Il gabbo – racconto di Danilo Iannelli

Il gabbo - racconto di Danilo Iannelli

Era un grigio e freddo pomeriggio di metà novembre quello in cui Dante smise di parlare. Fu una decisione improvvisa, impetuosa come un inaspettato e fragoroso temporale estivo: lui se ne stava in camera sua a leggere, come era solito fare durante quei bui ed uggiosi pomeriggi d’autunno, quando d’un tratto, la peggiore visione che possa capitare di vedere ad un uomo, una donna inferocita nei suoi confronti, irruppe nella stanza, ringhiando e sbavando come una fiera selvatica. Era la sua bisbetica e isterica matrigna, una donna scheletrica e pallida, con due enormi e sferici occhi azzurri incastonati in quelle profonde e misteriose depressioni che erano le sue orbite: stavolta la sua ira scaturiva dalla sacrilega ed esecrabile dimenticanza di Dante nel compiere il liturgico e rituale gesto dell’abbassare la tavoletta della tazza successivamente all’espulsione dei propri fisiologici scarti organici.

Non che una tale scenata sorprendesse più di tanto l’empio giovane, abituato com’era alle stravaganze della lunatica matrigna: stavolta però, invece di provare timidamente a reagire, rimase del tutto impassibile al j’accuse della donna, limitandosi ad osservarla con uno sguardo tra il divertito e l’incredulo, non mostrando in viso alcuna reazione agli oltraggiosi ed iniqui insulti ricevuti. Subito dopo che la donna ebbe terminato la sua violenta e stentorea paternale, fece tuonare sonoramente l’uscio e abbandonò la stanza di Dante; il ragazzo allora, illuminato da quella deplorevole scena, decise di smettere di parlare. A cosa serviva parlare se nessuno lo ascoltava? A casa così come a scuola nessuno sembrava mostrare un vero e vivo interesse nei suoi confronti: gli prestavano un poco di attenzione probabilmente perché le circostanze e le formalità lo imponevano, non perché a qualcuno importasse veramente qualcosa di lui.

La sua matrigna sapeva solo berciare e insultare, per poi passare a false e melliflue parole in presenza di suo padre, anche lui incapace di dargli le dovute attenzioni, tutto preso come era dal suo lavoro e dalle notizie che passavano alla tivù; a scuola i professori sembravano realmente a-scoltarlo solo quando non sapeva rispondere a qualche domanda (un’inaspettata sorpresa, data la sua fama di primo della classe tra i docenti e di secchione tra gli alunni) e i suoi compagni (poiché di veri amici non ne aveva) sembravano ricordarsi della sua presenza solo in occasione dei compiti in classe o delle interrogazioni, implorandolo teneramente per tentare di strappargli qualche prezioso suggerimento. La sua voce, che giorno dopo giorno veniva resa più acre e profonda dagli ormoni dello sviluppo, sarebbe stata piacevole solo per una persona: sua madre, la sua mamma Gabriella che ora non c’era più, ormai da quasi quattro anni, strappata dalla vita e dalle braccia del suo unico figlio prematuramente da un orrendo male, il cui nome Dante non osava neanche pronunciare, poiché il solo suono di quella tremenda parola, con quella dura e sorda occlusione seguita da quell’aspra e brulla vibrazione, bastava a farlo rabbrividire. Solo sua madre era stata capace di ascoltarlo davvero, comprendendo ogni suo infinitesimale bisogno, ogni suo più piccolo trauma o fastidio che fosse, riuscendo a carpire sempre il significato più riposto e addirittura inconscio delle sue puerili parole. La sua morte aveva tranciato di netto quell’indissolubile cordone che lega per tutta la vita una madre e un figlio, lasciando una lacuna incolmabile nello sviluppo di quell’atipico e silenzioso ragazzino, sfaldando quel già precario ed arbitrario rapporto tra linguaggio e mondo reale, tra parole e cose, lasciando il ragazzo praticamente incapace di comunicare con il mondo esterno, portandolo a chiudersi inevitabilmente in sé.

