Quattro righe che bastano a descrivere uno dei meccanismi più antichi e più duraturi della convivenza umana: il diritto del più forte a prendersi tutto, e a farlo — con cinismo olimpico — attraverso la parola. Non con la violenza bruta, ma con l’argomentazione. Non con un furto, ma con una spartizione. Fedro, schiavo di origine trace divenuto liberto alla corte di Augusto, scrisse nel I secolo d.C. una raccolta di favole in versi giambici che si ispira a Esopo ma va ben oltre il modello greco, caricandosi di una coscienza politica acuta e spesso corrosiva.
Tra tutte le favole del corpus delle opere di Fedro, la favola della «parte del leone» è forse quella che ha avuto la fortuna culturale più lunga e più ramificata.
Ego primam tollo, nominor quoniam leo; — La prima parte me la prendo io, perché mi chiamo leone;
secundam, quia sum fortis, tribuetis mihi; — la seconda me la date voi, perché sono robusto;
tum, quia plus valeo, me sequetur tertia; — la terza mi viene perché valgo di più;
malo adficietur, siquis quartam tetigerit. — la quarta, guai a chi si azzarderà
Fedro, Favole, I, 5, 7–10 (I sec. d.C.)
Il testo e la struttura retorica
La potenza di questi versi risiede nella loro architettura. Fedro costruisce un’escalation in quattro tappe perfettamente simmetriche, ognuna delle quali è una voce del leone che giustifica la propria pretesa su una delle quattro parti della preda condivisa. Ogni verso corrisponde a un argomento distinto, e insieme formano una progressione che va dalla legittimità nominale alla pura minaccia.
Il primo verso — Ego primam tollo, nominor quoniam leo — introduce il fondamento dell’identità: il leone prende la prima parte semplicemente perché si chiama leone. Il nome, qui, non è solo un’etichetta: è un titolo, uno status, una ragione sufficiente. La logica è quella dell’autorità costituita: chi detiene il potere lo detiene per definizione, e la definizione stessa è già una forma di diritto.
Il secondo verso — secundam, quia sum fortis, tribuetis mihi — sposta il fondamento dalla parola al corpo. Non più il nome, ma la forza fisica: sum fortis, sono robusto. È significativo il cambio di verbo: non più tollo (prendo, mi approprio) ma tribuetis (mi darete, riconoscerete). La forza non si prende: si fa riconoscere. È una distinzione sottile ma cruciale, che separa la violenza dal potere.
Il terzo verso — tum, quia plus valeo, me sequetur tertia — introduce un criterio ancora più astratto: il valore, il merito. Plus valeo: valgo di più. È l’argomento della superiorità qualitativa, del merito intrinseco. Dopo il nome e la forza, ecco la pretesa di eccellenza. La retorica si è fatta sofisticata: il leone non si limita a rivendicare, ragiona.
Il quarto verso abbandona ogni argomentazione. Malo adficietur, siquis quartam tetigerit: guai a chi tocca la quarta parte. La logica lascia il posto alla minaccia. Non c’è più bisogno di giustificarsi: il potere si è rivelato nella sua natura ultima, quella della coercizione. Il sistema argomentativo era una finzione; la forza era sempre lì, in attesa.
Chi era Fedro? Il favolista e la sua epoca
Caio Giulio Fedro (circa 15 a.C. – 50 d.C.) nacque in Macedonia, forse nella regione del monte Piero, e giunse a Roma come schiavo alla corte di Augusto, da cui fu poi affrancato. Questa condizione biografica è tutt’altro che irrilevante per comprendere la sua opera: Fedro scrive favole di animali, ma dietro gli animali ci sono sempre uomini, e dietro gli uomini ci sono sempre i potenti. La favola è per lui uno strumento di critica obliqua, una maschera che permette di dire ciò che non si potrebbe dire apertamente sotto il principato.
Non a caso, Fedro subì le ire di Seiano, il potente prefetto del pretorio sotto Tiberio, che si riconobbe — o qualcuno lo riconobbe per lui — in qualche personaggio delle favole. Fedro fu processato, forse condannato a una pena minore, e nella prefazione al terzo libro dichiara esplicitamente di usare la forma della favola per parlare in sicurezza: «Duplex libelli dos est: quod risum movet / et quod prudenti vitam consilio monet» — il libro ha un doppio dono: fa ridere e ammonisce la vita con prudente consiglio.
La scelta del metro giambico — il senario giambico, tradizionalmente associato al tono colloquiale e alla commedia — è essa stessa una dichiarazione di umiltà strategica. Fedro si colloca nell’alveo della letteratura minore, popolare, degli schiavi e dei liberti. Ma questa modestia apparente è una protezione e una tattica: dalla posizione del piccolo si può osservare i grandi senza essere visti come una minaccia.
