“Io sono nelle parole” di Roberto Vecchioni: il sogno di far vincere la parola amore

11 Gennaio 2026

Scopri il significato di "Io sono nelle parole" di Roberto Vecchioni, la poesia che racconta il potere della parola e la responsabilità si usarla bene.

"Io sono nelle parole" di Roberto Vecchioni: il sogno di far vincere la parola amore

Io sono nelle parole di Roberto Vecchioni è una poesia che invita a riflettere sul potere assoluto del linguaggio e sugli effetti profondi che le parole possono generare nella vita dell’individuo e dell’intera collettività. Le parole generano la società, plasmano le culture e costruiscono civiltà.

La vita è fatta di parole. Attraverso il linguaggio si costruiscono relazioni, si trasmettono idee, si generano emozioni, si plasma il mondo. Ma le parole possono anche ferire, distruggere, umiliare, violare. Possono essere strumenti di cura oppure armi pericolose. Proprio per questo richiedono responsabilità nell’utilizzo e nella proposizione.

Vecchioni ricorda che le parole sono l’essenza stessa dell’essere nel mondo. Ogni essere umano dovrebbe avere la piena consapevolezza che il linguaggio è l’espressione stessa della realtà. Le parole hanno un potere enorme e come tale possono generare il bene assoluto o scatenare il folle male, capace di distruggere e annientare.

Il sogno del cantautore è quello di riuscire a trovare le parole giuste affinché nel mondo possa finalmente vincere l’amore. Un amore vero, universale, capace di mettere fine alla violenza, all’odio, alla sopraffazione. Un amore che restituisca all’umanità la possibilità di vivere all’insegna della gioia, della comprensione e della felicità.

Io sono nelle parole è una poesia contenuta nel libro autobiografico La vita che si ama di Roberto Vecchioni, pubblicato da Einaudi nel 2016 e dedicato ai suoi quattro figli, Francesca, Carolina, Arrigo ed Edoardo.

Nel libro l’autore esplora il concetto di felicità, intrecciando la sua esperienza di padre, insegnante e cantautore. L’obiettivo dell’opera è aiutare a riconoscere che la felicità vive e va trovata anche nei momenti difficili.

Leggiamo questa profonda poesia di Roberto Vecchioni per scoprirne l’importante significato.

Io sono nelle parole di Roberto Vecchioni

Io sono nelle parole
come un figlio nell’utero,
il baco dentro il bozzolo,
l’uccello appena nato
al nido, la notte
che fa spazio all’aurora.

Sono nelle parole
come un balcone al cielo,
come la barca al mare,
il lampo al genio e
l’ovvio all’imbecille;
la sfida al ribelle, il pianto
all’addio, il sognatore al sogno,
il giocatore alla carta
ancora coperta, che se perdi
o vinci non sai: sono
nelle parole come il sibilo
d’amore mentre
cavalco i tuoi adorati fianchi;
come il cuore alla spina,
o lo scoglio che è un’ansia
dopo un colpo di mare
per le prossime onde.

Io sono nelle parole
come un puledro al prato,
l’astronomo alla stella,
l’idraulico al tubo riparato,
come la vanga al campo,
il lift all’ascensore,
il delitto al castigo,
il rosso al pomodoro,
l’aspirina al dolore:
sono nelle parole
come avverti un nitrito
e non vedi il cavallo,
segui tracce nel fango,
segui tracce di neve:
la fiaba di tua nonna
che non sai piú la fine,
una partita a scacchi
bloccata sullo stallo:
ma sei tu che non parli
o io che non ascolto?
Essere nel silenzio
in un giardino di storia
e sopra un chiasso inutile,
e sopra fan baldoria:
sono la finta di Messi
comunque vada il tiro,
un faro senza isole
che spande luce in giro.

E sono in me le parole
come accecanti luci a sfottere la tenebra
e innamorate voci a misurare il vero,
ricordare il futuro, perse nottate terse
a dare un nome a cose,
a sciogliere un gomitolo,
a sfogliare una rosa.

Le sento addosso, mi piegano
per venir fuori e nascere, star lí, significare.
E le sento, le voglio, sono mie,
acqua tra le mie dita, gocce
a lavare il viso, meraviglia
a me stesso di sentirle di seta
o di lino o di grasso cotone
raspanti e lievi all’incontro
che modella al suono e al canto
degli accenti per dire ora riso ora pianto.

Vivo con loro, me le porto
sotto le coperte e ci gioco
come alla carezza
di donna ritrovata e pianta, perché tu non puoi lasciarmi, parola,
perché ogni parola è una vita che mi cambia.

E poi sei sola.
Da infiniti diluvi di paesi e genti
sei rimasta incomprensibile, e sola,
ferita, morente, lontana parola,
amore mio.
Trovarti che sei tu la vera, tu quella,
non altra, tu sola, mi divide il cuore
in due sogni che uno resta e uno vola,
e quando mi raggiungi,
e quando mi esci fuori
– a parte che mi dico che bello che è beccarti –
sei mia madre e mia figlia
in uno stretto tempo
di grovigli sonori.

Che Dio mi dia da morire
mentre trovo una parola: non importa se in macchina,
affogato, o perché il sangue confonda distratto l’atrio
e il ventricolo del cuore;
non importa se tenendomi a una mano
o soffocato dal dolore:
che Dio mi faccia morire alla vendemmia
della parola migliore
per la metafora perfetta
che una volta e per sempre
definisca l’amore.

