terribile: il Lager non è un evento accidentale, ma il prodotto coerente di un pensiero. Tutto parte dalla convinzione che “ogni straniero è nemico”. Quando questo germe diventa un sistema di governo, la conclusione inevitabile è lo sterminio. È un monito rivolto al nostro presente: finché esiste il pregiudizio, il pericolo rimane latente.
Uno dei punti più toccanti è la constatazione che la nostra lingua è stata creata da uomini liberi per descrivere gioie e dolori “normali”. Di fronte all’orrore programmato, Levi dice che “mancano le parole”. La realtà del Lager è un “fondo” inimmaginabile, una condizione per cui il vocabolario umano risulta insufficiente e deve essere reinventato per poter testimoniare.
In diversi passaggi del suo libro, Levi riflette sulla natura umana con sguardo scientifico (lui era un chimico). Nota che la nostra personalità è più fragile della vita stessa. Si può sopravvivere fisicamente ma morire dentro, perdendo il proprio “mondo morale”. Solo la fortuna o una forza sovrumana hanno permesso ad alcuni di restare se stessi in un luogo progettato per trasformare gli uomini in “bestie stanche”.
L’ultima delle frasi che abbiamo selezionato contiene una riflessione filosofica quasi paradossale: come non esiste la felicità perfetta, non esiste nemmeno l’infelicità perfetta. Ciò che ci salva dal baratro totale è la nostra stessa “condizione umana”, fatta di incertezza del domani. Quella stessa ignoranza del futuro che chiamiamo “speranza” è l’unico argine all’infinito del dolore.
“Se questo è un uomo”, le frasi del libro di Primo Levi
In occasione della Giornata della memoria, vi proponiamo le frasi più significative tratte dall’opera di Primo Levi. Parole di rara potenza e umanità.
1. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
2. Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.
3. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
4. Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.
5. Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
6. E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
7. Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.
8. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.
9. In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia.
10. Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani.
Primo Levi
Primo Levi nacque a Torino nel luglio del 1919. Chimico per professione, partigiano per fede e scrittore per vocazione, nell’arco della sua vita ha pubblicato racconti, romanzi, poesie, memorie e saggi.
Catturato il 13 dicembre 1943 da una milizia fascista ad Amay in Valle d’Aosta, fu immediatamente mandato nel campo di Fossoli, in provincia di Modena, e nel febbraio del 1944, con altri 650 detenuti ebrei, fu trasferito nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.
