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La poesia

“Sant’Ambrogio”, la poesia di Giuseppe Giusti dedicata al patrono milanese

“Sant’Ambrogio” è una poesia di Giuseppe Giusti contenuta nella raccolta “Giuseppe Giusti. Versi editi ed inediti” del 1852

Il 7 dicembre si celebra Sant’Ambrogio, patrono della città di Milano. Per l’occasione vi proponiamo la poesia “Sant’Ambrogio”, un componimento di Giuseppe Giusti contenuto nella raccolta “Giuseppe Giusti. Versi editi ed inediti” del 1852.

“Sant’Ambrogio”

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.
M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promessi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.
Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebber Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.
Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.
Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.
Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
io ritornavo a star com’ ella sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,
un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.
Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.
E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e di Boemme,
come mandrie a svernar nelle maremme.
A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.
Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo.

L’ironia e la commozione

Il poeta toscano Giuseppe Giusti si esprime in questa poesia con ironia. Qui racconta un fatto accadutogli realmente quando si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, proprio mentre si recava in visita alla basilica di Sant’Ambrogio. Giusti nella poesia immagina di rivolgersi ad un funzionario di polizia dell’Impero Austro-Ungarico, che a parer suo lo stava guardando male. La prima reazione del poeta è un senso di repulsione e antipatia, poi però la sua attenzione torna al luogo sacro della basilica e le parole di un canto tedesco cambiano il pensiero di Giusti. Si sente parte di quella nostalgica sofferenza e inizia a fare una lunga riflessione sulla situazione dei soldati. C’è compassione per loro, costretti lontano da casa.

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Parafrasi dei primi 15 versi

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco – Vostra Eccellenza, che mi avete messo il muso
per que’ pochi scherzucci di dozzina, – per quei quattro scherzi dozzinali
e mi gabella per anti–tedesco – e che mi prendete in giro come fossi anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina, – perché metto i birboni alla berlina (mi faccio beffe dei manigoldi)
o senta il caso avvenuto di fresco, – senta un po’ cosa mi è accaduto di nuovo
a me che, girellando una mattina, – a me, che gironzolando al mattino
capito in Sant’Ambrogio di Milano, – sono arrivato a Sant’Ambrogio a Milano
in quello vecchio, là, fuori di mano. – quello vecchio, quello che è fuorimano.

M’era compagno il figlio giovinetto – Mi accompagnava il mio giovane figliolo
d’un di que’ capi un po’ pericolosi, – che ha tanti grilli per la testa
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto – quanto quelli di quel tale Sandro (Alessandro Manzoni), autore di un breve romanzo
ove si tratta di promessi sposi… nel quale si parla di sposi promessi (i Promessi Sposi)
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto? – Non lo conosce, Eccellenza? O non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi, – Ah, capisco: la sua mente, Dio possa darle requie,
in tutt’altre faccende affaccendato, – è in tutt’altre faccende affaccendata (è impegnata a pensare ad altro)
a questa roba è morto e sotterrato. – mentre questa roba (il “romanzetto” di Manzoni) è morta e sepolta.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati, – Entro (a Sant’Ambrogio) e trovo un gruppo di soldati
di que’ soldati settentrionali, – di quelli del nord
come sarebbe Boemi e Croati, – come potrebbero essere i Boemi o i Croati
messi qui nella vigna a far da pali: – messi a fare da pali in un vigneto
difatto, se ne stavano impalati, – e infatti se ne stavano tutti impalati (ritti e fermi)
come sogliono in faccia a’ Generali, – come quando si mettono sull’attenti di fronte a un Generale
co’ baffi di capecchio e con que’ musi, – con quei baffoni e quelle facce serie
davanti a Dio diritti come fusi. – dritti come fusi di fronte a Dio.

Alice Turiani

 

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