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“L’agave sullo scoglio” di Eugenio Montale, il vento come metafora della vita

Il vento, forza vitale e al contempo distruttiva, elemento naturale che rinfranca e sconquassa. Scopri "L'agave sullo scoglio", una poesia di Eugenio Montale in cui il vento si fa metafora del cambiamento e del fluire della vita.

Il 15 giugno ricorre ogni anno la Giornata mondiale del vento. Per l’occasione riscopriamo un autore che ha conferito al vento un ruolo fondamentale per la sua poetica, Eugenio Montale. La poesia che vi proponiamo si intitola “L’agave sullo scoglio”, ed è contenuta all’interno della raccolta “Ossi di seppia“.

“L’agave sullo scoglio” di Eugenio Montale

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

Vento e cambiamento

Il vento è un elemento tipico della poesia montaliana. Sin dal primo verso, quello di In limine, che apre la raccolta “Ossi di seppia”, Montale conferisce al vento uno spazio fondamentale nella sua poetica:

“Godi, se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita”.

Il vento è qui simbolo di vitalità, di movimento e forza creatrice che consola e rinfranca. Ne “L’agave sullo scoglio”, notiamo subito un forte contrasto fra immobilità e movimento, fra radicamento e cambiamento. Ed è proprio il vento, che guida le nuvole nei loro vorticosi svolazzi e le onde nei loro sbuffi marini, a rappresentare il movimento, talvolta turbolento, della vita.

Il poeta, infatti, si assimila ad un’agave, la pianta grassa tipica delle assolate coste liguri, che cerca di sopravvivere e sbocciare anche mentre è sballottata di qua e di là dallo Scirocco.

Una poesia bellissima che, attraverso il linguaggio aspro e secco tipico di “Ossi di seppia”, ci ricorda il legame con le nostre radici e con la natura che con la sua straordinaria forza sembra esprimere i nostri stati d’animo.

Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. Il padre di Eugenio è infatti proprietario di una ditta che produce prodotti chimici. L’infanzia e l’adolescenza sono segnate dalla salute precaria, che non permette al giovane di condurre la vita gioiosa e spensierata che si addice ai ragazzi della sua età.

A causa delle continue polmoniti, Eugenio Montale viene indirizzato verso gli studi tecnici, più rapidi e meno impegnativi di quelli classici. Diplomatosi in ragioneria con ottimi voti nel 1915, coltiva tuttavia la passione per la cultura umanistica studiando da autodidatta e frequentando le lezioni di filosofia della sorella Marianna, iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia. Intanto, la Prima Guerra Mondiale esige nuove reclute. È così che, nel 1917, Montale viene arruolato nella fanteria dopo aver svolto il servizio militare e combatte fino al 1920, quando viene congedato con il grado di tenente.

Negli anni ’20, il fascismo comincia a diffondersi in Italia. Eugenio Montale è uno dei tanti intellettuali che nel 1925 sottoscrive il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” concepito da Benedetto Croce. Questo è un anno fondamentale nella vita del poeta: al 1925 risale, infatti, la prima pubblicazione di “Ossi di seppia”, che segna un punto di svolta nella carriera letteraria di Montale.

Nel 1927, Eugenio Montale si trasferisce a Firenze, dove collabora con importanti riviste e dirige il Gabinetto Vieusseux, incarico da cui viene allontanato nel 1938 a causa della sua riluttanza nei confronti del fascismo. Nonostante ciò, il soggiorno fiorentino è uno dei periodi più pieni e vivaci della vita di Montale, che qui compone le “Occasioni” e incontra per la prima volta Irma Brandeis e in seguito anche Drusilla Tanzi, che diventerà moglie del poeta.

Eugenio Montale si trasferisce a Milano nel 1948. Qui, comincia a collaborare con il Corriere della Sera, giornale per cui scrive critiche letterarie, reportage e articoli più generici. Montale continua a pubblicare opere in versi e in prosa, nel 1962 sposa finalmente Drusilla Tanzi, dopo 23 anni di fidanzamento.

Il matrimonio non è destinato a durare: Drusilla muore nell’ottobre del 1963, dopo un periodo di dolore e malattia. A lei è dedicata la raccolta “Xenia”. La poesia montaliana si fa più cupa, disillusa: i versi cantano il distacco dalla vita, i cambiamenti della modernità, le trasformazioni culturali. Nel 1975, il poeta viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.

Muore il 12 settembre 1981 nella clinica San Pio X. Viene sepolto a Firenze, accanto alla moglie Drusilla.

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