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Femminicidio

Può un figlio morire per difendere la madre?

Un figlio può morire per difendere la madre? La cronaca diventa tragedia. Ieri,un ragazzo di soli 19 anni è stato ucciso dall'ex compagno della madre.

La cronaca, di nuovo, diventa tragedia. Ieri, 12 maggio 2021 un ragazzo di soli 19 anni è morto a Nuoro per difendere la madre da un’aggressione dell’ex compagno. L’ennesima notizia di violenza, che ci fa riflettere sull’ingiustizia della morte di un giovane ragazzo, un figlio, sacrificatosi per l’ennesima donna vittima di aggressioni. 

Un figlio muore per difendere la madre 

Ci troviamo a Nuoro, è un ragazzo di appena 19 anni è morto nel tentativo di salvare la madre dalle aggressioni del suo ex compagno, armato di coltello. Lo leggiamo sul Corriere e su la maggior parte dei quotidiani Italiani. Leggiamo testimonianze, racconti agghiaccianti. Leggiamo dell’ennesima donna in fin di vita.

E così ci troviamo davanti ad una domanda: può un figlio morire per difendere la propria madre, dall’aggressione di un altro uomo?  
La notizia sconvolgente, ci fa porre l’attenzione sulla tragicità dei femminicidi, che continuano ad essere almeno 1 ogni 3 giorni. Un dato sconvolgente che, ahimè, rimane costante da anni. 
I dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto una qualche forma di violenza fisica.
Impressionanti sono anche i dati riportati sui “Killer” di queste donne che, come mostra sempre l’Istat, per la maggior parte delle volte sono dei veri e propri conoscenti o amanti delle vittime,

“Delle 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare il 49,5% dei casi dal partner attuale, corrispondente a 55 donne, l’11,7%, dal partner precedente, pari a 13 donne, nel 22,5% dei casi (25 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nel 4,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, ecc.) (5 donne).

Per oltre la metà dei casi le donne sono state uccise dal partner attuale o dal precedente e in misura maggiore rispetto agli anni precedenti: il 61,3% delle donne uccise nel 2019, il 54,9% nel 2018 e il 54,7% nel 2014.”

È importante utilizzare la parola “Femminicidio”

Femminicidio è un termine che, inevitabilmente, ci fa passare un brivido dietro la schiena. Ci fa salire rabbia, disprezzo, paura, preoccupazione. Ma perché è importante utilizzare questo termine? 
Perchè questo neologismo, proprio perchè definito così, è entrato nel nostro linguaggio, poco tempo fa. È stato infatti inserito nel vocabolario solamente nel 2010.

Treccani lo inserisce nei termini del XXI Secolo, definendolo così:

“Femminicidio” è il termine con il quale si indicano tutte le forme di violenza contro la donna in quanto donna, praticate attraverso diverse condotte misogine (maltrattamenti, abusi sessuali, violenza fisica o psicologica), che possono culminare nell’omicidio. Questo tipo di violenza affonda le sue radici nel maschilismo e nella cultura della discriminazione e della sottomissione femminile:  le donne che si ribellano al ruolo sociale loro imposto dal marito, dal padre, dal fidanzato vengono maltrattate o uccise.

Quando si parla di determinati fenomeni, è fondamentale sottolineare la prospettiva dominante maschile, che esercita potere – e violenza- su una donna. Utilizzare i termini corretti significa non nasconderci più dietro a perbenismi, giustificazioni o quant’altro. Significa riconoscere sempre di più che la violenza sulle donne è un fenomeno reale, che va combattuto seriamente, punito.

I fenomeni come il “victim blaming” (colpevolizzare la vittima), della “cultura dello stupro” o dell’oggettivizzazione del corpo femminile, e altri,   sono le radici del femminicidio. Più ne parliamo con cognizione di causa, più siamo in grado di lottare contro determinati fatti.

È necessario un cambiamento culturale

È necessario un cambiamento strutturale e culturale” . Perché se un figlio deve ancora morire per difendere la propria madre, dobbiamo ancora cambiare molte cose della nostra società.

Così si esprime laCommissione regionale per le Pari Opportunità. Leggiamo su UnioneSarda.it:

“L’omicidio di Tortolì, che vede una donna, Paola Piras, gravemente ferita e suo figlio Mirko ucciso barbaramente, con la sola colpa di essere intervenuto a difendere la madre dal suo aggressore, è la prova del fatto che anche nelle comunità in apparenza più tranquille sia fondamentale non abbassare la guardia.
È necessario un cambiamento strutturale e culturale, affinché i principi della Convenzione di Istanbul trovino un riscontro fattuale nella società, come richiamato anche dall’ultimo Rapporto Grevio. Le Istituzioni devono collaborare attivamente e in modo sinergico per sostenere i Centri Antiviolenza e gli altri attori della rete di protezione che offrono aiuto e assistenza alle vittime di questi crimini e la Regione Sardegna, con la Commissione per le Pari Opportunità, si schiera al fianco delle vittime e prosegue la sua opera al fine di garantire un futuro sempre più luminoso e sereno alle donne e ai loro figli, e per far sì che anche in situazioni socialmente difficili non vengano mai meno il supporto e l’assistenza”

Anche Giorgia Meloni, sul suo account Twitter, ha commentato rendendo onore al giovane Mirko, figlio dell’ennesima violenza:

 

 

 

Stella Grillo

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