Quel giorno allora, Dante decise di tagliare completamente i fragili e ambigui ponti tra lui e la folla di estranei che lo circondava, preservando la preziosa risorsa della parola solo per interagire con sua mamma, l’unica in grado di comprenderlo nel profondo, scegliendo l’ascetica via del silenzio come protesta verso l’insensibile indifferenza altrui.
Il primo vero ostacolo da superare, dopo quell’impulsiva e irrequieta decisione presa nel pomeriggio, si presentò la sera stessa: a cena con suo padre e la lunatica matrigna. Nonostante fosse l’unico momento della giornata durante il quale la famiglia si ritrovasse riunita, solitamente la cena era un momento abbastanza silenzioso: mentre deglutivano a forza l’insapore e spesso persino disgustoso pasto preparato dall’inetta matrigna, nessuno soleva parlare (se non talvolta suo padre, per commentare frettolosamente le notizie che scorrevano al telegiornale) e gli unici suoni che interrompevano la tombale quiete erano appunto quello della televisione e il ciancicare umido e feroce di suo padre, quel violento scalpiccìo allo stesso tempo disgustoso e terrificante, simbolo di un vitale e fiero appetito, della forza di colui che se avesse voluto gli avrebbe staccato il capo con una sola potente e vigorosa contrazione della sua forzuta ed ossuta mandibola. Quella sera però, sfortunatamente per Dante, suo padre sembrava piuttosto loquace e, tra un boccone e l’altro, cominciò a conversare abbastanza fittamente con la sua compagna riguardo la solita insignificante notizia di politica che avevano sentito alla tivù. Dante, in ossequioso silenzio, sperava di poter terminare in silenzio la sua misera cena e poi filarsene di soppiatto in camera sua a leggere come sempre. Quand’ebbero ormai finito di cenare, Dante fece per alzarsi da tavola ma l’insolita parlantina di suo padre, finì per far naufragare i suoi eremitici intenti: prese a chiedergli, tutto sorridente, di raccontargli come andasse a scuola, con i suoi compagni e se per caso, seppure ancora così giovane, avesse già una fidanzata.

Il ragazzo, nonostante l’evidente benevolenza di suo padre, non se la sentì di tradire così presto il suo saldo e rancoroso proposito: senza nemmeno emettere un sospiro, se ne stette lì, fis-sandolo negli occhi, cercando di fargli capire che non aveva intenzione di par-lare, dato che per tanto, troppo tempo non era stato interpellato e ora tutti loro avrebbero pagato caro quella loro indifferente inadempienza. A nulla valsero le domande e i rimproveri del preoccupato genitore: Dante se ne stava lì, muto ed impassibile come un pesciolino rosso nella sua ampolla, per nulla persuaso nel tradire il suo silenzioso giuramento. Suo padre allora, provò ad intimorirlo, iniziando ad alzare la voce, rimproverandogli la sua ingratitudine, la sua inettitudine e persino la sua stessa esistenza, il tutto sotto lo sguardo ammonitore e compiaciuto della matrigna; tutto ebbe fine quando il genitore, furioso e frustrato per l’ostinato silenzio di suo figlio, gli intimò di andarsene da solo in camera sua, poiché era soltanto la solitudine ciò che meritava un tale insolente. Quello fu il suo primo vero momento di silenzio totale, di rifiuto completo della parola e della comunicazione anche se di circostanza e fine a sé stessa, poiché da quella sera, il giovane Dante, smise davvero di parlare.

Gli strascichi di quell’afona cena non tardarono a palesarsi: sin dal giorno se-guente, suo padre e la matrigna, convinti di spronare il capriccioso ragazzo, smisero completamente di rivolgersi a lui, quasi fingendo che in casa ci fossero soltanto loro due e Dante non fosse nient’altro che parte dell’arredamento; ciò ovviamente favorì ulteriormente il suo spontaneo isolamento; egli allora, per non rinunciare completamente alla caratterizzante prerogativa umana qual è la parola, sempre più frequentemente si affidava, ben serrato dentro la sua stanza, a veri e propri monologhi a fil di voce diretti a sua madre Gabriella: pur non ottenendo alcuna risposta, Dante le parlava di tutto, proprio come faceva quando ella era in vita e, nonostante non avesse la minima idea di dove si trovasse, era sicurissimo che lei continuasse ad ascoltarlo e, come nessuna persona in carne ed ossa avrebbe mai potuto, a capirlo e comprenderlo sin nel profondo.

