“Sonetto XCIII” di Pablo Neruda: un bacio d’amore che dura per l’eternità

4 Gennaio 2026

Nel Sonetto XCIII di Pablo Neruda l’amore accetta la fine e la trasforma in bellezza: un bacio che diventa una dichiarazione che dura oltre il tempo.

"Sonetto XCIII" di Pablo Neruda: un bacio d'amore che dura per l'eternità

“Se un giorno il tuo cuore si ferma”. Così inizia il Sonetto XCIII di Pablo Neruda, una delle più radicali e potenti dichiarazioni d’amore della poesia del Novecento. Non c’è slancio retorico, né promessa consolatoria. C’è, fin dal primo verso, l’irruzione della fine. La morte viene nominata senza eufemismi, osservata mentre avanza lentamente, spegnendo il corpo un gesto alla volta.

In questi versi Neruda promette a Matilde non l’eternità dell’anima, ma la fedeltà nell’istante estremo. Quando il cuore si fermerà, quando la voce non diventerà più parola e le mani si scorderanno di volare, l’amore non arretrerà. Resterà lì, incarnato in un bacio che non vuole salvare, ma accompagnare.

Il Sonetto XCIII non racconta un amore che vince la morte. Racconta qualcosa di più difficile e più umano: un amore che accetta la fine e, proprio per questo, la trasforma in un unico gesto condiviso, capace di durare oltre il tempo.

La poesia è il novantatreesimo sonetto della raccolta di poesie Cento sonetti d’amore di Pablo Neruda, pubblicata nel 1959.

Leggiamo questa meravigliosa poesia di Pablo Neruda per viverne le emozioni e comprenderne il profondo significato.

Sonetto XCIII di Pablo Neruda

Se un giorno il tuo cuore si ferma,
se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
se la voce dalla bocca ti esce senza divenire parola,
se le tue mani si scordano di volare e s’addormentano,

Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
perché così accompagni anche me nella mia morte.

Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.

E così quando la terra riceverà il nostro abbraccio
andremo confusi in una sola morte
a vivere per sempre l’eternità di un bacio.

 

Soneto XCIII, Pablo Neruda

Si alguna vez tu pecho se detiene,
si algo deja de andar ardiendo por tus venas,
si tu voz en tu boca se va sin ser palabra,
si tus manos se olvidan de volar y se duermen,

Matilde, amor, deja tus labios entreabiertos
porque ese último beso debe durar conmigo,
debe quedar inmóvil para siempre en tu boca
para que así también me acompañe en mi muerte.

Me moriré besando tu loca boca fría,
abrazando el racimo perdido de tu cuerpo,
y buscando la luz de tus ojos cerrados.

Y así cuando la tierra reciba nuestro abrazo
iremos confundidos en una sola muerte
a vivir para siempre la eternidad de un beso.

L’amore vero vive anche oltre la morte

Nel Sonetto XCIII Pablo Neruda affida all’amore una funzione estrema. Non quella di salvare dalla morte, né di consolare chi resta, ma di restare. Di non arretrare proprio quando il corpo smette di rispondere e la vita si ritira lentamente. La poesia nasce da una consapevolezza radicale: la fine è inevitabile. Ma ciò che può ancora accadere, nell’ultimo istante, è una forma di fedeltà assoluta.

L’amore che Neruda dedica a Matilde non promette un aldilà. Promette presenza, esistenza, passione anche oltre la vita. Promette un gesto che accompagna la morte invece di negarla. In questo sonetto l’eternità non è una categoria astratta. È la durata simbolica di un bacio, fissato come ultimo atto umano contro la dissoluzione.

Un bacio che vive per l’eternità

Il sonetto si apre con una sequenza ipotetica che scandisce l’avanzare della morte. Il cuore che si ferma, il sangue che smette di bruciare, la voce che non diventa parola, le mani che si addormentano. Neruda descrive la fine come una sottrazione progressiva, non come uno strappo improvviso. Ogni verso toglie qualcosa: prima l’energia, poi il linguaggio, infine il gesto. La vita viene spogliata dei suoi strumenti essenziali.

A questo punto entra in scena Matilde. Il nome rompe l’astrazione e restituisce concretezza. La richiesta che Neruda le rivolge è minima e assoluta insieme: lasciare le labbra socchiuse. Quel dettaglio fisico diventa decisivo perché deve sostenere l’impossibile: far durare l’ultimo bacio oltre il tempo. Il bacio non è più espressione di desiderio, ma sigillo, atto immobile che accompagna il poeta nella propria morte.

Nel cuore del sonetto amore e fine si toccano senza mediazioni. La “bocca folle e fredda” unisce vitalità e gelo, eros e dissoluzione. Neruda non abbellisce l’addio: lo attraversa. Abbraccia il corpo mentre si perde, cerca la luce negli occhi chiusi, come se l’amore potesse ancora riconoscere una presenza quando tutto sembra spento.

Nel finale la morte non divide, ma confonde. I due amanti non hanno destini separati: entrano insieme in “una sola morte”. E proprio lì Neruda compie il gesto più audace: parlare di vita. Vivere per sempre l’eternità di un bacio non significa negare la fine, ma affermare che ciò che è stato veramente amore non si lascia ridurre al silenzio.

L’eternità come scelta d’amore

Nel Sonetto XCIII la bellezza nasce da una decisione estrema. Neruda non immagina un amore che sopravvive alla morte come memoria o come consolazione per chi resta. Immagina un amore che sceglie di non restare, pur di non separarsi. Rinunciare alla propria vita, pur di condividere la morte dell’altro, diventa l’atto più alto di fedeltà possibile.

Il bacio che attraversa il sonetto non è un gesto di salvezza, ma di accompagnamento. Non trattiene la vita, non arresta la fine, non promette un altrove. Accetta il gelo del corpo, il silenzio della voce, la chiusura degli occhi. E proprio in questa accettazione totale si carica di senso. È un bacio che non chiede futuro, ma presenza assoluta.

Così Pablo Neruda rovescia l’idea comune di eternità. Non è una durata infinita, ma la coerenza di un amore che non arretra davanti all’istante estremo. L’eternità, in questa poesia, ha la forma semplice e radicale di un gesto umano: restare insieme, anche quando il tempo finisce.

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