Lettera sulla felicità

Lettera a Meneceo, come raggiungere la felicità secondo Epicuro

La Lettera a Meneceo è un testo che, a distanza di oltre duemila anni, continua ad affascinarci per la sua attualità e le incredibili verità custodite.
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La Lettera a Meneceo, anche nota come Lettera sulla felicità, è il testo più famoso di Epicuro. Nelle poche pagine che compongono l’epistola, il filosofo affronta i temi centrali della sua filosofia per quanto riguarda l’etica e la metafisica: la ricerca della felicità, la paura della morte, la natura degli dèi e la classificazione dei piaceri. Un testo che, a distanza di oltre duemila anni, continua ad affascinarci per la sua attualità e le incredibili verità custodite.

Epicuro è stato un filosofo greco antico. Fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell’età ellenistica e romana, l’epicureismo, che si diffuse dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C., subì un rapido declino, per essere poi rivalutato secoli dopo dalle correnti naturalistiche dell’Umanesimo, del Rinascimento e dal razionalismo laico illuminista.

Abbiamo scelto di riportare la traduzione della Lettera a Meneceo ad opera del professor Roberto Contessi, tratta dal libro di Salvatore Natoli “L’attimo fuggente e la stabilità del bene” (EDUP, 2008),

La felicità non ha età

Caro Meneceo,
sappi che la conoscenza della felicità non richiede un’età precisa, perché a qualsiasi età è piacevole prendersi cura del benessere della propria vita. Chi sostiene che non è ancora giunto il tempo di dedicarvisi, oppure che oramai è troppo tardi, crede che il momento giusto per farlo è alle nostre spalle oppure davanti a noi. Al contrario, conoscere la felicità riguarda sia il giovane sia l’anziano: il secondo per trarre benessere dal caro ricordo di ciò che ha realizzato, il primo per trarne forza e nutrimento e prepararsi a non temere il futuro. Ti mostrerò, dunque, quello che bisogna fare per ottenere la felicità, perché la sua presenza soddisfa la nostra vita, mentre la sua assenza ci spinge a fare di tutto per ottenerla. Rifletti sulle cose che ti raccomando e, allo stesso tempo, mettile in pratica: sono fondamentali per una vita ben realizzata.

La vita divina è eterna e felice

Prima di tutto, allora, considera che la vita divina è eterna e felice, come suggerisce la comune idea che abbiamo di dio: ogni divinità possiede una vita infinita e sempre felice. Va da sé che non ci sono dubbi sull’esistenza degli dei, ma le divinità non sono come le credono molte persone, che così facendo mettono in dubbio o tradiscono le loro stesse certezze più profonde. Ricordati che non è empio e irriverente chi rifiuta la religione popolare, ma chi attribuisce agli dei le convinzioni errate della gente comune. Questi giudizi sono false opinioni, perché di volta in volta attribuiscono agli dei la causa o delle più grandi sofferenze o dei beni più straordinari. In realtà, Meneceo, gli dei sono assolutamente felici e mostrano di riconoscere la somiglianza con le persone piene di virtù, quanto di mantenere la distanza da chi ne è completamente privo.

Non dobbiamo temere la morte

In secondo luogo, abituati Meneceo a pensare che la morte non è nulla per noi, perché le sofferenze o i piaceri si acquisiscono con i sensi; la morte invece non è altro che l’incapacità di avere coscienza. La consapevolezza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, scacciando l’inganno del tempo infinito che è provocato, invece, dal desiderio d’immortalità. Non c’è nulla di terribile nel vivere per chi sa che non c’è nulla da temere nel non vivere più…Invece, vedi Meneceo, la morte — considerata il più atroce di tutti i mali — non esiste per noi. Quando noi viviamo, la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo più noi. Dunque, la morte non è nulla né per noi, che siamo vivi, né per i morti, che non sono più. Invece, la gente comune fugge la morte come il peggior male, oppure la invoca come un luogo di pace rispetto ai mali che vive… Alcuni invitano il giovane a vivere bene e il vecchio a morire bene, ma questo è di nuovo sciocco non solo per la dolcezza che la vita sempre riserva — anche da vecchi — ma anche perché una bella vita ed una bella morte fanno parte della stesso stile di comportamento. Altri, ancora peggio, dicono che è meglio non nascere per niente, oppure, una volta venuti al mondo, passare al più presto la porta dell’Ade. Se sono così convinti, perché allora non se ne vanno via da questo mondo? …

