L’uomo in grigio – di Tommaso Mirri

L'uomo in grigio - di Tommaso Mirri

“Siamo in arrivo nella stazione di Civitavecchia!”
La voce metallica sovrastò quella di Freddie Mercury, proveniente dagli auricolari del lettore mp3 di Francesco. Ancora pochi minuti e sarebbe stata la salvezza. Neppure la musica era riuscita a soffocare il nodo che gli ostruiva la gola, neppure quella voce che lo accompagnava da quando era poco più che bambino, capace come null’altro di essere il suo scudo e la sua spada contro il mondo. Ma ora non c’era lama né scudo che potessero evitargli una rovinosa sconfitta, soltanto scendere prima possibile da quel mostro metallico lo avrebbe fatto sentire sicuro.

Quando era salito alla stazione di Roma Tiburtina lui era lì, indossava occhiali fumè ed un completo grigio fuori moda dagli anni ‘60. Aveva una borsa di pelle nera tra le gambe, nessuno poteva immaginare cosa contenesse. Un fucile componibile? Gli ingredienti per una bomba sporca? Droga?
Non lo aveva visto, nella confusione di quel vagone colmo di gente allegra e vociante, ed il giovane fece di tutto per evitarlo. Se avesse potuto si sarebbe mimetizzato con i sedili maleodoranti di quel treno verso il mare, ma il suo colorito pallido come un lenzuolo non gli avrebbe dato scampo. Doveva essere svelto se voleva salvarsi, veloce come un portiere che sfida la sorte buttandosi solo dopo che l’attaccante ha lasciato partire il calcio di rigore, con il rischio che sia già troppo tardi. Ma ora era in gioco molto più di una banale partita di calcio, se l’uomo con gli occhiali fumè lo avesse visto a bordo del vagone, per lui sarebbe stata la fine.

Il treno rallentava, ma quell’inquietante individuo sembrava non badarvi, assorto nella lettura di un libro giallo.
Andarsene da Roma in treno, quella mattina gli era sembrata l’unica soluzione possibile. Non poteva restare,era troppo pericoloso. Se fosse andata male, avrebbe potuto dire addio a tutto ciò che aveva di più caro.

Tuttavia l’incubo aveva deciso di seguirlo, coperto da quel paio di occhiali risalenti a prima che Francesco venisse al mondo.
Il giovane spense il lettore musicale, quindi arrotolò gli auricolari intorno all’apparecchio con lentezza esasperante, come se anche quelll’inesistente suono potesse attirare l’attenzione del suo avversario. Il treno cominciò ad emettere i primi rumori striduli, preludio alla fermata. Quel fischio gli metteva da sempre i brividi, come il suono del gesso sulla lavagna. La pelle d’oca si impadronì di lui per un lungo istante, ma poi un impercettibile movimento dell’uomo con il completo grigio lo fece ripiombare nel suo incubo claustrofobico: aveva chiuso il libro.
Per fortuna il suo sguardo era già chino nella borsa, dove infilò a fatica il piccolo volume.

La sorte sembrava aver deciso di arridere a Francesco, dopo averlo così crudelmente beffato poco prima. Zaino in spalla, cappellino dei New York Yankees calato quasi sugli occhi, il giovane si preparò a schizzare giù dal treno. Non sapeva se l’altro sarebbe sceso, in realtà di quell’uomo non sapeva praticamente nulla se non che era lì per lui.
Il segnale annunciò che le porte esterne erano state sbloccate, un profondo respiro e Francesco si preparò ad essere investito dall’aria salmastra del vicino mar Tirreno. Si precipitò giù dalla carrozza, rischiando anche di mettere un piede in fallo e rompersi una caviglia. Ma ora non c’era tempo di pensare al dolore, doveva correre. In quei pochi metri che lo separavano dall’uscita della stazione era completamente allo scoperto, si sentiva con un bersaglio sulla schiena.

Mentre volava lungo la banchina con tutto il fiato che aveva, ebbe l’istinto di voltarsi. Lo fece e per poco non travolse un’anziana signora che, a dispetto dell’apparenza elegante, lo insultò in maniera alquanto brutale.
Non c’era nessuno alle sue spalle, nessuno alla sua destra né alla sua sinistra. Era salvo, quell’incubo era finito, poteva andare al bar della stazione per un meritato caffè.

Al bancone il barista lo guardò con sospetto, e mentre sistemava il piattino di fronte a lui il suo sguardo andò oltre la spalla sinistra di Francesco, verso il fondo dell’ampia sala affollata. Il ragazzo seguì istintivamente la direzione presa da quegli occhi a mandorla, e lo vide.
L’uomo in grigio era lì, quell’essere che Francesco aveva paura perfino a nominare lo aveva preceduto. Ma com’era possibile? Quando lui era sceso dal treno era ancora seduto, ed il giovane non aveva visto nessuno intorno a sé, mentre correva a perdifiato verso la salvezza. E allora come aveva fatto, con quale innominabile forza oscura aveva stretto alleanza per potersi muovere senza essere visto? O forse veniva egli stesso dalle profondità dell’Inferno?

Francesco fu sul punto di svenire, quando l’uomo in grigio si alzò e si mosse verso di lui.
Fuggire ormai era impossibile, il ragazzo decise di affrontare il suo destino, che a passi lenti e implacabili si stava avvicinando.
“Valli, che ci fa qui? Non dovrebbe essere a scuola con i suoi compagni, a fare il compito in classe di greco?”
“Buongiorno signor preside…”

 

Tommaso Mirri

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