La nascita delle stelle – di Catiana Dattoma

La nascita delle stelle - di Catiana Dattoma

Era una notte di freddo pungente, una delle ultime notti di quell’anno di scintille e nuvole. 1930 o forse Medioevo, cosa importava: quel che contava era che, da qualunque prospettiva la si guardasse, quella notte aveva tutta l’aria di essere parte del passato.

Le persone del villaggio di San Vito si amavano da dietro alle finestre. Osservavano i lievi cambiamenti delle giornate seduti sulle sedie di paglia, raccontando storie e immaginando mondi lontani ed eterei. Il tempo passava lentamente: ma sembrava pieno, intenso, di una noia viva. Tutti si sentivano un po’ soli nelle loro case, luoghi semplici che parlavano di fatiche, amori e conquiste. Pavimenti di pietra a puntini variopinti, muri bianchi, mobili di legno erano la cornice dell’attesa. La solitudine accomunava le anime di quel paesino, ci si sentiva tutti uguali e partecipi di quello stato di isolamento.

Un giorno Ninù, il bambino della casa con il tetto blu, uscì di casa, indossando un maglione bianco candido. Portava con se una piccola sedia rossa, alta poco più’ delle sue gambe. La reggeva con le braccia e la stringeva come se fosse il suo prezioso tesoro. Cammino’ fino al centro della piazza, circondata di ulivi nani e si sedette al centro ad osservare. Penso’ a tutte le volte in cui si era riposato su quella sedia, cullato dalle storie di suo Nonno Angino, alla sua vita nelle grotte, ai racconti delle battaglie, alle passeggiate lungo il fiume.

Ninù aveva voglia di incontrare gli abitanti della sua città: era troppo tempo che immaginava le loro vite, senza incrociarle. Così, si mise lì in attesa di qualcosa.

Come un gomitolo che si srotola piano, la voglia di Ninù, senza bisogno di parole, fu la stessa che in tanti cominciarono a provare. Era come riconoscersi in lui, volere la stessa cosa. Tutti accorsero in piazza, ognuno con la sua sedia: sembrava un andare così pieno di allegria pacata e sacralità. Chi portava la propria sedia, chi un vecchio scaffale, chi un comodino, ma anche appendiabiti, mensole, sgabelli. Appoggiati ai loro oggetti, gli abitanti emozionati iniziarono a conversare: comunicavano con le parole, ma anche con gli sguardi, profondi e lucidi. Gli occhi sembravano aver aspettato quel momento per tanto tempo e finalmente quel raduno si scartava piano davanti a loro. Anche gli oggetti parlavano: alcuni erano regali, altri erano stati commissionati per occasioni speciali, alla maestria di sapienti artigiani.

Le parole, i sorrisi, gli abbracci dell’essersi ritrovati rendevano l’aria densa e profumata: la terra si riscaldava per opera di un miracolo umano. Le mani si cercavano, le dita si afferravano come lucchetti, le persone erano unite. Il sole stava calando, il freddo si insidiava con dolcezza.

Nessuno voleva tornare a casa, Ninù tantomeno. Si sentiva un po’ l’artificiere di quelle scintille tra i corpi infreddoliti. Il cielo scuro sembrava una grande coperta dove stiracchiarsi e sognare, la luna osservava come una madre l’immenso manto nero, di una profondità ineffabile. La luce era un bisogno sempre più forte nel cuore degli abitanti di San Vito, gli sguardi appesi desideravano un filo d’argento che disegnasse righe d’incanto all’insù.
Ninù mise le mani nelle tasche di lana morbida per riscaldarsi e trovo’ una scatola di fiammiferi: ne accese uno per riscaldarsi una mano, poi lo avvicino al viso e sembrò quasi un bacio. Un bacio che avrebbe potuto diventare molto grande se avesse avuto qualcosa da ardere.

Così, insieme ad amici e parenti, Ninù inizio ad accatastare al centro della piazza tutti gli oggetti portati per l’incontro: ognuno conteneva un ricordo ed era importante, per questo valeva la pena condividerlo. Una montagna di legna dalle diverse forme prese vita, ed un girotondo di piedi si strinse attorno a quell’enorme sipario verticale. Il bambino, accese un altro fiammifero, fino a finire la scatola di stecchini: la focara con il suo calore discreto iniziò a riscaldare i volti, le mani, i piedi, le spalle, le pance, le ginocchia di tutti i presenti. Ogni tipo di legna emanava un profumo diverso: ulivi, faggi, lecci, pini, alberi di noce e di ciliegio aromatizzavano l’aria. Il cielo si impreziosiva di quell’unguento.

Il fuoco cresceva verso l’alto, mescolando tonalità di rosso, arancio, viola e blu. Scoppiettii e parole erano il sottofondo di quella pace così vivace. Scintille minuscole nascevano piano, con una cura estrema e inaspettata dal fuoco. Sembravano danzare nell’aria a ritmo di tamburelli e canti. Volteggiavano come coriandoli di carta, leggeri e brillanti. Un colore indescrivibile, fatto di luce e magia, le rendeva vive e svolazzanti: pezzi di vetro, coralli di luce o forse figli di fuoco e terra.

Il vento della malinconia di tutte le feste portava le scintille sempre più sù. Un fascio luminoso si diradava verso l’alto, fino a perdersi come semi nel cielo.
La luna accoglieva quei puntini di luce nel suo abbraccio scuro. Ognuno trovava il suo posto con naturalezza: sembrava averne assegnato uno da sempre.

Il cielo si rischiarò a poco a poco e si vide la luna sorridere: era felice di aver ritrovato pezzi della sua sostanza.

Da quel giorno, la piccola focara della piazza, diventò una sala da ballo a cielo aperto, dove umani, stelle ed oggetti potevano riconoscersi e danzare nella loro verità.

Catiana Dattoma

 

 

 

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