Se a casa la situazione risultava abbastanza stabile, a scuola il voto del silenzio di Dante risultava assai più deleterio e difficile da mantenere: ben presto le valutazioni del diligente alunno della II C crollarono inesorabilmente e, dinanzi all’ostinato silenzio del ragazzo, i docenti, che pur lo adoravano e non riuscivano a spiegarsi il suo insolito comportamento, non potevano fare a meno di prendere provvedimenti disciplinari, fino ad un’ammonizione da parte del preside e un colloquio di quest’ultimo con i suoi genitori. Essi, dopo tale episodio, se possibile divennero ancora più insensibili e severi nei suoi confronti, proibendogli persino il suo unico svago, l’ultima finestra lasciata ancora aperta sul mondo esterno da Dante: gli sequestrarono tutti i suoi libri – considerati i principali e fuorvianti complici dell’afona rivolta del ribelle giovane – tranne quelli scolastici; Dante così perse anche l’ultimo appoggio – ad eccezione di quello tutto spirituale ed incorporeo di sua madre – che gli fosse rimasto: nei libri egli trovava uomini, donne, ragazze e ragazzi come lui con i quali, seppur indirettamente, egli riusciva a comunicare, a trovare quesiti e risposte molto più intimi e personali di quanto egli potesse credere. Venendo meno anche il supporto della tanto amata lettura, il ragazzo diveniva sempre più un’isoletta senza porto, sperduta nell’immensità di un tacito e deserto oceano d’indifferenza.

Naturalmente anche con i compagni di classe il rapporto non poté che peggiorare: si passò dalla completa noncuranza alternata a momenti di ipocrita affetto nel momento delle verifiche, al disprezzo più totale: alcuni evitavano persino di incrociare il suo sguardo o di passargli accanto, pensando erroneamente che egli si comportasse così per darsi delle arie, mentre i più beffardi presero a canzonarlo con smorfie di vario genere (ad esempio mimando il boccheggiare dei pesci sott’acqua quando veniva chiamato in causa) o inviandogli sarcastici messaggi (come per esempio «Ehi, voglio dirti un segreto! Però mi raccomando, non dirlo a nessuno! Acqua in bocca!»).
Eppure sarebbe bastato così poco per far parlare di nuovo Dante: sarebbe stata sufficiente una parola dolce, un atto di tenerezza e di intima comprensione e solidarietà; sarebbe bastato che qualcuno gli chiedesse con vero interesse il motivo reale per il quale si ostinava al silenzio, invece di protrarsi nell’insinuare che quello del ragazzo era solo un capriccio adolescenziale, un dispetto nei confronti altrui, una stravaganza che andava combattuta con le stesse armi che utilizzava e che, inevitabilmente prima o poi, alla stregua di ogni moda o tendenza che si rispetti, si sarebbe autonomamente spenta.

Tutto ciò però non accadde. Dante, sempre in ostinato silenzio, trascorse il Natale più laconico ed infelice della sua vita: ignorato e ormai disprezzato da tutti, cominciava a pensare che quella sua singolare forma di protesta dopotutto non sortiva gli effetti che egli avrebbe desiderato. Più di una volta fu in procinto di crollare, scoppiare in lacrime e chiedere scusa a suo padre e alla matrigna, abiurando completamente alla sua rivoluzione del silenzio: una forza misteriosa e inoppugnabile lo tratteneva però, bloccava la sua mente, la sua lingua, spingendolo in camera sua a monologare con sua madre, come se ormai non potesse più esistere per lui altra comunicazione al di fuori di quella. Il ragazzo era ormai schiavo di quel silenzio ad oltranza, ingabbiato dalla noncuranza altrui, ferito dalla polivalenza e, ancora più spesso, dello svuotamento semantico delle parole; difficilmente avrebbe potuto evadere da quella tombale prigione, almeno non da solo, non senza un complice. Dante necessitava di un’àncora al quale aggrapparsi in quel burrascoso mare di solitudine nel quale versava: senza nessun aiuto non avrebbe mai potuto salvarsi e il suo naufragare, privo come era di richiami e stimoli esterni, sarebbe stato tutt’altro che dolce.

