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Definizione di "cultura dello stupro"

Cultura dello stupro, cos’è e perché dobbiamo combatterla

Dopo i recenti casi di cronaca, l'ultimo dei quali vede il padre di una 18enne difendere gli autori dello stupro verso la figlia, si è tornato purtroppo a parlare di “cultura dello stupro”. Ma cosa significa?

Dopo i recenti casi di cronaca, l’ultimo dei quali vede il padre di una 18enne violentata da un branco a Campobello di Mazara difendere gli autori dello stupro, si è subito parlato di “cultura dello stupro”. Oltre a questo modo di dire, c’è chi ha detto anche che si tratta di “Victim Blaming”. Ma cosa significano questi termini? E perché è importante conoscere e combattere questi fenomeni?

 

Cos’è la cultura dello stupro?

Oggi si parla ovunque di cultura dello stupro. Ma siamo sicuri di sapere cosa è? La cultura dello stupro, in inglese “rape culture”,  è una “circostanza” in cui la violenza sessuale è normalizzata e giustificata, soprattutto attraverso i media e pubblicità. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso di un linguaggio misogino, l’oggettivazione del corpo delle donne e la glorificazione della violenza sessuale, creando così una società che non tiene conto dei diritti e della sicurezza delle donne stesse. La prima definizione del concetto, è stata data nel documentario dal titolo Rape culture, del 1975.  Qui, la regista video descrive come lo stupro sia rappresentato nel cinema, nella musica ed in altre forme di “intrattenimento”.

Pamela Fletcher, Emilie Buchwald, Martha Roth, autrici di “Transforming a Rape Culture”, testo pubblicato nel 1993, definiscono la cultura dello stupro come:

 

«(…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse.»

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“Canto delle donne”, la poesia della Merini sulle donne prevaricate dai bruti

L’omicidio di Sarah Everard ha scosso l’intera opinione pubblica. La sua storia, come quella di tante altre donne, ci fanno tornare alla mente i versi di una celebre poesia di Alda Merini,

 

Alcuni esempi

Quand’è che parliamo di Cultura dello stupro? Quali sono i campanelli d’allarme? Spesso siamo contornati da atteggiamenti bordar-line, di cui non ne riconosciamo la pericolosità. Ecco una lista di alcuni atteggiamenti riconducibili al concetto di “cultura dello stupro”.

-Incolpare la vittima (“Se l’è cercata!”)
-Banalizzare la violenza sessuale (“I ragazzi sono ragazzi!”)
-Battute sessualmente esplicite
-Tolleranza delle molestie sessuali
-Gonfiare le statistiche sulle false denunce di stupro
-Esaminare pubblicamente l’abbigliamento, lo stato mentale, i motivi e la storia della vittima
-Violenza gratuita di genere nei film e in televisione
-Definire la “virilità” come dominante e sessualmente aggressiva
-Definizione di “femminilità” come sottomessa e sessualmente passiva
-Pressione sulle donne per non apparire “fredde”
-Presupporre che solo le donne promiscue vengano stuprate
-Assumere che gli uomini non vengono stuprati o che solo gli uomini “deboli” vengono stuprati
-Rifiutarsi di prendere sul serio le accuse di stupro

-Insegnare alle donne ad evitare di essere stuprate

  

Victim Blaming

“Aveva una gonna talmente corta, certo che l’hanno stuprata.” Ecco una frase agghiacciante che, ahimè, viene spesso detta. “Beh, se ti metti questo vestito provocante, stuzzichi qualsiasi uomo”. Questo è proprio il “Victim Blaming”. Ovvero incolpare o dare responsabilità alla vittima, riguardo la propria aggressione. 

Una ragione per cui le persone incolpano una vittima è quella di prendere le distanze da un evento spiacevole e quindi confermare la propria invulnerabilità al rischio. Etichettando o accusando la vittima, gli altri possono vedere questa come diversa da loro. Le persone si rassicurano pensando: “Perché io non sono come lei, perché io non faccio così, questo non mi accadrebbe mai”. Perché è rischioso un atteggiamento del genere? Perché deresponsabilizziamo l’aggressore. Rendiamo “normale” o giustifichiamo in qualche modo, l’atto della violenza o dell’abuso. Una vittima non può avere la responsabilità, e dargliela significa metterla in una posizione di “difetto”. Come può una vittima, sentendosi in difetto, denunciare una violenza? 

 

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