Sognando in Vermont – Racconto di Kelly Clara

Sognando in Vermont – Racconto di Kelly Clara

Le estati a Greensboro sono famose per essere sempre piuttosto miti e mai afose, ma allora tutto era sbagliato quel giorno. Charles Walsh sbuffava ansimante nella sua salopette troppo grande per i suoi tredici anni, mentre risaliva faticosamente il pendio in direzione della fattoria. Sua madre gli aveva chiesto se, per favore, poteva recarsi al lago non lontano da casa e dedicare qualche ora del giorno al tentativo di pescare qualche pesce polposo da mettere sotto i denti. E Charles si era affrettato correndo a specchiarsi in quella lastra verdastra increspata dalla leggera brezza, e davvero si era messo d’impegno per ben più di qualche ora, ma i pesci avevano deciso di farsi beffe di lui e di evitare accuratamente le sue prelibate esche. A metà pomeriggio si era messo a piovere, rito quotidiano in quel fazzoletto di terra che è il Vermont, e la camicia arrotolata fino ai gomiti gli si era appiccicata addosso assieme ai capelli. Ma il piccolo di casa Walsh non si era lasciato intimorire dall’acquazzone: anzi, ben deciso a rendere felice sua madre, era rimasto seduto impassibile mentre le fitte gocce di pioggia gli penetravano attraverso gli abiti. Erano trascorse una, due, tre ore e il sole, che aveva fatto capolino dalle nuvole temporalesche decidendo che era ora di darci un taglio, aveva cominciato a scaldare – anche troppo, per le normali temperature di Greensboro. Era stato proprio per il caldo insopportabile e per l’amara delusione nel dover tornare irrimediabilmente a casa a mani vuote che Charles si era stancamente alzato dalla sua postazione e aveva imboccato la via del ritorno. Da lontano gli arrivavano i fiacchi muggiti delle giovenche, infastidite dal continuo ronzare delle mosche che turbinavano incessantemente sui loro corpi intorpiditi dal caldo. Man mano che si avvicinava, arrancando tra i lunghi steli d’erba e i nugoli di moscerini diretti alle piantagioni, il pensiero di ciò che gli avrebbe detto suo padre gli faceva sprofondare il cuore nel petto come un macigno. All’inizio dell’estate, quando le scuole avevano chiuso i battenti in attesa della riapertura autunnale, Charles era stato preso malamente per un braccio dal genitore e portato sul retro della fattoria, lontano dalle orecchie della madre e del fratello.

-”Che sia ben chiara una cosa, ragazzo. Passerai l’estate con tuo fratello nelle stalle, dal momento che per tutto l’anno non ti sei degnato di sporcare quelle belle manine prestando aiuto quando ne avevamo bisogno. La signorina May si è complimentata con tua madre per gli ottimi voti ricevuti, ma quella sciocca donna non ha avuto il coraggio di rispondere alla cara maestra che, agli uomini di fattoria, degli stupidi numeri non servono a nulla. Cosa ce ne facciamo, noi, se il bravo Charlie ha 9 in algebra? Eh, me lo dici tu, ragazzo?”, gli aveva sbraitato contro, mentre un indice simile a una salsiccia sferzava l’aria davanti al naso del ragazzino.

-”Nocfaccmnulla”, aveva pigolato in risposta, non riuscendo a sostenere lo sguardo furibondo del padre.

-”Ho cresciuto davvero una femminuccia? Ti ho chiesto cosa ce ne facciamo, e rispondi a tuo padre come risponderebbe un uomo, per Cristo!”, gli aveva alitato in faccia più furente che mai, facendogli arrivare alle narici quell’insostenibile tanfo di tabacco che si portava sempre appresso.

Charles, con uno sforzo sovrumano, aveva preso un respiro profondo e aveva urlato:

-”Non ce ne facciamo nulla!”

Il viso paonazzo di suo padre si era aperto in un ghigno trionfante.

