Il Caravaggio della discordia a Brera, è autentico? Philippe Daverio “Ci sono degli argomenti favorevoli”

In mostra alla Pinacoteca la Giuditta rinvenuta in Francia che secondo molti critici non è del Merisi. Il direttore Bradburne stupisce: Palazzo Barberini e Capodimonte si erano rifiutati di esporlo

MILANO – Un dialogo deve creare dibattito e James Bradburne, il direttore della Pinacoteca di Brera, ha centrato l’obiettivo con l’esposizione della Giuditta che decapita Oloferne. Avranno a ricredersi, forse, i detrattori della riforma di Dario Franceschini con le poco amate nomine estere ai vertici dei maggiori musei italiani. Ci scherza su anche Philippe Daverio: “Non ero molto entusiasta dei direttori stranieri ma alla Pinacoteca è andata bene, Bradburne è simpatico!”.

LA DIATRIBA – Nel clima rilassato, dialettico ma anche scherzoso, le ombre caravaggesche si fanno avanti. Ad accendere il dibattito Nicola Spinosa, lo studioso ex soprintendente e direttore del Museo di Capodimonte, che ha assegnato a Caravaggio – con tanto di pubblicazione annessa – quella che già chiamano la Giuditta della discordia. Una questione “Spinosa” tanto che Giovanni Agosti, professore alla Statale, contrario a esporre l’opera scoperta in Francia nel 2014 si è dimesso dal comitato scientifico della Pinacoteca di Brera. Dello stesso avviso Mina Gregori, massima esperta di Caravaggio che ne aveva subito respinto l’attribuzione. Il quadro divide gli esperti e i musei, Palazzo Barberini di Roma e il Museo di Capodimonte di Napoli si sono rifiutati di accettare il presunto Caravaggio negando alla mostra di Brera il prestito dei loro Caravaggio. Eppure la città capitolina conserva proprio alle Gallerie nazionali d’arte antica la Giuditta che taglia la testa di Oloferne, quella certa, mentre il museo partenopeo ha un direttore francese Sylvain Bellenger nonché la Flagellazione del Merisi. Sì, purché se ne parli, anche se il dubbio resta e spacca il mondo dell’arte, di fronte a un quadro che se ricondotto al maestro lombardo varrebbe, come decretato in Francia, 120 milioni di euro. Bradburne però si difende senza perdere il sorriso: “Nessuna speculazione, ho solo favorito un dialogo attorno al Caravaggio”.

GIUDITTA –  La Giuditta francese è ora esposta accanto alla Cena in Emmaus e ad altri quattro lavori di caravaggisti, tra cui la Giuditta della collezione Intesa di Napoli attribuita al fiammingo Luis Finson, piuttosto simile alla tela rivenuta a Tolosa. Nella didascalia un asterisco spiega la diatriba sulla paternità, unico vincolo chiesto in Francia per il beneplacito alla mostra.

LA MOSTRA – Dal 7 novembre fino al 5 febbraio 2017 la discussa Giuditta, affiancata da una copia di quella Finson, rimarrà a farsi ammirare e contestare dagli occhi curiosi dei turisti di Brera, circondata da altre opere del Caravaggio come la Maddalena, l’opera che Merisi aveva con sé poco prima di morire, riscoperto nel 2014 e che la Gregori aveva confermato essere del maestro lombardo.

IL PARERE DI SPINOSA – Ma per i sostenitori della paternità del Caravaggio quali sono le tesi a favore? “Il dipinto è segnalato per la prima volta in due lettere inviate dall’agente di Napoli del duca di Mantova Ottavio Gentile nel 1607, quando il Caravaggio era da poco partito da Napoli per Malta, per suggerire al duca l’acquisto di due dipinti dell’artista, raffiguranti la Madonna del Rosario e Giuditta che taglia la testa di Oloferne, dipinti sul posto e visti entrambi nella bottega dei pittori Louis Finson e Abraham Vinck, amici del pittore lombardo” riferisce Spinosa. Quest’ultimi due si ritrovano poi ad Amsterdam dove Finson li lascia in eredità all’amico, come mostra il testamento, le due opere del Merisi. Nel 1620 la Madonna va a una commissione, che vantava Rubens fra i suoi, destinata ad Anversa (oggi si trova a Vienna) mentre della Giuditta si perdono le tracce. Sulla base delle epistole di Gentile e Pourbus si è ritenuto fino adesso Giuditta che taglia la testa a Oloferne una copia dell’originale del Caravaggio visto a Napoli, copia attribuita a vari, tra cui Finson. “L’attribuzione è supportata da una serie di analisi scientifiche, come la radiografia che ha evidenziato un’esecuzione estremamente rapida del dipinto” di un fuggitivo Caravaggio. A sostegno un’atmosfera fosca e drammatica, molto differente nelle tinte e nella scenografia della Giuditta romana.

Philippe Daverio

IL PARERE DI DAVERIO – E Philippe Daverio crede che si tratti di un autentico Caravaggio? “Non ho fideismi, il problema di un quadro uscito dal sudore di un artista o da quello di un altro è solo un fatto commerciale”. Analizzando i due quadri Daverio osserva nei dettagli la tela del discusso Caravaggio affiancato da quella di Finson: “La lama – del quadro attribuito al Merisi (ndr) –  è una lama che taglia, il lenzuolo è un lenzuolo (l’altro racconta solo di esserlo), la faccia della Giuditta è più perfida, la mano è abbronzata ma realistica mentre l’altra è troppo bruciata”. Il critico d’arte conclude non disdegnando la paternità caravaggesca “C’è un rapporto molto vicino alla verità come dimostra il sangue. C’è del teatro. Comunque ci sono degli argomenti favorevoli”

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