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“Stagioni”, la vita e il tempo che scorre nella poesia di Natalia Ginzburg

“Stagioni” è una delicata poesia di Natalia Ginzburg con cui l’autrice esprime la sua visione della vita e del tempo che scorre.

La riflessione sul tempo è sempre stata una tematica prediletta della poesia, sin dall’età classica, quando il poeta latino Orazio cantava il Carpe diem e si augurava che gli esseri umani non si perdessero nella contemplazione della vita trascurando invece di vivere davvero.
La poesia che condividiamo oggi con voi ha molto a che fare con il tema del tempo.

Leggiamo insieme “Stagioni”, un delicato componimento di Natalia Ginzburg che ci fa apprezzare il talento poetico di una scrittrice che molti di noi conoscono grazie al capolavoro “Lessico famigliare”.

Stagioni

Chi ha dimenticato l’inverno
Non merita la primavera,
Chi ha dimenticato la campagna
Non deve camminare in città.
La ragazza usciva sola
E amava camminare in silenzio:
Siccome non portava il cappello
Riusciva sgradita alla gente.
Le sue spalle curve e magre
Dicevano: io non voglio nessuno;

Io voglio soltanto
Camminare in città.
Chi non riconosce il volto
Della passione, non deve
Non deve esistere al mondo.
La ragazza che fumava, sdraiata
Sul divano, che taceva sola,
Non bisogna dimenticarla
Se pure è finito il suo tempo,
Se il suo corpo ha dato dei figli
Come una donna può fare.
Chi ha veduto il cielo al tramonto
Non deve dimenticare il mattino,
Poiché la vita che ci è data
È questa: morire e nascere,
Nascere e morire, ogni giorno.
La ragazza che usciva in silenzio
Non c’è più, ma forse i suoi figli,
Nati dal suo corpo, un giorno
Vorranno uscire da soli,
In silenzio, a sfidare la gente.

Il tempo, la vita, ciò che resta di noi

Quando ci guardiamo indietro, ci autodeterminiamo riconoscendo il nostro passato. Le nostre scelte, i nostri desideri e i nostri errori, persino i rimpianti e i rimorsi che ci portiamo dietro, ci rendono ciò che siamo oggi.

La poesia che fra pochissimo leggeremo ci ricorda proprio questo, che il nostro legame con il passato non deve intristirci perché stiamo invecchiando, né deve essere rinnegato per gli errori che abbiamo commesso, perché noi siamo qui grazie a ciò che è stato, e non solo noi.

Il componimento, suddiviso in due strofe di lunghezza diseguale, si snoda attraverso due percorsi fondamentali intrecciati fra di loro: si alternano, infatti, momenti in cui l’autrice invita a non dimenticare il passato e a non avere rimorsi, usando diverse metafore – “Chi ha dimenticato l’inverno/non merita la primavera […] Chi ha dimenticato la campagna/non deve camminare in città” – e momenti in cui affiorano dei veri e propri flashback in cui è incastonata la figura di una ragazza solitaria, anticonformista, che ormai è solo passato, ma che non dev’essere dimenticata, perché lei non c’è più, “ma forse i suoi figli,/nati dal suo corpo, un giorno/vorranno uscire da soli,/in silenzio, a sfidare la gente”.

Una poesia profonda, che tratta il topos del tempo che passa – le “stagioni” del titolo” in modo originale e personale.
Il tempo non scorre immotivato, la vita non ci abbandona mai del tutto. Anche quando sembra che tutto sia finito, che la nostra esistenza sia giunta al termine, noi, le nostre parole, le nostre azioni e i nostri pensieri sono destinati a sopravvivere, a germogliare nella vita degli altri, di chi verrà dopo di noi.

 

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