C’è un’immagine di Dante Alighieri che tutti abbiamo stampata in mente: il Sommo Poeta dal profilo severo, la corona d’alloro e lo sguardo rivolto a massimi sistemi. Ma se vi dicessimo che il padre della lingua italiana è stato anche il primo vero “ribelle” della nostra letteratura?
Esiste infatti un verso del poema di Dante capace di suscitare una reazione di ripulsa nei paladini dello stile classicistico, i quali non riuscivano a tollerare questo genere di insolenze triviali in un poema di tale densità intellettuale. Come scrive Vittorio Sermonti “il verso, inequivocabile, è uno dei più scandalosamente ilari e famosi della Commedia”.
Grazie al prezioso contributo di Dario Pisano, scopriamo qual è in verso in questione capace di rompere ogni schema di “decoro”, restituendoci un Dante incredibilmente umano, ironico e, sì, decisamente rock.
Il verso più scandaloso della Divina Commedia
Siamo nel Canto XXI dell’Inferno. Dante e Virgilio si trovano nella quinta bolgia, dove i barattieri (i corrotti della politica) sono immersi nella pece bollente, sorvegliati dai Malebranche, una bizzarra e grottesca truppa di diavoli.
Il verso incriminato chiude il canto con un’esplosione di realismo:
“Ed elli avea del cul fatto trombetta”
A farlo è Barbariccia, il capo dei diavoli, che usa un segnale acustico decisamente poco ortodosso per dare il via alla marcia della sua truppa.
Qui come in altri luoghi della prima cantica, Dante sembra un teppista della lingua, un antesignano del realismo sporco (corrente letteraria che avrà un cultore di eccezione nel poeta statunitense del secondo Novecento Charles Bukowski). Dante – ci ha insegnato Natalino Sapegno – è “un classico senza classicismo”. Molti secoli prima della rivoluzione romantica, Dante ci ha insegnato che le vie dell’arte sono infinite e capaci di implicare qualunque referente.
L’analisi del verso
Il verso sigilla un canto nel cerchio VIII, costituito da dieci fosse (bolge) disposte in modo concentrico attorno a un pozzo (il cerchio IX). Il passaggio da una bolgia all’altra è assicurato da ponti o scogli che scendono verso il centro. Questa segmento dell’Inferno ospita i barattieri, ossia coloro i quali hanno approfittato della posizione politica, delle cariche pubbliche, per trarne illeciti guadagni.
La pena prevede che questi siano immersi nella pece bollente, impediti a uscirne dai diavoli che li sorvegliano dalle rocce, pronti ad afferrarli e colpirli con i loro uncini. Il senso del contrappasso è il seguente: costoro durante la vita si sono invischiati nella corruzione e adesso sono per l’eternità immersi nella pece, a rischio continuo di venire arpionati e straziati.
I diavoli per Dante
Dante distribuisce i diavoli strategicamente nei diversi luoghi infernali, assegnando loro la funzione di aguzzini e guardiani. Nella porzione narrativa in questione, l’autore apre alla scena un disturbante gruppo di demoni neri chiamati Malebranche, i quali fanno la loro apparizione mentre tormentano un anonimo dannato che tenta di evadere dalla pece. Appena scorgono Virgilio e Dante, si fanno avanti minacciosi, per acquietarsi appena scoprono che il loro viaggio è autorizzato da Dio. Inizialmente, li beffano indicando la strada sbagliata, dopodiché si offrono di condurli fino alla bolgia successiva.
L’explicit del canto ci presenta il capodiavolo attraverso un dettaglio anatomico tra i meno nobili del corpo umano, usato come strumento comunicativo (vv. 136 – 139):
Per l’argine sinistra volta dienno;
ma prima avea ciascuna la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
Perché questo verso è rivoluzionario?
Per noi la cultura non deve stare su uno scaffale impolverato, ma deve saper parlare la lingua della realtà. Dante lo aveva capito già nel Trecento: con questa rima, il Sommo Poeta compie quello che potremmo definire l’Editto di Caracalla della letteratura: estende la “cittadinanza poetica” a ogni aspetto dell’esistenza, anche ai più bassi e volgari, che non avevano avuto fino a quel momento licenza letteraria, almeno nell’ambito della tradizione illustre.
Non esiste un limite a ciò che può essere raccontato in poesia. Se l’Inferno è fango, pece e oscurità, anche il linguaggio deve sporcarsi le mani. Dante non cerca il termine edulcorato; cerca la verità dell’immagine.
Dante e il coraggio di essere “pop”
I commentatori – nel corso delle varie epoche – si domandati il senso di una simile audacia espressiva. Preliminarmente, è necessario rammentare che Dante fu allontanato da Firenze proprio con l’accusa di baratteria (il peccato castigato in questa microunità narrativa). Aveva probabilmente ragione il commentatore ottocentesco Niccolò Tommaseo, secondo il quale questa deflagrazione grottesca è “la vendetta derisoria che Dante rivolge ai suoi accusatori, ridicolizzandone l’accusa che si pretende seria”.
Oggi definiremmo Dante un genio del marketing o un audace sperimentatore di linguaggi. In un’epoca in cui la poesia doveva essere solo “dolce” e “stile”, lui decide di inserire rumori corporei, insulti e scene da commedia slapstick.
Rileggere questo verso oggi non significa solo sorridere di una licenza poetica, ma riconoscere la grandezza di un autore che ha abbattuto le barriere tra cultura d’élite e vita vissuta. Dante ci insegna che la bellezza non sta solo nel sublime, ma nella forza di chiamare le cose con il loro nome, senza paura di scandalizzare.
La lezione del Sommo Poeta
Dante dimostra in questo verso che per lui non esistono limiti alla poetabilità del reale. Di conseguenza, egli adopera disinvoltamente materiali lessicali che – nella tradizione successiva – verranno risospinti nel limbo della “impoeticità”.
Con il suo “segnale da trombetta”, il sommo Poeta ci ricorda che la letteratura è viva, è carne, è provocazione. La prossima volta che a scuola o in un saggio leggerete di Dante come di un busto di marmo intoccabile, ricordatevi di Barbariccia e della sua insolita fanfara. Ricordatevi che la lingua italiana è nata anche da questo coraggio: quello di essere, quando serve, magnificamente scandalosi.
Scopri perché Dante è un simbolo della cultura italiana nel mondo
