I sorci verdi – di Giuseppe Arcuri

I sorci verdi - di Giuseppe Arcuri

Allungai la mano verso il cellulare che vibrava sul cruscotto dell’auto.
«Amore, come mai ancora sveglia?».
«Ma come mai tu invece sei ancora per strada. Dovevi solo prendere un aperitivo con i tuoi colleghi di lavoro ed è quasi mezzanotte».
«Hai ragione, ma sai come vanno spesso ‘ste cose. Succede che una parola tira l’altra, da un discorso ne esce fuori un altro e così il tempo passa senza accorgersene. E visto che s’era fatto tardi, abbiamo mangiucchiato qualcosa».
«E c’era pure la tua cara collega Laura, in questa riunione?».
«Sì, anzi l’ho accompagnata a casa poco fa».
«E magari ti sei intrattenuto in macchina un po’ con lei, vero?».
«No, soltanto il tempo di salutarci e…»
«…e scambiarvi qualche bacetto..».
«Ascolta Simona, è ora di smetterla con questa tua gelosia! Ma possibile che secondo te non possa avere un rapporto di sola amicizia con altre donne?».
«No, per me non esiste che un tipo belloccio come te non venga preso di mira da qualche troietta che voglia spassarsela un po’. E che tu possa resistere alla tentazione di farti una come Laura mi sembra alquanto improbabile».
«Basta Simo! Mi hai proprio rotto con le tue ingiustificate supposizioni, non le sopporto più!».

Così dicendo chiusi la chiamata e gettai con stizza il cellulare sul tappetino dell’auto.
La rabbia mi aveva annebbiato la mente.
Svoltai per via Roma pestando più del dovuto il piede sull’acceleratore.
All’improvviso vidi una figura che, facendo un balzo all’indietro, mi si parò davanti al muso della macchina.
Frenai bruscamente sterzando sulla destra.
Andai a sbattere con una ruota sul marciapiedi, urtando con violenza la fronte sul volante.
Mi ripresi dalla botta e subito scesi per vedere cosa fosse successo a quella persona.
Una donna giaceva a terra. Sembrava avere perso i sensi. Mi chinai su di lei.
«Signora…come sta? S’è fatta male?».
Si svegliò dallo stordimento, toccandosi la testa. Le porsi il mio fazzoletto.
«Mi perdoni, non ricordo se l’ho urtata con l’auto. Ho visto che ha fatto un balzo all’indietro e me la sono trovata davanti all’improvviso».
«Sì, ora ricordo. Stavo attraversando la strada quando ad un tratto vidi dei topi ad un passo da me. Allora feci d’istinto un passo indietro, perdendo l’equilibrio. Per fortuna lei è stato bravo a scansarmi, l’auto mi ha solo sfiorata».

L’aiutai ad alzarsi. Era una bella donna, certamente sotto i quaranta.
Indossava un soprabito scuro, stile anni sessanta.
Aveva i capelli biondi ed un paio d’occhi azzurro cielo.
Mentre la sorreggevo, una vampata di profumo invase le mie narici. Quell’odore sapeva di gelsomini fragranti, appena colti.
Mi venne in mente un ricordo di quand’ero piccolo. Mia madre usava un’essenza simile.
«Si sente di camminare? Dove abita che l’accompagno».
«Proprio qui difronte, al numero 184».
La presi sottobraccio e ci avviammo. Il portone era accostato, lo spinsi ed entrammo.
Era un edificio antico, sicuramente degli inizi del secolo scorso.
Dopo la guardiola del portiere, un ascensore sorgeva al centro delle scale.
Salimmo al terzo piano e, mentre io chiudevo le porte dell’ascensore, la signora era già entrata nell’appartamento.
«Venga, che le offro qualcosa».
Entrai in un ampio ingresso.

Sulla destra notai un affresco senza cornice, grande quasi quanto la parete.
Raffigurava l’angelo dell’annunciazione, che si ergeva maestoso su Maria genuflessa.
Passammo davanti ad una specchiera intagliata, posta sopra una consolle.
Vidi il mio volto riflesso nella semioscurità.
Da un piccolo corridoio mi condusse in un saloncino arredato con mobili antichi.
«Prenda lei stesso qualcosa da bere in quella vetrina» disse mentre si sedeva sul divano.
«Mi scusi, non vorrei sembrarle sgarbato, ma preferirei evitare. Sa, stasera sono stato con degli amici e penso d’aver già bevuto abbastanza».
«Allora accomodati qua, vicino a me. Ci possiamo dare del tu, vero? Io mi chiamo Flora».
«Antonio, ma tutti mi chiamano Nuccio».
«Parlami un po’ di te, della tua vita…dei tuoi amori».
Mi fissava con i suoi dolci occhi languidi ed io ebbi la sensazione che il suo sguardo entrasse dentro di me, scrutandomi fin nel profondo dell’anima.
Raccontai di me, del mio lavoro, dei miei interessi, dei miei rapporti con le donne e parlavo… parlavo ammaliato dal suo sorriso ed affascinato dalla sua bellezza.