Quell’àncora, quel salvagente di cui tanto aveva bisogno, spuntò insperatamente, tra l’impalpabile spuma di quell’oceano d’indifferenza, al rientro a scuola dopo le vacanze di Natale. Ormai da mesi abbandonato da tutti i compagni, il suo posto risultava l’unico disponibile per la nuova arrivata Beatrice: era una ragazza alta e slanciata, con gambe lunghissime che di certo non amava nascondere; aveva dei lunghi capelli castani che le scendevano fino alla zona lombare, sfiorandogli sensualmente i glutei, due ampi occhi color nocciola, da cerbiatta, e delle fiorenti e rosee labbra che soleva mordicchiava maliziosamente per provocare la schiera di ragazzi che sfioriva al suo passaggio. La ragazza, sedutasi al fianco di Dante, provò a presentarsi; il ragazzo, imbarazzato com’era dalla presenza così ravvicinata di una così avvenente fanciulla, avvampando tutto in viso, quasi si dimenticò del suo silenzioso intento ma, ad ogni modo, non riuscì a proferire parola alcuna per lo straripante impaccio. Bisogna sapere che Dante, rispetto ai suoi coetanei, non aveva affatto dimestichezza con il gentil sesso: ancora in piena fase puberale, forse un po’ in ritardo per la sua età, il ragazzo dalla pelle diafana ed imberbe costellata di lentiggini, gli occhi cerulei e i capelli rossicci, aveva ancora un’aria assolutamente infantile e il suo corpo, ancora non pienamente sviluppato, era ammorbidito da qualche chilo di troppo; tutto ciò, unito alla sua timida e quasi restia riservatezza, lo rendeva poco attraente per le sue coetanee che dunque, soggette alla fisiologica superficialità di quegli anni, lo evitavano volgendosi verso ragazzi più popolari ed intraprendenti. Alla mancanza di una qualsivoglia risposta da parte di Dante, Beatrice, abituata com’era ad orde di ragazzi che, pur di poterle parlare, si prostravano ai suoi piedi, non poté fare a meno di stizzirsi: chi mai credeva di essere quel cicciottello e rossiccio ragazzetto per osare così tanto da non degnarla di una parola? No, non poteva di certo ammettere una tale mancanza di rispetto la civettuola Beatrice: si propose che, finché quel ragazzetto di cui nemmeno conosceva il nome non le avesse rivolto la parola, lei sarebbe rimasta lì a par-largli, a provocarlo, perché “nessun ragazzo aveva mai detto di no a Beatrice”.

I giorni per Dante, sempre con Beatrice seduta al suo fianco, si susseguivano in fretta: la ragazza ciarlava senza sosta, parlandogli di lei, dei numerosi ragazzi che, nonostante la tenera età, aveva avuto e di come fossero tutti così banali e ripetitivi, di quanto desiderasse trovare un ragazzo diverso, sincero, capace di tenerle testa e non di obbedire alla stregua di un cagnolino ai suoi ordini. Qualche volta, quando le lezioni erano particolarmente impegnative, in quinta o in sesta ora, appoggiava dolcemente la sua chioma castana sulla tenera spalla di Dante: egli immediatamente arrossiva tutto e sudava a più non posso, imbarazzato com’era dall’estrema vicinanza di quel grazioso e profumato volto al suo. Una volta addirittura, quando durante un compito in classe sulla Commedia Dante le aveva suggerito in forma scritta una risposta, Beatrice per ringraziarlo gli aveva schioccato, con le sue soffici e sensuose labbra, un umido bacio sulla liscia guancia paffuta. Inutile dire che da quel momento in poi Dante fu letteralmente sommerso dall’odio e dall’invidia dei maschietti della classe: egli era riuscito senza nemmeno mai parlarle ad accaparrarsi le attenzioni della ragazza più ambita della classe e forse di tutta la scuola, mentre loro, in continua competizione l’uno con l’altro, non sapevano più che stratagemma inventarsi per poter passare anche soltanto cinque minuti in sua compagnia. In ambito scolastico inoltre, al rapporto sempre più teso con gli altri alunni, si sposava il progressivo ed ineluttabile incrinarsi della pazienza dei suoi professori e l’inevitabile calo delle valutazioni; la situazione in pagella era paradossalmente dicotomica: la media dei voti orali si aggirava intorno al tre, mentre nello scritto il voto più basso era il nove in matematica.

