Sotto il sole di montagna – Racconto di Melania De Carlo

Sotto il sole di montagna - Racconto di Melania De Carlo

Sosteneva molte cose con fermezza in quel periodo, che la marmellata fosse meglio della nutella sui pancakes al mattino, che vestirsi di nero conferiva un aspetto di gran lunga più elegante, che arrivare in anticipo a un appuntamento di lavoro aumentasse le probabilità di ottenerlo, che non può accadere nulla di troppo doloroso sotto un cielo punteggiato da miliardi di stelle luminose, che suo marito fosse pazzamente innamorato di lei.

Da qualche parte proveniva la dolce melodia di una chitarra.
Un soave monologo di note, una confessione, un inno alla bellezza del suono.
Doveva essere Filippo, quel ragazzino che occupava la stanza 230 insieme alla madre.
Febe si avvicinò alla finestra e lo immaginò mentre con le mani si tirava indietro la nuvola di capelli neri.
«Non essere ridicolo Pietro» sbottò all’improvviso distogliendo l’attenzione da quel suono e voltandosi verso il marito. «Non è neppure quello che vuoi».
«Certo che lo voglio! Dobbiamo solo andare via, lasciare questo posto. Andrà bene vedrai, possiamo ricominciare».
«Ma non lo capisci che il problema non è questo posto? Siamo noi. Non ti perdonerò perché non è per questo che mi hai confessato di avermi tradita. E non andremo da nessun’altra parte solo per provare a salvare questo matrimonio».
«Non possiamo mandare tutto a rotoli per uno sbaglio».
«Possiamo farlo e lo faremo. Mentre io sono venuta qui per cercare di capire quello che ci stava succedendo, tu hai preferito tradirmi. E sai cosa ti dico? Io ti ho amato. Non ho respirato per quanto amore provavo per te.
Ma adesso, adesso non lo so più cosa provo. Però respiro. E tu sei qui. Ma io respiro.
E non so come questo mi faccia sentire. Davvero, non lo so. Quello che è certo è che non ti seguirò questa volta. Voglio continuare a respirare e vedere dove questo mi porterà.
Dovresti ringraziarmi e iniziare a pensare a cosa farai da oggi in poi. A come cambierà la tua vita. Per adesso, ecco quello che faremo. Domani chiamerai l’agente immobiliare e le dirai di trovarti un appartamento arredato nel quale traferirti subito; mentre aspettiamo di poter ritornare a Torino, faremo finta che non sia successo niente. Rimarrai in questa stanza con me, non voglio diventare lo zimbello di questo posto.
Più avanti parleremo delle altre cose».
«Cosa diavolo stai blaterando Febe? Non dici sul serio. Tu non mi lasceresti mai.
Lo so che sei delusa e anche io lo sono. Però tu devi fidarti di me. Io so cosa è meglio per noi. Non voglio andare a vivere in un altro appartamento».
«Avrai un po’ di giorni per imparare a volerlo».
Febe uscì sul terrazzo, prese posto sulla sedia a dondolo e vi rimase a lungo ad osservare le imponenti montagne che la circondavano. Si sentiva sola. Era passato tanto tempo dall’ultima volta, anzi, riflettendoci meglio, non aveva mai avuto a che fare con la solitudine. Brutta cosa quando la si scopre da adulti.
Forse, d’ora in poi, avrebbe iniziato ad andare al mare d’estate.
Tornò dentro, si sedette davanti al computer e riprese a lavorare ma questa volta batteva con più forza le dita sulla tastiera, come se volesse trasferirvi l’impronta vivida dei suoi polpastrelli, lettera dopo lettera, parola dopo parola. Tutto doveva restare impresso, lasciare una traccia.
L’articolo che stava preparando era pronto un’ora più tardi e la fine recitava così: “Lasciate che sia il tempo a mostrarvi la strada. Non abbiate timore di aspettare, non siate impazienti. Tutto ha una fine, a cui segue necessariamente un grande inizio. E se sarete abbastanza fortunati da accorgervene, avrete guadagnato nuovi sguardi. Gli occhi però, quelli resteranno gli stessi a ricordarvi che nonostante unico sia il punto di partenza, ce ne sono fin troppe di destinazioni”.
L’Hotel Cristel è una tipica casa di montagna a gestione familiare che sorge imponente a ridosso della valle di Saint-Barthélemy, immerso in una natura selvaggia e incontaminata.
Ettore e Giacomo decisero di occuparsi della struttura dopo la morte del padre che, da quando lo aveva costruito, se ne era preso cura con dedizione assoluta.
Nato dalla ristrutturazione di un vecchio fienile, l’albergo dispone di ventitré camere, ognuna delle quali dotata di un proprio terrazzo coperto e interamente in legno.
La hall è il vero gioiello dell’Hotel Cristel. Ampio e luminoso, al centro ospita uno scenografico camino in pietra circondato da grandi divani con penisola sui toni del grigio e del bianco. In fondo l’intera parete è occupata da una splendida libreria in legno di quercia con numerosi volumi.
Sembra di entrare in un cottage d’altri tempi, con imponenti travi a vista che restituiscono un’atmosfera rustica ed elegante allo stesso tempo.
Pietro si lasciò cadere sul letto e appoggiò la testa tra le mani. Davvero era stato così sciocco da pensare che una donna come Febe potesse perdonare un tradimento? Era successo solo una volta e non perché non la amasse più, almeno così credeva. Maledetta festa di mezza estate! Non sarebbe mai dovuto entrare nel rifugio con quella donna che da quando era arrivato, aveva cercato di sedurlo.
Che razza di uomo era diventato? Perché il destino si era accanito contro di lui?
Lui e Febe si erano sposati in una soleggiata mattina di fine estate, sei anni prima, nella chiesetta di legno in cima alla baita.
Febe indossava un romantico abito bianco, di tulle e pizzo, che ricadeva morbido lasciando scoperta la schiena. Amava più di ogni altra cosa le sue labbra vermiglie da fata e si augurava che quegli occhi non smettessero mai di guardarlo così intensamente.
Tutto procedeva meravigliosamente, almeno fino a quando il gelo non era entrato prepotentemente nelle loro vite. Alla fine il destino li aveva premiati, ma tutto ha un prezzo.
Da allora aveva iniziato a sentirsi relegato in una condizione di inadeguatezza disarmante, verso il mondo e verso quello che di loro restava.
Aveva trascorso i mesi successivi chiuso nel suo studio che odorava di carta e marmellata, a studiare un particolare tipo di fauna marina che lo coinvolgeva al punto di perdere qualsiasi contatto con la realtà permettendogli di non pensare al suo matrimonio.
Era un sognatore nel suo lavoro e non mollava la presa fino a quando non raggiungeva l’obiettivo che si era prefissato.
Impossibile prevedere quando questo sarebbe accaduto. Giorni, mesi, anni…
Intanto Febe era costretta a preparare continuamente vasetti di marmellata di more e biscotti di pan di zenzero per tenere viva la concentrazione del marito e sentirsi utile in qualche modo.
Durante il suo ultimo viaggio in Nuova Guinea aveva avvistato un esemplare di Allonautilus scrobiculatus, appartenente al genere dei Nautilus, della famiglia dei calamari e delle seppie. Fino a quel momento solo altre due persone al mondo avevano avuto la possibilità di ammirare quella che era ritenuta una delle più rare specie al mondo.
Con un pizzico di fortuna era anche riuscito nella grande impresa di prelevare un campione di guscio e uno di tessuto e da quel momento non aveva mai smesso di documentarsi sull’argomento. Poi era subentrata la malattia di Febe e aveva dovuto mettere da parte la ricerca.
Nonostante ora avesse ripreso a lavorare, un vuoto incolmabile lo divorava e, inerme, aspettava solo il momento in cui avrebbe toccato il fondo. Ma ci sarebbe stato qualcuno ad aiutarlo a risalire?
Consapevoli del momento delicato che stava attraversando il loro matrimonio avevano deciso di trascorrere quell’estate in montagna, con la speranza di potersi ritrovare, immersi nella tranquillità della natura.
Poi però si era lasciato sedurre da quella donna e non se l’era sentita di nasconderlo alla moglie.