Eravamo molto vicini ed il suo profumo m’inebriava sempre di più, mi stordiva, mi trasportava in un mondo irreale, come in un sogno.
Le sue labbra socchiuse sembravano un sicuro approdo dove poter riparare dalle tempestose sensazioni che avvolgevano la mente in un dolce torpore.
Finché non sfiorarono le mie ed allora caddi in un precipizio senza fine, un profondo oblio dove galleggiavano emozioni e desideri repressi.
I sensi ci travolsero, s’impadronirono di noi, delle nostre menti, delle nostre anime.
Le nostre bocche s’unirono, incollate da un unico fremito, mentre i nostri corpi si cercavano, si trovavano, si saziavano l’uno dell’altro.
Sprofondai in un delirante, piacevole abisso.

Mi svegliai ai primi chiarori dell’aurora.
Lei giaceva dormiente sul divano, la mano poggiata sulla fronte.
Pensai ch’era meglio andare. Volevo riflettere a mente fredda su quella notte.
Fuori dal portone m’accolse una pioggerella fine.
Entrai in macchina e girai la chiave per avviare il motore. Niente da fare, non partiva.
Mi accorsi allora che avevo lasciato i fari accesi. La batteria s’era scaricata.
Bisognava attendere che aprissero i negozi, per cercare un elettrauto.
Mi sistemai meglio sul sedile e m’addormentai.
Fui svegliato dal rumore d’un camion che stava parcheggiando.
Guardai l’orologio, segnava le sette e quaranta.

Il portone al numero 184 era aperto. Due persone, scese dal furgone, vi stavano entrando.
Ripensai ai dolci momenti di quella notte. Rividi quegli occhi azzurro cielo.
Capii che forse non era giusto andarmene così. Scesi dall’auto e mi diressi verso il palazzo.
Nella guardiola c’era un signore, doveva essere il portiere.
«Buongiorno, desidera?» disse, rivolgendosi a me.
«Buongiorno a lei. Le dispiace citofonare alla signora del terzo piano, per dirle che sto salendo».
«Ma di quale signora sta parlando?».
«Della signora Flora, non so il cognome».
Mentre così dicevo, un piccolo frastuono attirò la mia attenzione. I due operai scesi dal camion stavano trasportando, con una certa difficoltà, il grande dipinto che avevo visto nell’ingresso dell’appartamento.
«Scusi, ma perché stanno portando via quel quadro?» chiesi al portiere.
«Perché il nuovo proprietario dell’immobile ha venduto tutto l’arredamento, in attesa di trovare un acquirente anche per l’appartamento».
«Ma la signora…».
«Donna Flora Dominici non c’è più da quasi quarant’anni. Finalmente, dopo tanto tempo, s’è trovato un lontanissimo parente che risiede in America. E siccome a lui non gliene frega niente di venire ad abitare qua, sta vendendo tutto».
«Ma in che senso la signora Flora non c’è più?».
«Signor mio, ma lei mi sta forse prendendo per i fondelli? Se prima la cercava vuol dire che sapeva della sua esistenza».
«Mi scusi, non faccia più caso a quello che le ho detto prima. La prego di dirmi cosa è successo alla signora».
«Circa quarant’anni fa io qui non c’ero, il portiere era un’altra persona ch’è morta da una quindicina d’anni. Io lo sostituii ed arrivai a conoscerlo prima che se ne andasse. Fu lui a raccontarmi che donna Flora, figlia del marchese Dominici, abitava da sola nell’appartamento al terzo piano. Un giorno, mentre stava attraversando la strada, fu investita da un’automobile. Sbatté la testa e morì sul colpo. Un testimone disse che aveva notato dei topi nella via, può darsi che furono la causa dello spavento e quindi dell’incidente».
«Ma allora….».
«Signore, si sente bene? Mi sembra impallidito. Guardi qui accanto c’è un bar, si prenda un caffè».
«Sì..grazie. Arrivederci».

Nella testa tanti pensieri si scontravano fra loro, tante voci si rincorrevano.
Uscii in strada e guardai la macchina con ancora la ruota sul marciapiedi.
Rividi le sequenze del film vissuto.
Il portone socchiuso. Entrai nell’appartamento che la porta era già aperta.
Nello specchio vidi riflessa solo la mia immagine.
Ma poi il resto…com’era stato possibile. Fu tutto un sogno?
Mi girai per vedere dove si trovava il bar. Era lì a pochi passi.
Sull’insegna una scritta: “I sorci verdi”.
Sorrisi e, mentre mi dirigevo là, infilai le mani nelle tasche dei pantaloni.
Toccai qualcosa. Un fazzoletto.
Lo portai al naso e subito una fragranza di gelsomini appena colti inondò le narici.

 

Giuseppe Arcuri

 

 

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