-”Esatto. Non ce ne facciamo proprio nulla. E faresti bene ad abituarti alla vita di fattoria, che ti piaccia o meno, dal momento che il prossimo sarà l’ultimo anno che passerai tra i banchi di scuola. E ora sparisci e vai a mungere le vacche, se ti ricordi dove devi mettere le mani”, gli aveva berciato assestandogli un calcio nel didietro prima che Charlie avesse il tempo di darsela a gambe.

A distanza di quasi tre mesi, quel calcio gli bruciava ancora come se l’avesse ricevuto il giorno prima. Ma ciò che gli bruciava di più, non dandogli un momento di sollievo nemmeno durante la notte, erano le parole che quell’uomo gli aveva rivolto con quella commistione di astio e soddisfazione che tanto l’aveva disgustato e ferito. Non voleva e non poteva rassegnarsi a trascorrere la vita intera alla fattoria, come aveva fatto suo padre, e suo nonno prima di lui. Steso al buio, mentre la sua mente vagava incapace di trovar pace, gli sembrava di sentire il profumo dei libri che tante volte aveva sfogliato nella biblioteca della scuola. Libri che narravano di imprese memorabili e di tesori nascosti, di luoghi esotici e sconosciuti, di cibi dai sapori speziati e di viaggi in ogni continente, alla scoperta dei segreti che la natura sola riesce a custodire. Charles si era immaginato tante volte a bordo di una nave, con il vento che gli scompigliava i capelli e il viso abbronzato dal lungo peregrinare in paesi mai visti. Non voleva rimanere in quel verde sconfinato, in un paese dimenticato da Dio, ad allevare vacche e a coltivare granoturco.

Perso nei suoi pensieri, il giovane ragazzo non si accorse di aver raggiunto lo steccato che delimitava la loro proprietà. Al di là della recinzione, un ragazzo robusto, con le braccia abbronzate dal sole e un paio di galosce, marciava avanti e indietro trasportando grandi quantità di fieno dentro alla stalla dalla quale provenivano muggiti soddisfatti. Preston, il fratello maggiore di Charles, doveva essersi reso conto di essere osservato, perchè si voltò immediatamente rivolgendo al fratellino un sorriso radioso, detergendosi il sudore che gli colava negli occhi col dorso della mano. Probabilmente voleva chiedergli se la pesca pomeridiana aveva dato i suoi frutti, ma le mani vuote e penzolanti lungo i fianchi dovevano essere una risposta più che eloquente e così il maggiore si limitò a coprire la distanza che li separava con delle lunghe falcate fangose. Preston abbandonò il forcone lungo lo steccato e, intuito l’umore nero di Charlie, si issò sulle assi scavalandole con agilità, balzando con inaspettata leggiadria al fianco del fratello.

-”Vieni, facciamo due passi”, lo invitò dolcemente circondandolo con un braccio, avviandosi verso il punto dove l’erba era più alta.

Charles era molto legato al fratello, forse perchè pur essendo completamente diverso da lui era dotato di buon animo e l’aveva sempre rincuorato dopo le frequenti litigate con il padre. Preston Walsh aveva diciotto anni e a scuola non aveva mai brillato, prediligendo i lavori manuali agli sforzi mentali che la storia – con tutte quelle date da ricordare – o la geometria richiedevano agli studenti. Sotto suggerimento del padre, aveva lasciato la scuola dedicandosi interamente alla fattoria appena un anno prima, e sebbene avesse ancora tanta strada da fare per diventare un buon allevatore, Charles ammirava la dedizione e la serietà con cui suo fratello svolgeva le mansioni quotidiane. Quest’ultimo gli aveva insegnato come mungere le vacche senza rischiare di prendersi uno zoccolo in viso, come radunare il fieno e rigovernare le galline, a preparare il pastone per far crescere i maiali grassi e succulenti e a strigliare il manto lucidissimo di Buck, il loro Quarter Horse. Lavoretti tutto sommato non impegnativi e che non richiedevano prestanza fisica: Preston preferiva svolgere da solo le mansioni più pesanti e faticose, per non rischiare di affaticare o, ancora peggio, umiliare il fratellino davanti agli occhi di ghiaccio del padre.