Il futuro ci appartiene, ma solo in parte

Ricordiamoci poi, Meneceo, che il futuro sì ci appartiene, ma solo in parte. Solo così possiamo aspettarci che non si realizzi completamente tutto ciò che vogliamo, ma anche sapere che dobbiamo svolgere la nostra parte. Così pure teniamo presente che solo alcuni desideri sono naturali e profondi, mentre molti altri invece sono inutili; e fra i naturali solo alcuni sono bisogni necessari. Alcuni di questi sono fondamentali per la felicità, altri invece per il benessere fisico, altri ancora per la stessa sopravvivenza. Una conoscenza attenta dei desideri guida ogni nostra scelta, come ogni nostro rifiuto, al fine di raggiungere il benessere del corpo e la perfetta serenità della mente. Questo è il compito della vita felice e a questo noi indirizziamo ogni nostra azione per fuggire il dolore e l’angoscia. La serenità placa ogni bufera inferiore, perché il nostro organismo vitale non ha bisogno di nient’altro per il bene della persona.

L’importanza di ricercare il piacere

Dunque, il bisogno del piacere indica che soffriamo la sua mancanza, mentre non soffriamo più quando non ne abbiamo più bisogno. In questo senso, credo che il piacere sia principio e fine della vita felice, perché lo considero il bene fondamentale e naturalmente congenito per l’essere vivente. Sulla sua base valutiamo quello che volere o rifiutare e lui è la guida per valutare ciò che è buono. Proprio per questo, sarebbe errato credere che è giusto volere qualsiasi piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni, da cui può venirci più male che bene, e invece considerare che alcune sofferenze sono preferibili ai piaceri stessi, se possiamo provare un piacere più grande dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma non conviene averli tutti. Allo stesso tempo, il dolore è sempre male, ma non tutti i dolori sono sempre da evitare. Gli uni e gli altri vanno giudicati in base alla considerazione dei danni e dei benefici, così come certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene.

Imparare a vivere delle cose semplici

Inoltre, Meneceo, considero una gran cosa l’indipendenza dai bisogni, non perché ci dobbiamo accontentare sempre di poco, ma perché possiamo essere soddisfatti anche di questo poco se ci capita di non avere molto. Sono convinto che l’abbondanza si gode con più dolcezza se ne siamo meno dipendenti. In fondo, non è difficile trovare ciò che veramente serve, mentre le cose inutili si presentano sempre difficili da conquistare. E i sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, come pasteggiare con l’acqua e un pezzo di pane dà un grande piacere a chi ne era privo. Saper vivere di poco, dunque, non solo porta la salute e asciuga la bramosia verso i bisogni della vita, ma anche, quando di tanto in tanto capita di condurre una vita agiata, ci fa apprezzare meglio questa condizione, restando indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dico che il piacere è il fine della vita felice, non intendo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che non conoscono le nostre idee, le osteggiano in modo fazioso o le interpretano male. Il piacere che intendo aiuta a non soffrire con il corpo e ad essere sereni con la mente…

Farsi guidare dalla saggezza

In realtà, Meneceo, il principio e bene supremo nella condotta è la saggezza, che appunto guida la stessa filosofia, madre di tutte le altre virtù. Essa ci insegna a comprendere che non c’è vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta che sia priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili…Questo genere d’uomo sa anche che è stupido credere che il fato sia padrone di tutto, come pensano alcuni; le cose accadono o per necessità, o per volontà della fortuna o per volontà nostra. Se la necessità è irresponsabile e la fortuna instabile, invece la nostra volontà è libera: per questo può meritarsi lode o biasimo… Però è meglio essere senza fortuna ma saggi, piuttosto che fortunati e stolti; nella vita quotidiana, poi, preferisco che un bel progetto non vada in porto, piuttosto che abbia successo un progetto dissennato.
Mi raccomando, Meneceo: rifletti, quando ti capita, di giorno oppure di notte, su quello che ti ho detto e su altre cose simili. Fallo da solo o con chi ti è vicino e sarai sempre libero dall’angoscia. Vivrai come un dio fra gli uomini, perché l’uomo che vive fra i beni immortali non sembra più neanche mortale.

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