Giorno della memoria

Arno Baehr, la storia di un bambino colpito dalle leggi razziali

Arno Baehr, un bambino che nel 1938 frequentava un'elementare milanese, ci racconta la sua esperienza della Shoah e ci ricorda perché è fondamentale continuare a parlarne
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Conosciamo la storia di Arno Baehr attraverso l’intraprendenza e la tenacia di un gruppo di mamme del Gruppo Archivio della scuola elementare milanese Stoppani. È il 2014, alcune mamme, mettendo ordine negli archivi, cercano di capire come le leggi razziali abbiano inciso sui bambini che frequentavano la scuola. E così scoprono che nel 1938, quando le leggi razziali vengono applicate in Italia, ci sono circa 16 bambini ebrei, quasi tutti stranieri. Approfondendo la loro ricerca, scoprono che uno di questi, Arno Baehr, è ancora vivente e ora vive in Israele. È un traduttore dall’ebraico all’italiano e viceversa per varie case editrici, (traduttore per esempio del libro di Yehoshua L’amante per Einaudi dall’ebraico all’italiano e, di recente, dall’italiano all’ebraico di Io resto qui di Balzano).
 
Per gentile concessione dell’Associazione Scuola Stoppani.
Riprese video di Giovanni Lucci.

Chi è Arno Baehr

Arno nasce a Colonia e lì trascorre parte della sua infanzia, quando, con l’introduzione
delle leggi razziali in Germania, è costretto a fuggire dal Paese con tutta la famiglia.  Si trasferisce in Italia e dopo aver frequentato per due anni la scuola tedesca, frequenta con grande profitto la Stoppani, aggiudicandosi diversi premi di scrittura. Ma presto il diritto di andare a scuola gli viene negato anche in Italia, così come il diritto di essere un bambino come tutti gli altri. Il padre di Arno viene trasferito in Calabria in un campo per deportati stranieri e vi rimane per 5 anni, lui trova rifugio a Lambrate.
 
 
Arno, invitato a raccontare la sua storia ai bambini delle elementari della “sua stessa scuola elementare” Stoppani, ha accettato e raccontato in maniera coinvolgente la sua esperienza ai bambini, suddividendo la sua storia in tre capitoli, intitolati storia buffa, triste e avventurosa.

L’intervista

Noi, abbiamo raggiunto telefonicamente Arno Baehr per rivolgergli alcune domande.
 
Arno, quali sentimenti e quali momenti sono rimasti impressi nel suo cuore nel momento in cui è stato cacciato dalla scuola e nel momento in cui siete stati costretti a fuggire?
 
Ci sono tre momenti cruciali che sono impressi nel mio cuore e nella mia mente relativi alla mia esperienza in Italia.
Il primo è sicuramente quello in cui con mio fratello e mio padre eravamo, come tutte le domeniche, al parco e mentre eravamo seduti su una panchina sono arrivati due poliziotti che hanno arrestato mio padre. Era il giugno del ’40. Io avevo dodici anni. Hanno arrestato mio padre e lo hanno portato a San Vittore, mentre hanno riportato a casa me e mio fratello senza dare spiegazioni. L’altro momento è stato quando siamo andati alla stazione centrale di Milano a salutare mio padre che veniva deportato in Calabria a Ferramonti di Tarsia. Abbiamo visto mio padre, in manette, tra due poliziotti che lo portavano al campo di concentramento. Il terzo momento è stato nell’ottobre del ’43, quando due poliziotti italiani sono venuti a casa nostra e, con il pretesto di fare una perquisizione, ci hanno avvertito che i tedeschi sarebbero venuti la mattina seguente a prenderci e noi siamo così scappati. Poi ci siamo nascosti a Lambrate e lì abbiamo avuto l’aiuto di tanti italiani gentili e generosi che ci hanno aiutato anche mettendo a rischio la loro vita e ci hanno aiutato a nasconderci o a fare i documenti d’identità falsi. E così ci siamo salvati. Lo stesso è successo alla famiglia di mia moglie, anche lei si è salvata grazie all’aiuto di italiani generosi. I sentimenti che abbiamo provato sono di smarrimento, di paura, di angoscia, di terrore. Immagini solo che noi eravamo tranquilli al parco e improvvisamente si avvicinano due poliziotti e arrestano mio padre senza dirci il motivo. Sono immagini e momenti che un ragazzino non può dimenticare. Così come quando ci hanno detto esplicitamente che la mattina dopo i tedeschi ci avrebbero presi e deportati. I miei nonni e i miei zii in Germania sono stati deportati e uccisi.
 
Qual è il sentimento che prevale in lei nei confronti degli italiani?
 
La bilancia per me e la mia famiglia è molto positiva perché siamo stati aiutati da tante persone. So che molti ebrei italiani sono stati arrestati, mandati in Germania e uccisi nei campi di concentramento. Ma il bilancio in generale è positivo perché tanti hanno rischiato la loro vita per salvare gli ebrei.
 
Perché quando la guerra è finita e tutti questi orrori sono terminati avete deciso di andare via dall’Italia?
 
Dopo quello che è successo agli ebrei in Europa, in Germania e in parte anche in Italia, non potevamo più fidarci di restare in un Paese che non fosse il nostro e avevamo bisogno di creare uno Stato che fosse solo nostro. Così abbiamo deciso di andare via dall’Italia per costruire con le nostre mani un paese che fosse solo nostro. Io ho lavorato la terra in un kibbutz per tanto tempo. Poi da circa quarant’anni ho lasciato il kibbutz e faccio il traduttore.
 
Quando torna in Italia, oggi, quali sentimenti prova?
 
I miei sentimenti sono contrastanti. Non si capisce come a pochi decenni di distanza dalla Shoah, dall’uccisione di 6 milioni di ebrei, possa esserci il risorgere di sentimenti di antisemitismo. Non si capisce come e perché si debbano insultare, picchiare degli ebrei. Mi fa paura la società di oggi che dopo così pochi anni, ritorna ad avere questi sentimenti contro gli ebrei.
 
Ritornando al passato, all’epoca si respirava nell’aria questo sentimento contro gli ebrei? C’era qualcosa che lasciasse intravedere un simile orrore?
 
Gli ebrei sono stati perseguitati nei secoli dei secoli a cominciare dai primi cristiani per poi passare al ghetto di Venezia e poi ancora per gli altri ghetti. Gli ebrei siamo sempre stati il capro espiatorio; quando ci sono stati sentimenti di odio sono sempre stati scaricati contro di noi. È sempre stato così dalla notte dei tempi. Nessuno immaginava che dopo la Shoah, dopo che ciò che è successo è stato sotto gli occhi di tutti, potessero esserci nuovi rigurgiti e focolai di odio qua e là, in Germania, in America, in Inghilterra  e nella stessa italia.
 
Come si possono combattere l’odio e l’ignoranza?
 
Insegnando la storia, ripetendo ai bambini e a i giovani cosa è successo ai loro padri e ai loro nonni. Non con le leggi, ma insegnando di più la storia. La giornata della memoria è importante ma non bisogna parlarne solo nel giorno della memoria, ma sempre. 
 
Arno, la ringraziamo, la sua testimonianza è davvero preziosa anche per questa funzione di educazione verso tutti noi che non abbiamo vissuto quel periodo affinché imprimiamo nella nostra memoria quello che l’ignoranza e l’odio possono fare e affinché non si ripeta più nei confronti di nessuno.
Un ringraziamento anche alle mamme del Gruppo Archivio dell’Associazione Scuola Stoppani e alla Dirigente che hanno reso possibile portare questa testimonianza ai bambini e a noi.
 
 
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