“La casa di Parigi”, un classico della letteratura femminile inglese

"L'alba di una Parigi livida e fredda di febbraio accoglieva la piccola Henrietta alla Gare du Nord...."
"L'alba di una Parigi livida e fredda di febbraio accoglieva la piccola Henrietta alla Gare du Nord...."

Nelle prime pagine del romanzo “La casa di Parigi” (Sonzogno 2015, pp. 286, euro 16,00 – titolo originale The house in Paris, Postfazione di Leonetta Bentivoglio, traduzione di Alessandra di Luzio), di Elizabeth Bowen (Dublino, 7 giugno 1899 – Hythe, 22 febbraio 1973), l’alba di una Parigi livida e fredda di febbraio accoglieva la piccola Henrietta alla Gare du Nord.
La I Guerra Mondiale era finita da poco tempo. L’undicenne, orfana di madre, proveniente dall’Inghilterra doveva giungere sulla Costa Azzurra a Mentone presso la nonna, la signora Arbuthnot. La bambina, per alcune ore avrebbe soggiornato nell’abitazione della signorina Naomi Fisher “dagli occhi malinconici e apprensivi”, donna schiva e ansiosa, la quale viveva insieme alla madre malata. La ragazzina, occhi grigi e lunghi e lisci capelli biondi, seduta all’interno del taxi accanto alla sua ospite, osservava scorrere la città che si stava svegliando. “Disse tra sé e sé: ecco Parigi”. La Ville Lumière appariva ad Henrietta anonima e inospitale. L’assennata e giudiziosa Henrietta teneva tra le braccia una scimmietta di pezza dagli arti penduli, Charlie, che la seguiva ovunque andasse certa che “anche lui si diverta”. L’abitazione delle Fisher, un edificio a tre piani, sita in una strada silenziosa, sembrava una miniatura perché molto stretta. Alla bambina l’interno della casa aveva subito dato l’idea di un luogo sobrio e dignitoso. Henrietta, dopo una veloce toilette, si era recata nel salotto per una colazione composta di panini imburrati e croissants appetitosi. Finalmente la ragazzina poteva vedere distintamente in viso la signorina Fisher: le sue labbra erano segnate da piccole rughe e i suoi capelli erano scuri. Ma l’acuta piccola inglese era curiosa di conoscere il bambino che stava trascorrendo, casualmente come lei, alcune ore dalle Fisher. Leopold di soli nove anni proveniva da un paese vicino a La Spezia ed era arrivato a Parigi per incontrare, per la prima volta nella sua vita, la madre, l’inglese Karen Richards, vecchia amica di Naomi.

La ragazzina addormentatasi nel salotto era stata svegliata proprio dal sensibile Leopold, esile, dagli occhi scuri e dal naso pronunciato. I due bambini avevano iniziato a parlare instaurando una certa complicità, grazie anche alla reciproca curiosità infantile. Leopold, eccitabile, di temperamento nervoso, ansioso e voglioso di conoscere la madre, raccontava a Henrietta dove viveva e chi si prendeva cura di lui. La bambina invece rivelava al suo nuovo amico il suo desiderio di visitare il Trocadéro e quello di potersi accomodare in una sala da tè. In un arco di tempo molto breve, i due petits amis avrebbero compreso che il mondo che li circondava a volte poteva essere un luogo di segreti e bugie.
Nel volume, narrato in tre dimensioni temporali, l’autrice con una scrittura suggestiva e intensa, dipinge una tenera e solidale amicizia destinata a durare poche ore, tra due ragazzini che sono due piccoli adulti. “Si sentiva al tempo stesso triste e confusa come solo agli adulti poteva accadere”.

In un’abitazione claustrofobica, troppo piccola per contenere tutti gli eventi che si stavano verificando e come sospesa nel tempo vividamente descritta, Henrietta e Leopold si muovono, soffrono e si scambiano pensieri come se fossero in un palcoscenico sul quale gli adulti appaiono falsi e smarriti. “The house in Paris”, considerato il capolavoro della scrittrice irlandese, una degli esponenti del Bloomsbury Group, gruppo di artisti e intellettuali liberali e anticonformisti del XX Secolo in Inghilterra, al quale faceva parte Virginia Woolf, viene ora riproposto in versione integrale nella collana diretta da Irene Bignardi, Bittersweet, che ha come scopo recuperare i testi ritrovati della prima metà del Novecento. “Il cielo notturno screziato di riflessi ramati si fece di vetro sulla città punteggiata di insegne e finestre accese”.

Antonella Stoppini

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