I due ragazzi raggiunsero un piccolo avvallamento, dove entrambi si lasciarono cadere spossati e accaldati. Il sole cominciava a tingersi di rosso e ad annacquare il cielo, facendolo virare dall’azzurro intenso a un vivace arancione rosato. Preston si distese in mezzo ai ciuffi d’erba, assaporando il gusto del riposo momentaneo dopo una giornata trascorsa a sgobbare. Sapeva che qualcosa turbava Charlie, ma sapeva anche che era meglio rispettare il suo silenzio fintantochè non si fosse deciso a sputare il rospo. Il minore, diversamente dal fratello, era rimasto seduto tra l’erba e tamburellava le dita su un ginocchio. Era evidente che non sapesse da che parte cominciare. Preston attese, paziente, mentre il frusciare del vento piegava delicatamente gli steli tutt’intorno a loro. Passarono dieci, forse quindici minuti. Poi, con un rumore di palloncino sgonfiato, Charles sbuffò rassegnato e chiese, forse più a se stesso che al fratello:

-”Cosa cavolo devo fare perchè papà capisca che non sono tagliato per seguire le sue orme?”.

Preston si era accorto che il lavoro lì alla fattoria non lo entusiasmava, ma sentire quelle parole lo rattristò molto più di quanto si aspettasse. Aveva sempre immaginato loro due diventare abili allevatori e trascorrere il tempo tra quelle distese infinite di verde, lavorando e ridendo mentre il profumo delle crostate e delle focaccine alle mele sfornate dalle loro mogli pervadeva l’aria. Ma forse, pensandoci bene, a Charlie potevano interessare più gli ortaggi e gli alberi da frutto, e allora tutto si sarebbe risolto facilmente viste le enormi piantagioni situate qualche miglio più a est. Tuttavia, il pensiero svanì com’era arrivato.

-”Non voglio fermarmi qui, Pres. Voglio fare come Phileas Fogg”, continuò il piccolo Walsh, ignaro del mare di pensieri in cui sguazzava la mente del fratello. Quest’ultimo, udendo un nome mai sentito prima, si chiese se un nuovo inglese fosse arrivato in città per cercare fortuna tra i campi di granoturco. Ma strabuzzò gli occhi e si alzò a sedere quando Charlie, con lo sguardo vispo e acceso come non succedeva da mesi, confessò di volere fare proprio come lo straniero e noleggiare un elefante per andare alla scoperta dell’India.

-”Ma cosa stai dicendo, Charlie? Mai sentito di gente che noleggia una di quelle montagne su quattro zampe per andare all’avventura… Ma da quando è arrivato in città? Se lo incontra papà al mercato e lo sente raccontare certe stramberie, non sono sicuro che il signore possa mai tornare a casa con le chiappe ancora integre…”, bofonchiò il maggiore tra lo sconcerto e il riso. Questa volta fu il turno di Charles di guardare perplesso il fratello. Schermando gli occhi con la mano per poterlo osservare bene in viso, gli chiese:

-”Pres, non c’è nessuno straniero in città. Aspetta… Non hai mai letto Il giro del mondo in ottanta giorni di Verne, non è così?”. Il silenzio che seguì fu una risposta più che eloquente, ed entrambi si rotolarono dalle risate fino a farsi venire i crampi allo stomaco.

-”Un libro… Io ti prendo dannatamente sul serio, e tu mi parli di un libro!”, ululò con gli occhi inondati di lacrime il ragazzo più grande. Pensava fosse stato tutto un grande, divertentissimo scherzo. Tuttavia, quando si accorse che il fratellino non rideva più e che anzi, lo fissava con rinnovato spaesamento, Preston dovette ammettere che forse non aveva capito un bel nulla.

-”Quindi, ricapitoliamo. Tu vuoi fare come il signor nonmiricordocomesichiama e noleggiare un elefante… Giusto? Ma dove li trovi degli elefanti in America?”, chiese ingenuamente.

Charlie lo guardò con degli occhi che sapevano di scuse non dette, prima di abbassare lo sguardo e cominciare a fissare ostinatamente la punta delle scarpe.