Conseguentemente alla consegna delle pagelle poi, anche la situazione a casa era gravemente peggiorata; una sera, origliando alla porta della sua stanza, sentì suo padre e la matrigna discutere piuttosto animatamente riguardo al suo comportamento: suo padre, parlando con un tono di voce basso che però non nascondeva una nota di disagio, era propenso a un intervento immeditato e deciso, intendendo immediatamente consultare un suo vecchio amico del liceo che da qualche anno aveva aperto un rinomato studio psicoeducativo in centro; la perfida matrigna invece, con stoica calma, insisteva nel lasciar correre, poiché credeva fermamente che il disturbo del ragazzo non fosse nient’altro che un capriccio adolescenziale e, proprio come la pelle grassa e l’acne, sarebbe venuto meno autonomamente con il passare del tempo. Il dibattito, tutt’altro che acceso e più simile a una pacata chiacchierata di attualità che non a una discussione familiare, dopo una buona mezz’ora giunse alla sua naturale conclusione, la quale consisteva in un equo compromesso: avrebbero aspettato ancora un po’ e, se il ragazzo non avesse mostrato nessun miglioramento, avrebbero immediatamente chiesto il parere di uno specialista. Dante naturalmente era preoccupatissimo dall’ipotesi paventata da suo padre: il confronto con uno psicologo lo avrebbe inevitabilmente condotto al fallimento della sua protesta; in un modo o nell’altro quell’ignoto ma temibilissimo strizzacervelli lo avrebbe convinto che tutto ciò che credeva era aleatorio e che non valeva di certo smettere di parlare per un dubbio che non aveva ragione di esistere o addirittura per una sua sciocca ed insensata masturbazione mentale; d’altro canto però era compiaciuto del fatto che la sua protesta, seppur dopo un periodo di tempo abbastanza ampio, avesse cominciato a sortire, anche se ancora fin troppo lievemente, i suoi effetti su suo padre.

A partire da quella sera, il bisogno dei consigli di sua madre divenne sempre più incalzante ma, nonostante tale necessità, Dante sentiva che persino lei, la sua cara mamma Gabriella, in un certo senso gli stava voltando le spalle: egli continuava a confidarsi come sempre ma ora, forse perché come mai prima d’ora il pensiero di un’altra donna si insinuava nelle loro mistiche conversazioni, egli la sentiva più distante, a volte persino insensibile alla richiesta d’aiuto del suo bambino, come se l’esile e slanciata figura di Beatrice risultasse così ingombrante da frapporsi tra lei e suo figlio, interrompendo o quantomeno adombrando quel magico ed intimo rapporto materno. Difatti il pensiero di Beatrice, giorno dopo giorno, diveniva sempre più una parte integrante delle sue altrimenti silenziose e grigie giornate. A scuola, la ragazza non sembrava intenzionata a cessare le continue moine e premure nei suoi confronti, cercando in ogni modo di far capitolare quel grassottello e timidissimo ragazzo rossiccio; dal canto suo Dante, a poco a poco, sentiva venir meno l’imbarazzo iniziale e, pur se ancora ben trincerato nella sua muta cortina, iniziava lentamente a gioire delle attenzioni che la splendida ragazza bruna gli riservava. Ora persino le altre ragazze della sua classe, da quando Beatrice gli si era seduta accanto, sembravano accorgersi di lui e talvolta egli le sorprendeva a parlottare fittamente tra loro, con gli occhi puntati su di lui, sorridendo di rimando, più o meno esplicitamente, al suo sguardo. Solo una ragazza, una biondina slavata seduta al secondo banco al lato opposto dell’aula, da quando egli sedeva al fianco di Beatrice soleva guardarlo con aria melanconica, pensierosa, quasi intrisa di caritatevole compassione: egli non poteva di certo prestare attenzione a quello strano sguardo, a quegli occhi tristi fuori dal coro, probabilmente invidiosi del suo improvviso ed inspiegabile cambio di fortuna e popolarità. A dir la verità, ne-anche i sorrisini delle altre ragazze avevano ormai molto peso: Dante non ave-va occhi che per Beatrice, la sua musa mora, la bellissima ragazza che non smetteva mai di chiedergli quando gli avrebbe concesso di sentire la sua voce e, in attesa di ciò, lo adulava con affettuose e talvolta persino seducenti cocco-le; ammaliato dal fascino della ragazza bruna, Dante quasi dimenticava, nei suoi solitari e taciti pomeriggi passati dentro la sua stanza, di appellarsi al ri-cordo di sua madre Gabriella: i sommessi monologhi di qualche tempo prima erano ormai scomparsi, lasciando il posto ai più convenienti, dolci e fieri pen-sieri d’amore.

