La Divina Commedia

La resurrezione poetica di Beatrice, la Pasqua della Divina Commedia

Il XXX canto del Purgatorio rappresenta la "resurrezione" di Beatrice, l’adempimento della promessa di Dante fatta nel "Vita Nova" di tornare a parlare dell'amata quando avrà trovato i mezzi poetici adeguati a lodarla come merita
La resurrezione poetica di Beatrice, la Pasqua della Commedia

Possiamo considerare il XXX canto del Purgatorio con la “resurrezione” di Beatrice la Pasqua della Commedia. Finalmente, dopo un’attesa durata molti anni e molti versi, Beatrice, la signora della mente di Dante, risorge a vita nova. Pronta ad accompagnare il suo poeta nella più divina storia d’amore di ogni tempo. Verso Amor che move il sole e le altre stelle.

Vita Nova

È necessario fare qualche passo indietro, per meglio cogliere la centralità di questo snodo narrativo. Nel suo libro giovanile, la Vita Nova, Dante aveva narrato la storia del suo amore per questa fanciulla incontrata la prima volta a nove anni, una seconda a diciotto. Il simbolismo numerologico è evidente: l’insistenza sul nove e sui multipli del tre è allusiva al mistero centrale della rivelazione cristiana, quello trinitario.

Questo amore si atteggia inizialmente nei canoni della tradizione cortese e stilnovistica; l’epifania della donna amata sulle vie della terra è celebrata in sonetti memorabili ( basti pensare a Tanto gentile e tanto onesta pare ) che fungono da soste liriche e autocommentative della narrazione autobiografica, in una mistura di prosa e versi che non ha uguali in nessun’ altra letteratura.

Il valore morale dei sentimenti

La poesia stilnovistica, che ha il suo antesignano in Guido Guinizzelli e il massimo esponente in Dante (il quale nel canto XXIV del Purgatorio conia la definizione di dolce stil novo) è caratterizzata, oltreché da una ricerca linguistica orientata a illimpidire il linguaggio poetico italiano,  da un’esaltazione del valore morale dei sentimenti umani. 

Un aspetto di questa poesia che oggi può lasciare un margine di perplessità è l’accento posto sul trambusto emotivo che il semplice saluto della donna provoca in chi lo riceve. Questo fenomeno va inquadrato storicamente e sociologicamente. Nel Medioevo le ragazze in età da marito tendenzialmente non uscivano mai di casa, ad eccezione di quando andavano a messa o alle altre cerimonie religiose. In quelle circostanze erano sempre scortate dai fratelli e da familiari che le sorvegliavano attentamente. In un clima tale, la possibilità per una ragazza di salutare sulla pubblica via una persona dell’altro sesso rappresentava un gesto audacissimo, temerario. I ragazzi che ricevevano questo dono erano dei privilegiati!

Incontrare Beatrice

Innamorarsi significa creare una religione il cui Dio è fallibile. Beatrice – mentre il limitare di gioventù saliva – muore, abbandonando così il suo poeta amante. Ecco come il suo primo biografo, Giovanni Boccaccio, descrive questo schiavo d’amore che ha perso ogni coordinata esistenziale:

«Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intanto che i più si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse […]

Egli era, sì per lo lagrimare, sì per l’afflizione che il cuore sentiva dentro, e sì per lo non avere di sé alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a riguardare: magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solea».

Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges si è ampiamente interessato a Dante (i suoi nove saggi danteschi sono la testimonianza del  lungo studio e grande amore nei suoi confronti).

In una delle sue pagine più famose,  sostiene che il poeta fiorentino avrebbe progettato quello che lui considerava il miglior libro mai scritto dagli uomini, la Commedia,  per offrire a sé stesso un risarcimento impossibile: incontrare di nuovo Beatrice, farla rivivere poeticamente.

Egli scrive: «Dante, morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo libro per introdurvi quell’incontro».

Nella prospettiva di Borges, l’impulso a progettare una così ambiziosa opera poetica sarebbe stato il desiderio di poter rivedere la sua amata. «Un sorriso e una voce, che lui sa perduti, sono la cosa fondamentale».

Un sostegno a questa tesi la rintracciamo alla fine della Vita Nova. In quel luogo liminare, Dante fa una promessa a sé stesso e al suo pubblico: tornerà a parlare di Beatrice solo quando avrà trovato i mezzi poetici adeguati a lodarla come merita:

«io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna».