Il sogno di vecchioni: le giuste parole al servizio dell’amore vero

Io sono nelle parole è una poesia in cui Roberto Vecchioni fa emergere l’uomo che della parola ne ha fatto la sua vita e il suo successo. Le parole per il cantautore sono tutto, sono la vita, sono le azioni che gli umani compiono, sono la rappresentazione dell’esistenza e del vivere, sono il bene e sono il male, sono tristezza e gioia. Per chi vive di parola come lui quindi il sogno più grande è fare qualcosa di veramente grande far vincere l’amore vero in questo mondo che sembra andare nella direzione opposta.

Tutti coloro che usano le parole, seguendo il testo della poesia, dovrebbero avere e mostrare maggiore responsabilità perché possono guidare verso luoghi terribili da vivere. Le parole sia chiaro possono davvero fare del male, ecco perché Vecchioni sente l’esigenza di scrivere questa poesia, che sembra per certi versi essere considerata come il testamento spirituale e del pensiero dell’autore.

Per Vecchioni, la parola è la sostanza stessa dell’essere, e ogni sua sillaba deve avere un unico scopo, vincere il male e far trionfare l’amore vero.

L’autore si scaglia contro il linguaggio usato per violentare o distruggere, contrapponendo a questo “chiasso inutile” la figura di un uomo di cultura che non si arrende. La sua non è una ricerca estetica, ma un dovere morale. Egli è disposto a morire, letteralmente, nel momento in cui riuscirà a trovare quella “parola migliore” capace di definire l’amore.

Questo è l’impegno più alto di chi ha dedicato la vita alla parola. Trasformare il linguaggio in un dono assoluto per la collettività, affinché nessuno debba più sentirsi solo o incompreso nel proprio dolore.

Le parole sono l’essenza della vita e dell’esistere

In Io sono nelle parole, Vecchioni definisce la sua stessa esistenza, il suo lavoro, il suo talento, la sua vita. Egli non usa le parole, ma ci vive dentro “come un figlio nell’utero”. Ma, fa comprendere che inevitabilmente tuti siamo immersi in una vita in cui il linguaggio è la rappresentazione stessa della vita in assoluto. Senza parole l’essere umano non respirerebbe, resterebbe un “baco dentro il bozzolo” prigioniero di se stesso e del proprio isolamento.

Per quanto Vecchioni fa delle parole il suo mestiere è nelle parole come “l’idraulico al tubo riparato” o “la vanga al campo” tende a sottolineare la cultura non deve stare su un piedistallo, non è destinata a pochi ma deve essere un lavoro di fatica e di mani sporche al servizion del maggior numero di persone possibili.

La parola ha il dovere di servire a qualcosa di concreto. Deve riparare i guasti dell’anima, deve scavare la terra dura dell’indifferenza. È l’”aspirina al dolore” e se la parola non cura, se non dà sollievo a chi soffre, allora è solo rumore inutile che alimenta il male.

Ma il percorso si fa difficile quando il poeta parla di “tracce nel fango”. In questo punto, Vecchioni confessa la fragilità dell’uomo. Cercare la verità nel linguaggio è un rischio altissimo, si può finire in una “partita a scacchi bloccata sullo stallo”.

Da qui nasce la sua rabbia etica, racchiusa in quella domanda che l’autore rivolge a tutti: “ma sei tu che non parli o io che non ascolto?”. È un monito contro il muro di gomma della società. La parola è un ponte, ma se dall’altra parte l’ascolto è assente, quel ponte crolla nel vuoto della solitudine.

Il tono cambia quando l’autore decide di alzare la testa sopra il “chiasso inutile” di chi urla senza dire nulla. Egli si paragona alla “finta di Messi”. È un’immagine geniale, dove la finta è intelligenza pura, è un gesto che spiazza il male e crea uno spazio di bellezza dove prima c’era solo confusione.

Non importa se il tiro va fuori. Conta l’impegno di essere un “faro senza isole che spande luce in giro”. È il dovere di chiunque abbia una voce pubblica dovrebbe essere proprio quello di illuminare il sentiero per gli altri, anche quando intorno sembra esserci solo buio.

Il finale è un crescendo drammatico. Le parole pesano addosso al poeta, lo “piegano per venir fuori”. Arriva poi la confessione d’amore totale: “perché ogni parola è una vita che mi cambia”. Vecchioni avverte che nessuno resta lo stesso dopo aver pronunciato un “ti amo” o un “perdonami” che sia autentico.

Tutto culmina in quella preghiera finale che rappresenta il senso di una vita intera dedicata alla responsabilità. L’autore chiede a Dio di farlo morire durante la “vendemmia della parola migliore”. Lo si immagina lì, giunto al termine del suo cammino, ancora chino a cercare la “metafora perfetta che una volta e per sempre definisca l’amore”.

Roberto Vecchioni è disposto a dare l’ultimo respiro per quell’unica, ultima parola. Perché nella sua visione, se si trovasse quella parola esatta, allora l’amore vincerebbe davvero sulla violenza e sulla distruzione. Esprime il desiderio estremo di un uomo convinto che una sola parola giusta possa, finalmente, salvare l’umanità.

© Riproduzione Riservata