I giorni però senza che il ragazzo se ne accorgesse, ghermito come era dai furori d’amore, correvano in fretta e suo padre, vedendo suo figlio sempre più taciturno e alienato dal mondo, cominciava a pensare che l’intervento medico da lui paventato fosse ormai l’unica soluzione per guarire suo figlio da quell’ostinata afonia. In una serata di metà febbraio allora, sempre chiuso in camera sua, Dante sentì nuovamente, come solo qualche settimana prima, suo padre e la matrigna discutere ancora del suo caso: i toni stavolta, erano decisa-mente più accesi e suo padre, quasi in preda ad una crisi nervosa, urlò che non c’era assolutamente più tempo da perdere e che, senza alcuna possibilità di appello, il giorno seguente avrebbe chiamato lo studio del suo amico psicologo per prendere un appuntamento. La matrigna non osò controbattere mentre suo padre, in un inaspettato crescendo di rabbia e disperazione, sbraitava che suo figlio, orfano di una splendida donna qual era Gabriella, non era ancora riuscito ad assimilare quella gravissima perdita e che adesso si trovava in quella disperata condizione psicologica a causa propria: prima di tutto perché non aveva saputo ascoltarlo e stargli accanto in un momento così complicato della sua crescita ed inoltre perché, sempre a causa della propria negligenza, aveva scelto come sua nuova compagna una donna dal cuore di ghiaccio e senza un briciolo di senso materno. La discussione andò avanti ancora per molto, ma Dante ormai non se ne curava più: ciò che più gli importava è che suo padre finalmente si preoccupava davvero per lui! Il suo sciopero della parola aveva funzionato: e ascoltando con quale risentimento discuteva con la matrigna, era senza dubbio riuscito a mutare in proprio favore il suo parere. Una crescente emozione maturava nel cuore di Dante: cosa doveva fare? Correre di là ed interrompere la discussione, ricominciando a parlare e riconciliandosi con suo padre? Oppure aspettare la seduta con lo psicologo per interrompere il suo ormai vincente sciopero della parola? Era felice, certamente, ma ancora di più confuso: l’unica cosa da fare in quel momento, pensò, era parlare con sua madre; lei, in un momento così concitato, avrebbe sicuramente saputo consigliargli il da farsi. Si sedé allora a gambe incrociate sul letto, con la schiena dritta, come un monaco zen durante la sua meditazione: raccolse tutte le sue energie psichiche per riacciuffare quel labile collegamento con la sua progenitrice e quindi prese a parlare, con un filo di voce impercettibile, sommessamente, come se stesse pregando; nonostante tutti i suoi sforzi, il ricordo di sua madre appariva ormai remoto, sfocato come sa essere un ricordo d’infanzia, sbiadito come una vecchia foto ormai inzuppata dall’umidità delle troppe lacrime versateci sopra. Si sentì uno stupido; mentre nell’altra stanza ormai la discussione iniziava a scemare sentì che lo sfibrato cordoncino della comunicazione con sua madre era ormai pressoché inutilizzabile; seppure si trattasse di un momento così doloroso, Dante non si disperò come ci si potrebbe aspettare: anestetizzato com’era dalle diverse e contrastanti sensazioni che lo pervadevano intuì – non del tutto lucidamente, ma abbastanza chiaramente da sembrargli non un’ombra onirica ma una sensazione reale, come quando la sua dolce mamma gli carezzava la testa e i capelli rossicci mentre egli dormiva – che in quel preciso momento diceva davvero addio a sua madre Gabriella.

Allo stesso modo avvertì assai che era giunto il momento di tagliare con il passato, andare avanti, riprendersi la sua vita e appropriarsi della propria vivace giovinezza; probabilmente anche sua madre voleva questo e, dopo averlo soccorso nel momento più buio della sua esistenza, ora lo lasciava libero di seguire la luminosa via della gioventù. Seppur avesse ancora molta strada da fare, sentì che stava diventando un uomo; prima di raggiungere quello stadio della sua metamorfosi doveva necessariamente essere consapevole di essere un ragazzo, un adolescente in corsa sull’autostrada della vita, diretto a folle velocità verso l’età adulta: non doveva e non poteva assolutamente sprecare così quel momento irripetibile della sua vita. Si ricordò di una volta quando da bambino, durante un lungo viaggio in macchina con suo padre e sua madre, egli frignava perché non vedeva l’ora di arrivare a destinazione: sua madre, donna dall’incredibile sensibilità, senza alzare la voce né tantomeno parlargli come se fosse soltanto un bambino, gli disse semplicemente di smettere di pensare all’arrivo e di godersi il panorama; egli allora, smettendo di piagnucolare, improvvisamente capì, forse molto più di quello che il suo intelletto di infante gli permetteva; e adesso, proprio come allora, sua madre con disarmate semplicità gli illustrava profeticamente l’essenza della vita. Così, congedatosi dal prezioso ed impagabile ricordo di sua madre, senza lacrime, senza singhiozzi, ma con la consapevolezza che con quel vuoto avrebbe dovuto conviverci fino al suo ultimo respiro di vita, proprio come quando qualche mese prima decise di smettere di parlare, improvvisamente e impetuosamente, concluse che a Beatrice, soltanto a lei, il nuovo cardine femminile della sua vita, l’artefice della propria rinascita, egli avrebbe donato le prime parole del nuovo Dante.