La resurrezione poetica di Beatrice

Il XXX canto del Purgatorio è l’adempimento di quella giovanile promessa. Virgilio ha accompagnato Dante nell’esplorazione della voragine infernale e – a quest’altezza del libro – hanno appena scalato la montagna delle redenzione, divisa in sette terrazzamenti nei quali vengono espiati i sette vizi capitali. Potremmo definire il Purgatorio una clinica dell’anima, dove «l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno». Gli spiriti penitenti si riabilitano moralmente attraverso una lenta terapia spirituale. Il grande poeta latino, alle soglie del Paradiso terrestre, rivolge a Dante le ultime parole, incoronandolo signore della propria anima (canto XXVII, v. 142: «perch’io te sovra te corono e mitrio»).

Nel giardino edenico si svolge una solenne processione, che preannuncia uno dei culmini emozionali di tutto il poema: una donna incede verso il protagonista ( vv. 31-33: «sopra candido vel, cinto di uliva / donna m’apparve, sotto verde manto,  / vestita di color di fiamma viva» ), salutata dalle parole che erano state rivolte a Gesù nel giorno della sua entrata a Gerusalemme: «Benedictus qui venis».

L’eco antico dell’amore

Dante avverte l’eco dell’antico amore (v. 39: «d’antico amor sentì la gran potenza») e ogni goccia di sangue trema dentro di lui. Allo stesso modo di un bambino che invochi la protezione materna, egli si volge per cercare il supporto di Virgilio, il quale però si è ormai congedato definitivamente, lasciandolo esposto a sé stesso.  Per la prima volta nel poema, risuona il nome dell’autore, pronunciato da Beatrice, al cospetto della quale il peregrin d’amore si ritrova dopo tanti anni.

Sono i versi 55-57  del XXX canto del Purgatorio:

Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non pianger ancora;

che pianger ti convien per altra spada.

Beatrice. che ricompare in questo trentesimo canto del Purgatorio. accompagnerà Dante nell’esplorazione dei cieli paradisiaci.  Nella terza cantica, una delle grandi sfide sarà quella di raccontare lo splendore degli occhi della sua amata, quegli stessi occhi che da ragazzo gli apparivano come anticipi di cielo sulla terra.

Scrive il grande romanziere contemporaneo Julian Barnes,  «È negli occhi che abbiamo incontrato l’altro, ed è li che ancora lo troviamo». Torquato Tasso ci aveva ricordato che « gli occhi sono quelli che più godono, e quelli di cui più si gode nell’amore ».

La Pasqua della Divina Commedia

Beatrice è colei che trasforma la mente di Dante in un Paradiso (imparadisa la mia mente) capace di accogliere tutta la bellezza dell’Universo. Nel XXX canto della terza cantica (mirabile come sempre la simmetria testuale) Beatrice lascerà il posto alla terza e ultima guida di Dante, S. Bernardo, il quale pronuncia la santa orazione alla Vergine che apre l’ultimo canto del poema sacro.

La resurrezione poetica di Beatrice nel canto XXX della seconda cantica rappresenta la Pasqua della Commedia.

Nel Novecento, un grande poeta italiano ha legato la sua opera a questo segmento testuale (i canti XXX e XXXI), ossia Giorgio Caproni, il quale prenderà in prestito le parole che Beatrice rivolge a Dante (XXXI, v. 46: « pon giù il seme del piangere e ascolta») per dare un titolo alla sua raccolta lirica dedicata ad Annina, la madre-fidanzata ritrovata dopo un folle volo, un viaggio nel tempo verso un luogo addirittura di antenascita.

Nel seme del piangere, Caproni riorchestra armoniche dantesche e stilnovistiche e accompagna poeticamente questa ragazza, che un giorno diventerà sua madre, per le vie di Livorno, fiorite di occhi che mirano incantati il suo passare. In questo modo, gli archetipi lirici duecenteschi rinascono a vita nova.

La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si  riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Quando questo viaggio nella memoria finisce, la ferita di vivere torna a bruciare:

Annina è nella tomba

Annina ormai è un ombra.

E chi potrà più appoggiare

l’orecchi al suo petto e ascoltare

come una volta il cuore

timido, tumultuare?

Dario Pisano

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