Il potere e le sue maschere
La favola della parte del leone è, nei suoi quattro versi, una dissection del potere. Fedro dimostra che il potere non ha bisogno di una sola giustificazione: ne usa molte, e le impila una sull’altra. Prima il titolo, poi la forza, poi il merito, infine la minaccia. Questa struttura a escalation è più realistica di quanto sembri: i poteri reali raramente si basano su un argomento solo. Si legittimano attraverso una sovrapposizione di ragioni — genealogiche, carismatiche, meritocratiche, religiose — e quando queste ragioni si esauriscono, mostrano i denti.
C’è qualcosa di profondamente moderno in questo schema. Lo ritroviamo nella teoria politica di Max Weber, che distingue tre tipi di legittimità del potere: tradizionale (il nome, il titolo ereditato), carismatica (la forza, il valore personale) e razionale-legale (il merito, la competenza). Il leone di Fedro le usa tutte e tre, nell’ordine esatto in cui Weber le catalogherà diciannove secoli dopo. E quando nessuna funziona più, ricorre alla coercizione — che Weber considera il monopolio fondamentale dello Stato.
La lucidità di Fedro sta nell’aver capito che l’argomentazione non è mai neutrale: è sempre funzionale al potere. Il leone non mente tecnicamente: è davvero forte, davvero si chiama leone, davvero «vale di più» secondo i criteri che lui stesso ha stabilito. Il problema è che i criteri li decide lui, e le quote le calcola lui, e nessuno degli altri animali ha voce in capitolo. La democrazia della divisione si rivela una farsa.
La fortuna della favola: da Esopo a La Fontaine e oltre
Fedro non inventò la storia: la riprese da Esopo, il mitico favolista greco vissuto nel VI secolo a.C. La favola esopica è più semplice, più narrativa, meno analiticamente costruita. Fedro la trasforma in una scena quasi teatrale, con una voce sola — il leone — che occupa tutta la scena e formula i suoi argomenti in successione, senza che gli altri animali replichino. Il silenzio degli altri è parte del significato: di fronte al potere, non c’è risposta possibile.
Jean de La Fontaine, nel Seicento, riprenderà la storia nelle sue Fables (I, 6) con una veste narrativa più ricca e pittoresca, ma il nucleo fedreano rimane intatto. Da La Fontaine in poi, l’espressione «la part du lion» entra nel lessico comune francese — e attraverso il francese, in molte lingue europee — per indicare la quota sproporzionata che il più forte si attribuisce in una divisione. In italiano, «la parte del leone» è oggi una locuzione idiomatica viva, un modo di dire che quasi nessuno ricollega più ai versi di Fedro, ma che porta ancora dentro di sé tutta la loro carica critica.
Questa è la forma più silenziosa di immortalità letteraria: quando le parole di uno scrittore sopravvivono alla memoria del suo nome, quando un’immagine forgiata duemila anni fa continua a circolare travestita da proverbio, da modo di dire, da «espressione comune». Fedro è diventato parte del patrimonio linguistico europeo senza che quasi nessuno lo sappia.
Il leone non è mai andato via
Sarebbe consolante pensare che la favola di Fedro descriva un mondo lontano, il mondo delle corti imperiali romane o delle selve medievali. Non è così. I quattro argomenti del leone — identità, forza, merito, minaccia — sono ancora oggi le quattro colonne della retorica del potere, nelle sue forme più diverse.
Nelle relazioni internazionali, il «diritto del più forte» si nasconde spesso dietro argomenti di identità storica, di capacità militare, di superiorità economica o tecnologica, e infine di deterrenza — la minaccia velata. Nei rapporti economici, le grandi corporation si appropriano di risorse e mercati invocando prima il loro brand (il nome, come il leone), poi la loro efficienza (la forza), poi la loro innovazione (il merito), e infine le conseguenze per chi non si adegua (la quarta parte).
Nel discorso politico interno, i populismi di ogni colore usano strutture analoghe: l’identità del popolo o della nazione, la forza della volontà collettiva, il merito di chi «lavora» contro chi «parassita», e l’implicita minaccia verso chi si oppone.
Non si tratta di un confronto forzato: Fedro ha estratto uno schema logico universale, la grammatica profonda del potere asimmetrico. Cambia il vocabolario, cambiano gli attori, ma la struttura rimane. Per questo la favola continua a essere letta e insegnata, per questo il suo nucleo linguistico — «la parte del leone» — è ancora vivo nel parlato quotidiano.
C’è un’ultima ironia nella storia di questa favola. Fedro era uno schiavo liberato. Non aveva potere, non aveva nome illustre, non aveva la forza fisica del leone. Aveva solo la scrittura. E con la scrittura ha smontato, verso dopo verso, la logica del potere che lo aveva tenuto in catene. Ha dato un nome agli argomenti del più forte — e nominarli è già il primo atto di resistenza.
La favola non cambia il mondo: il leone alla fine si prende tutto e lo stesso. Ma chi legge i versi di Fedro non può più assistere a una «divisione equa» imposta dall’alto senza riconoscere lo schema, senza sentire risuonare quei quattro argomenti. La letteratura non abbatte il potere, ma gli toglie l’innocenza. E questo, per uno schiavo che scriveva nell’ombra del principato romano, era già moltissimo.