La mattina seguente dunque, sotto gli occhi bigi di suo padre e della matrigna che come tutte le mattine lo accompagnavano silenziosamente all’uscio, Dante si dirigeva a scuola, fermamente deciso nel rompere quello sciopero della parola che ormai si protraeva da quasi quattro mesi. Aveva rischiato tanto ma, ammise compiaciuto, ne era valsa la pena: suo padre ormai era dalla sua parte, sua madre gli aveva dato la sua benedizione (o almeno così sembrava), liberandolo dalla sicura ma angusta gabbia dell’infanzia per introdurlo nella disorientante ed inebriante prateria della giovinezza; inoltre aveva trovato un’amica (magari qualcosa di più, si diceva speranzoso), la bella e fiera Beatrice, l’unica ragazza della sua età capace di non farsi ingannare dalle mere apparenze, in grado di non scoraggiarsi dinanzi al suo muro di silenzio, di insistere giorno dopo giorno per fargli capire quanto egli fosse diverso dagli altri e quanto tale diversità lo rendesse speciale ed unico ai suoi occhi. Proprio Beatrice allora, colei che ormai poteva definirsi la sua Musa della Parola, meritava di avere il privilegio di sentir parlare per prima il nuovo Dante. Giunto allora in classe, come ogni mattina da ormai più di un mese, si ritrovò Beatrice seduta al suo fianco: egli decise di estendere ancora per un po’ il suo silenzio, mentre quella splendida gattina dai capelli bruni faceva le fusa e lo coccolava ancor più dolcemente del solito. Aspettò allora la ricreazione, quando Beatrice soleva allontanarsi per andare a chiacchierare un po’ con le sue amiche dall’altro lato della classe; strappò in fretta un pezzo di carta dalla forma vagamente rettangolare dal suo quaderno di italiano e, con la sua miglior grafia, anche se un po’ irrigidita dall’emozione, ci scrisse sopra le seguenti parole “Beatrice, vuoi davvero ascoltare la mia voce? Perché allora non usciamo insieme oggi pomeriggio?”. Tremante e con lo stomaco in subbuglio, Dante si alzò e si diresse, con il fiato sospeso, verso lo sgangherato e scribacchiato banco sul quale era poggiato il grazioso fondoschiena di Beatrice; giuntole di fronte, senza proferire parola alcuna, il ragazzo le porse il bigliettino, accuratamente piegato per non rivelare immediatamente il suo messaggio. Beatrice, stupita da un simile gesto, glielo prese dalle mani e, con estrema eleganza e sprezzatura, lo spiegò per poterlo leggere. Immediatamente, tutte le ragazze che la circondavano, allungarono il collo come tante piccole curiose tartarughine.

