Poesia

“Nessun uomo è un’isola”, la poesia di John Donne sull’importanza di rimanere uniti nelle avversità

La visione di un'isola in mezzo al mare. E' con questa metafora che il poeta John Donne descrive la sensazione di solitudine e distacco che talvolta proviamo nelle difficoltà
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Vissuto a Londra a cavallo fra il XVI e XVII, John Donne è stato un poeta, religioso e saggista inglese, nonché avvocato e chierico della Chiesa d’Inghilterra. A lui si ascrivono sermoni e poemi religiosi, ma anche satire e sonetti. A consacrare John Donne fra i poeti più celebri del 1500 è soprattutto un sermone, o ancora meglio un verso, che Ernest Hemingway cita in epigrafe al suo romanzo “Per chi suona la campana“. Stiamo parlando di “Nessun uomo è un’isola”, verso tratto dalla meditazione XVII di John Donne, che dà il titolo anche all’omonimo libro di Thomas Merton.

Nessun uomo è un isola

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

Il significato

Quante volte ci è successo di sentirci completamente soli, abbandonati nel mare della vita, staccati dalle persone che ci circondano, incapaci di cogliere il senso della nostra esistenza. Per descrivere questa sensazione, John Donne si avvale di un’immagine molto efficace, una metafora che, per la sua forza rappresentativa, si è scolpita nell’immaginario comune: la visione di un’isola in mezzo al mare. Un’isola che, per sua stessa natura, è destinata a rimanere sola come una monade, scollegata dal resto del mondo. Ma è qui che il poeta ci spalanca un’altra visione, altrettanto suggestiva: “Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto”. Questi versi ci invitano a cogliere la nostra vita come parte di una dimensione più grande, a cui apparteniamo e di cui possiamo percepire le connessioni vibranti. Quello di John Donne è un invito a sentirci parte del tutto, ma anche a essere empatici, a sentire il dolore dei nostri “fratelli” come parte della nostra stessa sofferenza. 

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