La Befana di Giovanni Pascoli svela una visione non convenzionale dell’Epifania. Dietro una filastrocca che, a una prima lettura, potrebbe sembrare destinata ai bambini, il poeta romagnolo mette in luce una frattura sociale profonda, una disuguaglianza, un’ingiustizia che purtroppo ancora oggi continua ad affliggere milioni di bambine e le loro famiglie.
Pascoli, grazie al suo stile inconfondibile, offre parole che scorrono come immagini cinematografiche. Nei suoi versi c’è la sua infanzia, segnata dalla perdita e dalla precarietà; c’è la madre, rimasta sola dopo la morte violenta del padre, costretta a sacrifici continui per sfamare i figli. Ed è proprio questa memoria a rendere la poesia così dura. Neppure la Befana riesce a regalare a quella madre un momento di gioia, neppure attraverso il gesto simbolico dei doni.
La Befana fu composta a Castelvecchio nel 1900 e apre la sezione La Befana ed altro (dal 1896) della raccolta postuma Poesie varie. Quest’ultima vide la luce grazie al lavoro di Maria Pascoli, sorella del poeta, e alle edizioni bolognesi Zanichelli che, dopo la morte di Pascoli avvenuta il 6 aprile 1912, pubblicarono nello stesso anno un vastissimo patrimonio letterario rimasto fino ad allora inedito o disperso.
Il fatto che questa poesia confluisca in una raccolta postuma non è secondario. La Befana appartiene a quel fondo profondo dell’opera pascoliana in cui emergono senza filtri i temi più dolorosi: l’infanzia, la povertà, l’ingiustizia, l’impotenza di fronte al dolore altrui.
La Befana di Giovanni Pascoli
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.Che c’è dentro questa villa?
uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?Guarda e guarda… tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini…Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolano le scale:
il lumino brilla e sale,
e ne palpitano le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampana di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.E che c’è nel casolare?
un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange, c’è chi ride:
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.Castelvecchio, 1900
Una poesia che diventa denuncia sociale
La Befana è una poesia di Giovanni Pascoli in cui non c’è alcuna nostalgia folcloristica. C’è qualcosa di più intimo e più doloroso. C’è l’infanzia di Giovanni Pascoli che riaffiora sotto forma di visione poetica. Pascoli non guarda il mondo dall’alto, non assume mai il punto di vista dell’adulto che giudica. Guarda dal basso, dall’interno di una notte vissuta con gli occhi di chi ha conosciuto presto la perdita, la precarietà, la paura di non avere abbastanza.
La poesia si muove come un racconto notturno, lento, scandito da ripetizioni che hanno il passo stanco di chi cammina nella neve. “Viene viene la Befana” non è un ritornello infantile: è il ritmo della fatica, dell’avanzare contro il gelo.
La Befana è curva, ha “le mani al petto in croce”, quasi schiacciata dal peso del freddo e del mondo. Non è una figura allegra, ma una presenza dolente, che sembra portare addosso lo stesso dolore che attraversa la poesia.
L’infanzia di Pascoli dentro i versi
Quando Giovanni Pascoli descrive i bambini addormentati, non sta cercando la tenerezza. Sta rievocando la propria infanzia spezzata, segnata dall’assassinio del padre e da una madre costretta a reggere da sola una famiglia fragile. La figura materna che attraversa la poesia nasce da un’esperienza vissuta, non da un simbolo letterario: è una presenza reale, concreta, dolorosamente familiare.
Per questo, in La Befana, l’infanzia non è mai un luogo sicuro. I bambini dormono, ma il sonno non li mette al riparo dalla realtà in cui sono nati. Pascoli li mostra uguali nel gesto, uguali nell’innocenza, ma già separati dalle condizioni in cui vivono.
Da una parte la villa: i lettini, la luce che sale e scende per le scale, le calze pronte ad accogliere i doni. Dall’altra il casolare: gli strapunti, il focolare che si spegne, gli zoccoli consunti accanto ai letti. Il poeta non commenta questa differenza, non la giudica apertamente. La affianca. Ed è proprio questo accostamento silenzioso a rendere l’ingiustizia evidente.
Due case, due destini
Nella villa tutto è ovattato. Un “lumino passa e brilla”, i bambini dormono protetti, la madre sorride mentre porta i doni. La luce sul suo volto è “come lampana di chiesa”: un’immagine che suggerisce continuità, sicurezza, una serenità che si rinnova.
Nel casolare, invece, il tempo sembra immobile. C’è un “sospiro lungo e fioco”. Il fuoco resiste a fatica. I bambini dormono sugli strapunti e, al posto delle calze, restano “tre zoccoli consunti”. Sono gli oggetti a parlare: raccontano la povertà, l’usura, un futuro che si consuma prima ancora di cominciare.
Qui la madre non è circondata da luce, ma da silenzio. La sua presenza è fatta di resistenza quotidiana, di dolore trattenuto. Ed è in questo punto che l’infanzia di Pascoli emerge con maggiore chiarezza. Questa poesia non nasce dalla compassione, ma dalla memoria di chi ha visto tutto questo da bambino e non lo ha mai dimenticato.
La Befana come testimone impotente
La Befana osserva entrambe le scene. “Vede e sente”. Ma non agisce. Non porta doni dove servirebbero davvero. Quando arriva l’aurora, fugge verso il monte. È uno dei passaggi più duri della poesia. Pascoli non concede illusioni: la magia non corregge l’ingiustizia.
Il verso “Quella mamma piange ancora / su quei bimbi senza niente” chiude ogni possibilità di consolazione. Non è una festa mancata. È una condizione che continua. E quando il poeta scrive “c’è chi piange, c’è chi ride”, sta fotografando una verità sociale che non dipende dalla bontà o dalla cattiveria degli individui, ma da una struttura che divide fin dall’infanzia.
L’infanzia come luogo della verità
La Befana non è una poesia sulla festa. È una poesia sull’infanzia, e su ciò che l’infanzia vede prima ancora di capire. Pascoli ha imparato molto presto che il mondo non è uguale per tutti. Lo ha imparato da bambino, quando la morte del padre ha trasformato la casa in un luogo di precarietà e la madre in una figura di resistenza silenziosa. Questa esperienza non lo ha mai abbandonato. È rimasta come una lente attraverso cui osservare la realtà.
Per questo, nella sua poesia, i bambini non sono mai idealizzati. Dormono, sì, ma dormono dentro un mondo che li ha già divisi. Non c’è colpa, non c’è merito. C’è solo una distanza che nasce prima delle scelte, prima della coscienza. Pascoli non cerca spiegazioni astratte. Mostra due notti diverse, due madri diverse, due infanzie diverse. E lascia che il lettore senta il peso di questa differenza.
La Befana, figura della tradizione e dell’attesa, attraversa entrambe le scene senza poterle ricomporre. Vede, sente, ma non cambia nulla. Non perché sia indifferente, ma perché l’ingiustizia che Pascoli racconta non è episodica, non è correggibile con un gesto simbolico. È strutturale. È dentro il mondo.
Rileggere oggi La Befana significa accettare questa verità scomoda. Significa riconoscere che l’infanzia non è sempre un tempo felice, e che la povertà non è una mancanza di doni, ma una ferita che segna per sempre. Giovanni Pascoli non chiede compassione, non invoca soluzioni. Chiede uno sguardo onesto.
E forse è proprio questo che rende la poesia ancora necessaria: il fatto che, sotto la forma di una filastrocca, continui a ricordarci che l’infanzia è il primo luogo in cui si misura la giustizia di una società. E che voltarsi dall’altra parte, come la Befana che si allontana nella notte, è sempre una scelta.