Ci fu un brevissimo momento di silenzio, durante il quale tutti quegli occhi scorrevano, in tacito accordo tra loro, le lettere impresse da Dante su quel misero foglio di carta a righe. Il gras-sottello e rossiccio ragazzo tremava alla vista di tutte quelle fanciulle pronte a giudicare il suo gesto; inutile dire che i suoi occhi, nonostante vagassero da un viso all’altro con estrema rapidità, si fissarono più intensamente su quello di Beatrice: ella leggeva attentamente, accennando un’adorabile espressione di fastidio misto a concentrazione che le faceva aggrottare leggermente le folte sopracciglia e mordere con estrema sensualità un quadratino delle sue voluttuose e rosee labbra. Dante attese ancora un po’, aspettando che le ragazze finissero di leggere: non era passato forse neanche un secondo ma a lui era sembrato una frazione di tempo interminabile; gli erano passate in mente tutte le possibili risposte che avrebbe potuto dargli Beatrice: dal secco “Mi dispiace, oggi non posso”, al più elaborato “Forse stai correndo un po’ troppo”; dal più sincero e spontaneo “Certo Da’, però non farti strane idee”, fino all’onirico ed irreale “Certo Dante, non vedo l’ora!” seguito da un subitaneo e caldo abbraccio. Preso in questo turbinio di pensieri e ipotesi, Dante nemmeno si accorse che tutte le ragazze della classe, oltre naturalmente al gruppetto che circondava Beatrice, avevano cessato di colpo le loro attività per seguire gli sviluppi di quella scena, alcune divertite e già sogghignanti, altrettante indifferenti ma troppo curiose per lasciarsi sfuggire l’esito della questione, pochissime amareggiate e senza speranza. La risposta di Beatrice, che tanto sembrava essersi fatta attendere, non fu nessuna di quelle ipotizzate dal ragazzo: ciò che accadde immediatamente dopo fu qualcosa che egli non aveva in alcun modo previsto e che, si disse dopo, non poteva in alcun modo immaginare; solo in seguito riuscì a comprendere quanti dettagli avesse sottovalutato nello svolgersi di quella storia, d’amore o d’amicizia che fosse, tutta intrinseca alla sua testa.

Beatrice e le altre ragazze, senza avere nemmeno prima guardarsi tra loro, scoppiarono in una fragorosa e maliziosa risata: Dante, incredulo e costernato, rimase lì in piedi davanti a loro in attesa di una spiegazione, come un condan-nato a morte che, pur sapendo di essere innocente, aspetta dalla corte la sentenza che gli toglierà la vita. Beatrice allora, dopo qualche secondo, gli spiegò, continuando a ridere sguaiatamente tra una manciata di parole e l’altra, come egli fosse stupidamente caduto nel suo tranello senza accorgersi di nulla, senza nemmeno provare a liberarsi dalla ragnatela di menzogne che gli stava tessendo intorno: gli illustrò, con estrema lucidità, con una voce ora aspra tagliente che nulla aveva in comune con quella dolce e suadente di appena qualche minuto prima, come ella avesse deciso di punirlo per il suo osare non rivolgerle la parola. Beatrice, che Dante ora poteva ammirare nella sua reale e maliziosa natura da primadonna, gli disse che era abituata a ragazzi che le morivano dietro e che facevano di tutto pur di ingraziarsi un minuto della sua attenzione; il primo giorno di scuola, quando si conobbero, ella trovò assolutamente inammissibile che un simile grassoccio e rossiccio ragazzo si permettesse non solo di non farle immediatamente da cicisbeo, ma addirittura di non rivolgerle parola; infastidita da tale suo atteggiamento, decise di punirlo a modo proprio, ovvero prima seducendolo per poi rifiutarlo sdegnosamente al momento opportuno. Dante, che in quel momento si sentì cadere il mondo addosso, non ebbe la freddezza di comprendere tutti i possibili indizi che sia Beatrice sia le ragazze della classe gli avevano inviato; sentendosi osservato – adesso sì – da una diversa direzione rispetto al gruppo delle ridacchianti fanciulle, ebbe solo la forza di comprendere il significato dello sguardo triste e pietoso della biondina slavata del secondo banco: ella ora lo guardava, quasi con le lacrime agli occhi, con aria da crocerossina misericordiosa; Dante comprese dunque che quello sguardo non era di invidia come egli si era voluto illudere, bensì di reale compassione per la sua infelice e annunciata sventura.

Abbattuto, mortificato, mentre le ragazze di fronte a sé continuavano a deriderlo senza pietà alcuna, sentì salire da una piega recondita della sua anima, un inaspettato sentimento di rabbia, di rivincita, di vendetta. Guardò Beatrice: al posto della splendida ninfa che aveva ammirato fino a poco tempo prima, ora c’era una perversa e spietata Megera; trattenendo le lacrime, piantò i suoi piccoli e freddi occhi azzurri in quelli ampi e bruni di Beatrice, raccolse tutta la forza vocale che aveva risparmiato in quei mesi e, cercando in ogni modo di dominarla incanalandola nella sua bocca, le disse con voce ferma ma satura di rancore: «Ma vaffanculo, puttana!».
E così, circa quattro mesi dopo quel grigio e freddo pomeriggio di novembre, in quella piovosa e gelida mattinata di metà febbraio, Dante riprese a parlare.

 

Danilo Iannelli

 

 

 

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