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il triste anniversario

Perché Kobe Bryant non era solo un atleta di basket

Il 26 gennaio 2020 in un incidente con il suo elicottero, Kobe Bryant muore. Insieme a lui sua figlia. Una notizia che portò dolore, rabbia, sgomento, che oggi ricordiamo con il cuore in gola.

È il 26 gennaio 2020 quando una notizia sconvolge tutto il mondo: Kobe Bryant, la stella mondiale del Basket, muore in un incidente in elicottero insieme alla Figlia Gianna. Una tragedia, che portò, oltre loro due, altri 6 morti. Una notizia che sconvolge il mondo dello sport e non, provocando una ferita immane nel cuore di ognuno di noi. Kobe non era uno sportivo Italiano, ma rappresentava un modello di vita, di uomo, in grado di ispirarci e motivarci.

Non solo cestista

Kobe Bryant era considerato tra i miglior giocatori della storia dell’NBA: vinse ben cinque titoli con i Lakers, più due ori olimpici con la nazionale Usa. Oltre questo però, fu un personaggio amato in tutto il mondo per la sua generosità e il suo attivismo. Sempre in prima linea contro la violenza degli agenti nei confronti degli afro-americani e sostenitore dello sport giovanile, visto come principale strumento di emancipazione. Non fu solo un cestista, ma anche un punto fermo per comunità in difficoltà, emarginati, ragazzi di ogni etnia. Lui fu un faro, una speranza, un respiro di aria pulita per chiunque. Nel 2018 fu premio Oscar con il regista e animatore Glen Keane nella categoria miglior cortometraggio d’animazione per ‘Dear Basketball’, da lui sceneggiato.

Kobe Bryant e l’Italia

Kobe Bryant era innamorato dell’Italia, al punto da dare alle sue quattro figlie tutti nomi italiani. Proprio da noi, aveva passato la sua infanzia, spostandosi nelle varie città dei club per i quali giocava il padre Joe. Da Rieti a Reggio Calabria, da Pistoia a Reggio Emilia.
Quest’ultima città ha persino scelto di dedicargli una piazza, in memoria di Kobe e la figlia. Lo spazio prenderà il nome di “Largo Kobe e Gianna Bryant.”

Una morte che ci ha segnato

Il mondo, il 26 gennaio 2020, non era ancora in ginocchio per una pandemia globale. Non parlavamo ancora di morti, contagi, tragedie, ambulanze, terapie intensive. Così, la notizia sconvolgente dell’incidente di Kobe Bryant, ci ha segnato. Ci ha fatto riflettere sulla fugacità di ogni momento, sul pericolo del destino che diventa più forte di noi. Kobe aveva vietato alla moglie di prendere l’elicottero insieme a lei, perchè “non si sa mai”, perchè la sicurezza di lei prima di tutto. Questo ci ha segnato ancora di più. Il prendere coscienza che, spesso, la morte è dietro l’angolo e, per un uomo così, la priorità sarebbe sempre e comunque stata proteggere la moglie. Il mondo non era ancora in ginocchio ma già ci preparavamo, con il dolore della morte di un mito. Un dolore che, un anno dopo, continua a farsi sentire e continua a provocare un enorme vuoto.

 

Stella Grillo

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