Il sogno nel cassetto – racconto di Elena Passoni

Lei era nervosa, molto nervosa.
Si stava mordicchiando tutte le pellicine delle unghie. Non lo faceva più da quando era bambina; quando sua mamma archiviava i bei voti che con entusiasmo portava a casa da scuola con un laconico “è solo il tuo dovere”.

Mai un “brava”, mai una pacca sulla spalla. E allora cominciava a mordersi le unghie fino a farle sanguinare.
Poi era stata la volta delle caramelle, dei dolcetti. Quando le serviva il coraggio di entrare in una stanza con tanta gente e magari proprio lì in mezzo c’era il ragazzo che le piaceva tanto, quello carino, con i capelli lunghi e l’orecchino … irraggiungibile …
Aveva bisogno di “benzina”… e la trovava nelle schifezze, che mangiava di nascosto in camera mentre studiava.
E adesso le sembrava di essere tornata a quei tempi.
Aveva lottato, cavolo! Era riuscita a vincere quelle maledette insicurezze.

L’aveva “messa sul ridere”; aveva iniziato da ragazza. Per evitare di essere presa in giro attaccava per prima con l’autoironia. Ed era simpatica! A tutti, proprio tutti … anche a quelli di cui si innamorava; era una vera amica, talmente leale che diventava spesso la loro confidente e le sanguinava il cuore tutte le volte che doveva ascoltare le romanticherie di cui avrebbe tanto voluto essere l’oggetto, ma non lo era mai …
Non sapeva perché proprio in quel momento le stessero tornando in mente tutti quei ricordi. Era una donna ormai, nemmeno più giovanissima. Tutto era alle spalle, tutto finito. Non più insicurezze, una vita “normale” (anche se “normale è una parola bruttissima”, come le aveva detto una volta un amico): marito, due figli, un lavoro che non era quello che avrebbe sognato ma non le dispiaceva, tanti amici.

Era ancora “simpatica” … il vizio di sdrammatizzare quando aveva un po’ paura di come si sarebbero messe le cose non l’aveva ancora perso.
Ma adesso non avrebbe proprio saputo come fare a “buttarla sul ridere”.
Si stava giocando tanto … forse tutto.
Aveva imparato con gli anni a fare a meno di quel “brava “ e di quella pacca sulla spalla., ma in quel momento avrebbe pagato oro per avere un po’ di incoraggiamento.
Nessuno sapeva cosa stava per fare. Nemmeno suo marito e i suoi figli, avrebbero capito; probabilmente si, ma non fino in fondo e comunque lei non aveva voglia di dare spiegazioni.

Ecco, finalmente era arrivata. Aveva appena ricontrollato l’indirizzo sulla mail per la centesima volta. L’insegna era un po’ più lussuosa di come se l’era immaginata e questo le stava facendo provare un po’ di timore. Avrebbe preferito qualcosa di un po’ più sobrio, di dimesso. C’erano due ragazze in coda, che stavano parlottando tra loro. Era tutto “troppo”. Loro erano troppo giovani, troppo carine.
Le pellicine erano finite oramai e la sicurezza che aveva provato fino a qualche minuto prima era finita chissà dove. Dopo una mezzoretta che le era sembrata un secolo ecco il suo turno.

Per la prima volta in tutta la sua vita eccola lì, a mettersi a nudo. Sola davanti al suo sogno.
All’improvviso un lampo di paura. La voglia di girarsi e correre via, di tornare alla sua vita “normale” . Ma poi una voce che la chiama la riporta alla realtà e lei pensa : “Ok, adesso oramai sono qui, non si torna più indietro!”
Il pianoforte è già lì in mezzo al palcoscenico e dentro di sé sorride perché il pianista le ricorda tanto quel ragazzo con i capelli lunghi e l’orecchino di tanti anni fa. Le luci sono puntate verso di lei, così non può vedere chi si trova davanti e forse è meglio così.
Un colpo di tosse per schiarire la voce e poi il pianista attacca.

E in quel momento non c’è più nulla: non ci sono pellicine, non ci sono schifezze, non ci sono paure e nemmeno brutti ricordi. C’è solo la sua voce, limpida come forse non era mai stata. E la passione. Finalmente la passione, libera di uscire, di lasciarsi andare.
Butta fuori tutto, cantando quelle parole che ama, che l’hanno salvata, guidata e ispirata, quella melodia che l’ha conquistata fin dalla prima volta che l’ha sentita; quella canzone che sembra sia stata composta solo per la sua voce. Canta, come se fosse sola in macchina come le altre volte, come se lo stesse facendo per lei sola perché sa che le sue paure sono finalmente sparite. E adesso che la canzone è finita ride, ride di gusto perché le è appena tornata in mente un’immagine, quella di un tattoo che le era tanto piaciuto, che raffigurava un elefante che volava appeso a delle farfalle: ed è proprio così che si sente in questo momento.

Perché sa che, qualunque sarà l’esito di questo provino, lei la sua sfida l’ha già vinta, Non ha dovuto “metterla sul ridere” stavolta. Questa volta sul palcoscenico non c’è un pagliaccio, c’è una donna che ha deciso di osare , di vivere e di cercare qualcosa “di più”.
E’ finita, davanti a lei qualcuno le dice che è stata “brava”e una delle ragazze che avevano cantato prima di lei le dà una pacca sulla spalla, ironia della sorte!

Ma lei adesso non ne ha più bisogno. E non saprà mai se ha superato la selezione, perché l’indirizzo e il numero di telefono che ha lasciato alla produzione non erano quelli veri.
Torna a casa ora, da suo marito e dai suoi figli che credevano che fosse andata a trovare un’amica. Torna alla sua vita “normale”, che poi “normale è una parola bruttissima”…
Oggi il cassetto è stato aperto, e il sogno è potuto finalmente uscire.

Elena Passoni

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