Va’ a cercarla (1907) di James Joyce, quando l’amore abbatte ogni distanza

27 Gennaio 2026

Scopri i versi di "Va’ a cercarla" di James Joyce, un canto all'amore e una preghiera al vento di poter vedere presto la propria amata.

Va’ a cercarla (1907) di James Joyce, quando l’amore abbatte ogni distanza

Va’ a cercarla di James Joyce è una poesia d’amore che trasforma il desiderio per l’amata in un’emozionante preghiera rivolta alla grande forza della natura. Il poeta invoca il vento come messaggero gentile, incaricato di attraversare terre e mari per annunciare l’arrivo dell’amato. In questo breve epitalamio moderno, Joyce celebra un amore maturo, certo, capace di superare ogni distanza senza angoscia né conflitto.

Non c’è conflitto né inquietudine in questi versi, ma una calma certezza. L’amore è già compiuto interiormente, deve solo attraversare lo spazio che separa due anime destinate a incontrarsi. Joyce costruisce un canto essenziale e luminoso, in cui il sentimento non si consuma nella nostalgia, ma si affida al tempo e alla natura con naturalezza.

La poesia appartiene alla tradizione dei canti nuziali, ma ne rinnova il linguaggio rendendolo intimo e moderno. L’amore non è possesso né impeto, bensì un movimento armonico che coinvolge il mondo intero. La distanza non divide, l’attesa non pesa: tutto è orientato verso l’incontro, vissuto come evento inevitabile e sereno. In questa visione, Joyce celebra un amore maturo, consapevole, capace di abitare il presente senza temere ciò che ancora deve arrivare.

Go seek her out, questo il titolo originale della poesia, fa parte della raccolta di poesie Chamber Music (Musica da camera) di James Joyce, pubblicata per la prima volta nel 1907.

Leggiamo questa poesia di James Joyce per viverne la passione e scoprirne il significato.

Va’ a cercarla di James Joyce

Va’ a cercarla con tutta cortesia
e dille che io vengo,
vento di spezie il cui canto è sempre
epitalamio.
Oh, affréttati sulle terre oscure
e corri sul mare,
poiché mari e terre non ci divideranno,
me e il mio amore.

Ora, vento, per la tua buona cortesia
ti prego: va’,
entra nel suo piccolo giardino
e canta alla sua finestra,
cantando: il vento nuziale soffia,
poiché l’Amore è al suo mezzogiorno;
e presto il tuo vero amore sarà con te,
presto, oh presto.

Go seek her out, James Joyce

Go seek her out all courteously,
And say I come,
Wind of spices whose song is ever
Epithalamium.
O, hurry over the dark lands
And run upon the sea
For seas and lands shall not divide us
My love and me.

Now, wind, of your good courtesy
I pray you go,
And come into her little garden
And sing at her window;
Singing: The bridal wind is blowing
For Love is at his noon;
And soon will your true love be with you,
Soon, O soon.

Una poesia d’amore affidata al vento

In Va’ a cercarla, James Joyce rappresenta l’amore come un’energia naturale e inevitabile, capace di muoversi nello spazio senza incontrare ostacoli reali. Non è un sentimento fragile né tormentato, ma una presenza piena, che non ha bisogno di affermarsi attraverso il conflitto. L’amore, in questa poesia, non chiede di essere dimostrato: esiste, e per questo può permettersi di attendere.

Affidando il proprio messaggio al vento, Joyce sottrae il desiderio alla dimensione privata per consegnarlo a una forza universale. La natura non è sfondo, ma soggetto attivo: accompagna, protegge, annuncia. In questa visione, la distanza geografica perde ogni peso simbolico, perché ciò che conta non è il cammino, ma la certezza dell’incontro. L’attesa diventa così uno spazio sereno, abitato dalla fiducia, in cui il tempo non separa gli amanti ma li conduce l’uno verso l’altra.