-”Non se ne trovano qui, in America. E sì, vorrei tanto noleggiare un elefante, ma vorrei fare anche tante altre cose… Voglio viaggiare, Pres. Voglio scoprire quante cose il mondo ha in serbo per me, quante cose mi perderei se rimanessi confinato qui a vita. Adoro questo paesaggio e lo porterò sempre nel mio cuore, ma il mio posto non è qui. Sento che non è qui”, mormorò Charles con un tono che supplicava il fratello di non prendersela con lui per il suo strano desiderio di partire. Non voleva lasciarlo solo, e chissà quanto tempo avrebbe dovuto passare prima di riuscire a partire davvero. Si diede mentalmente dello stupido, perchè sapeva che egoisticamente aveva parlato dei suoi desideri a proposito di un futuro non ben definito, ma che sicuramente avrebbero ferito il suo fratellone e lo avrebbero fatto allontanare. Preston, dal canto suo, non riusciva davvero a capacitarsi di ciò che aveva appena sentito. Viaggiare, in zone sconosciute e magari pericolose, lontano da casa, dalla famiglia, da tutto quello che per lui come per il fratellino era sempre stata una garanzia.

Charlie, sollevando lo sguardo e sbirciando il viso del fratello, vide le spesse sopracciglia agrottate e l’espressione insieme triste e preoccupata. Sapeva di averla fatta grossa e si aspettava da un momento all’altro che Pres si alzasse e lo lasciasse lì, da solo, come probabilmente meritava di restare dopo averlo appena turbato. Inaspettatamente, una mano piena di calli e vesciche gli cinse le spalle, e Charles fece appena in tempo a riprendersi dallo stupore per riuscire a scorgere il luccichio di una lacrima solitaria sulla guancia ispida di barba del fratello. Questi gli rivolse uno sguardo terribilmente serio.

-”Dimmi un po’, se quel tipo ha fatto davvero il giro del mondo, quanto ricco doveva essere? Spostarsi, noleggiare elefanti, mangiare e dormire… Non deve essere stato proprio povero in canna!”, esclamò deciso, e il più piccolo non seppe come interpretare quella domanda. Ma gli rispose ugualmente:

-”Era un gentleman, sai… Non decisamente povero in canna, no”, ammise. La mano del fratello che gli circondava le spalle cambiò posizione e andò a immergersi in una delle tasche dei pantaloni da lavoro, dalla quale si levò un tintinnio. Quando Preston la ritrasse, i riverberi del sole al tramonto brillarono su una manciata di liberty d’argento. Charlie le guardò affascinato, prima che il maggiore gli prendesse la mano e glieli posasse sul palmo. Allo sguardo interrogativo che il ragazzino gli rivolse, il futuro miglior allevatore di Greensboro rispose semplicemente:

-”Non sono tanti, e non sono sicuramente nemmeno un decimo di quanti ne possedeva Mister Noleggio Elefanti, ma è tutto ciò che ho guadagnato quest’anno… Li tengo in tasca perchè ormai ci sono affezionato, ma direi che servono di più a te che a me! E, in ogni caso, ricordati che io e mamma saremo sempre qui ad aspettarti, quando vorrai tornare”.

Charlie, commosso e allibito dal gesto del fratello, riuscì solo ad annuire lentamente col capo. Anche quando Preston si alzò per andare a riprendere il lavoro incompiuto, la lingua del minore si era come attaccata al palato e gli impediva di proferire qualcunque cosa. Solo quando Pres non fu altro che una sagoma ai bordi dello steccato, il grido di Charlie si levò dall’avvallamento.

-”Ma non è che parto domani!”.

Nonostante dal recinto non arrivasse nessuna risposta, il ragazzino sentì il sorriso del fratello arrivare fino lì, a un centinaio di iarde di distanza. Con il cuore più leggero e i liberty stretti ancora nel pugno, si sdraiò ad ammirare il sole che finalmente spariva lasciando il posto alle prime stelle luccicanti, e per la prima volta si sentì dove doveva davvero essere in quel momento. Un solo pensiero gli aleggiava pigro, ma fisso e prepotente nella mente.

 Sì, sarete qui ad aspettarmi.

Segui sempre i tuoi sogni

 

Kelly Clara

 

 

 

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