Quella mattina Febe salì sulla sua mountain bike e non rientrò prima di sera.
Trovò Pietro sul letto, davanti al computer, gli si parò davanti e con il dito puntato verso di lui, esclamò:
«Tu sei sprofondato dopo la mia malattia. Ti sei intristito e hai la minima idea di cosa abbia significato per me, vincere il cancro e trovare te in quello stato?
Ho avuto l’amara consapevolezza di aver vinto la malattia e aver perso te. E non sapevo cosa sperare.
Pensavo che riavermi qui con te non fosse più importante. Eri così sollevato dal vedermi stare bene da dimenticarti che il vero stare bene era possibile solo quando tutto sarebbe stato un lontano ricordo e io avrei ripreso la mia vita in mano. E invece quando l’ho fatto non c’era più niente che mi facesse stare bene. Non c’eri tu. Eri completamento svuotato mentre io desideravo solo riempirmi di nuovo. Non avevi più voglia di fare nulla, di condividere nulla. Volevi solo rinchiuderti nello studio o sederti sul divano a guardare la tv. Eri stanco perfino di parlare. E io ero lì, impaziente di vivere. Ma ero sola. E piano piano tutta l’energia che mi aveva invaso dopo aver vinto la battaglia ha iniziato a disperdersi.
Io non voglio più vivere così. Voglio viaggiare, camminare, andare a teatro, saltare, correre, cadere. Io voglio vivere. E non posso farlo con te, perché tu ti sei intristito».
Ormai le lacrime le ricadevano copiose sulle guance arrossate. Fece un lungo respiro per ritrovare la calma e continuò:
«Devi ritrovarti Pietro. È colpa mia se ti sei perso e per questo io non posso aiutarti. Ho esaurito la tua voglia di vivere e non dovresti continuare a volermi al tuo fianco. Devi rinascere e iniziare una nuova vita, con il serbatoio di voglia di vivere colmo fino all’orlo. Magari questa volta dosa meglio le quantità, cerca di non disperderne troppa in modo da fartela bastare per il resto della vita.
Anche il mio serbatoio si è riempito e non vedo l’ora di iniziare a utilizzarne il contenuto.
Ma per farlo al meglio dobbiamo dividerci. Il nostro tempo insieme è scaduto e il tradimento è stato una spia, un indizio.
Non colpevolizzarti troppo, non mi hai fatto più male di quanto io non ne abbia fatto a me stessa.
Ora desidero che tu stia bene e riprenda in mano la tua vita».
Pietro l’aveva ascoltata attentamente e non riusciva a trovare nessuna parola adatta, per questo fece l’unica cosa di cui sentisse veramente il bisogno. La abbracciò. Poi disse: «Ti va di dormire un’ultima volta accanto a me?»
Febe non rispose, alzò le lenzuola e si sdraiò accanto all’uomo con il quale aveva trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita e che aveva amato profondamente con tutta se stessa.
Pietro la avvolse con un braccio, poggiò la testa contro la sua schiena lasciandosi inebriare dal profumo di magnolia che emanavano i capelli appena lavati e la tenne stretta a sé, un’ultima notte.

 

Melania De Carlo

 

 

 

 

 

 

© Riproduzione Riservata
Commenti