Il vento come messaggero d’amore

La poesia si apre con un comando gentile, non è l’ordine di chi pretende, ma la richiesta di chi ha una certezza così forte da potersi permettere la grazia. Joyce chiede al vento di “cercarla” e di portare un annuncio semplice, decisivo: l’amato sta arrivando. L’amore, qui, non è un rovello psicologico; è un movimento reale, un gesto che prende forma.

La scelta del vento è cruciale. È l’elemento che unisce senza possedere, che tocca senza trattenere. È libertà pura, ma anche direzione. Joyce lo carica di sensualità e di festa. Il “vento di spezie” non porta solo notizia, porta atmosfera, profumo, preparazione. È come se l’amore dovesse precedere se stesso, entrare prima nella vita dell’amata e predisporre il mondo all’incontro.

E poi c’è l’immagine più potente. Il vento deve attraversare “terre oscure” e correre sul mare. Le “terre oscure” non sono soltanto geografia: sono tutto ciò che nella vita appare opaco, difficile, distante.

Ma Joyce non si ferma a descrivere l’ostacolo: lo attraversa. Il passaggio decisivo è la negazione del confine: mari e terre, le grandi barriere del mondo, non divideranno gli amanti. Non è un auspicio fragile, ma è una vera dichiarazione. La distanza, in questa poesia, è già sconfitta.

La promessa dell’incontro come rito intimo e inevitabile

Nella seconda strofa il tono diventa ancora più intimo. Joyce ripete la cortesia, la trasforma quasi in una preghiera. È come se l’amore, pur essendo certo, riconoscesse che l’avvicinamento a chi si ama va fatto con rispetto. Il vento non deve irrompere: deve entrare, cantare, annunciarsi. E Joyce sceglie due immagini domestiche e universali: il giardino e la finestra.

Il “piccolo giardino” è una soglia dell’anima, esprime un luogo protetto, privato, vivo. Non è la piazza pubblica dell’amore esibito, ma lo spazio in cui l’amata è se stessa. La “finestra” è il simbolo perfetto dell’attesa: separa e insieme permette il contatto, lascia passare luce e voce, prepara l’apertura. Joyce mette l’amore proprio lì: non nello scontro, ma nella soglia.

Il vento canta un messaggio preciso. Il vento “nuziale” sta soffiando. L’amore viene presentato come un rito, una stagione, una corrente inevitabile che non dipende dall’umore degli esseri umani. E infatti l’Amore è personificato, elevato. Non è un capriccio, ma una forza piena, al suo culmine, nel momento più alto e stabile. In questa immagine c’è maturità: un amore che non ha bisogno di urlare perché è già “giorno”, già luce.

La chiusa è una promessa ripetuta, insistita, quasi musicale: “presto, oh presto”. Qui Joyce non cerca suspense: cerca intensità emotiva. La ripetizione non è ansia, è certezza che vibra. È il modo con cui la poesia fa sentire che l’incontro non è un’ipotesi romantica, ma un evento che sta già arrivando.

La fiducia come forma più alta dell’amore

In Va’ a cercarla James Joyce affida all’amore una qualità rara e oggi poco raccontata: la fiducia. Il sentimento che attraversa la poesia non vive di attesa febbrile né di tensione emotiva, ma di una consapevolezza già compiuta. L’incontro non viene immaginato come evento incerto, bensì come passaggio naturale di un cammino che ha già preso forma interiormente.

L’amore descritto da Joyce si muove nel mondo con la stessa armonia degli elementi naturali che lo accompagnano. Non cerca scorciatoie, non forza il tempo, non ha bisogno di dimostrazioni continue. La distanza diventa parte del percorso, uno spazio attraversabile che rafforza il senso dell’unione invece di indebolirlo. In questa visione, l’attesa non svuota, ma prepara, rende disponibili, educa alla misura.

La poesia restituisce così un’idea di amore maturo, capace di abitare il presente senza inquietudine. L’incontro viene vissuto come un evento già inscritto nel tempo, che procede con naturalezza verso il suo compimento. James Joyce suggerisce che l’amore autentico possiede una direzione chiara e una forza silenziosa. Non ha bisogno di affermarsi attraverso il rumore, perché, come il vento che lo annuncia, arriva ovunque senza farsi trattenere.

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