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La Poesia

Giosuè Carducci e la vocazione della scrittura nel componimento “Il poeta”

Il 27 luglio 1835 nasceva Giosuè Carducci. Lo ricordiamo attraverso "Il poeta", un componimento in cui l'autore testimonia cosa significhi per lui essere scrittore.

Il 27 luglio 1835 nasceva Giosuè Carducci, poeta, scrittore, critico letterario e accademico italiano, nonché primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura, e primo italiano in assoluto, insieme a Camillo Golgi, a vincere il Nobel nel 1906.

Oltre che poeta e scrittore anche insegnante, Giosuè Carducci ci ha lasciato poesie che sono rimaste impresse nel nostro immaginario collettivo, un esempio fra tutti la commovente “Pianto antico”, che tutti noi, quando eravamo bambini, abbiamo imparato a conoscere e a recitare fra i banchi di scuola.

È proprio in occasione dell’anniversario della nascita di Giosuè Carducci, che vogliamo ricordarlo attraverso uno dei suoi componimenti. Abbiamo scelto di condividere con voi “Il poeta”, versi che testimoniano l’idea dell’autore circa la vocazione della scrittura e il ruolo del poeta nella società.

Il poeta di Giosuè Carducci

Il poeta, o vulgo sciocco, 
Un pitocco
Non è già, che a l’altrui mensa 
Via con lazzi turpi e matti 
Porta i piatti 
Ed il pan ruba in dispensa. 

E né meno è un perdigiorno
Che va intorno
Dando il capo ne’ cantoni,
E co ‘l naso sempre a l’aria
Gli occhi svaria
Dietro gli angeli e i rondoni. 

E né meno è un giardiniero
Che il sentiero
De la vita co ‘l letame
Utilizza, e cavolfiori
Pe’ signori
E viole ha per le dame.

Il poeta è un grande artiere,
Che al mestiere
Fece i muscoli d’acciaio:
Capo ha fier, collo robusto,
Nudo il busto,
Duro il braccio, e l’occhio gaio. 

Non a pena l’augel pia
E giulía
Ride l’alba a la collina,
Ei co ‘l mantice ridesta
Fiamma e festa
E lavor ne la fucina: 

E la fiamma guizza e brilla
E sfavilla
E rosseggia balda audace,
E poi sibila e poi rugge
E poi fugge
Scoppiettando da la brace. 

Che sia ciò, non lo so io;
Lo sa Dio
Che sorride al grande artiero. 
Ne le fiamme cosí ardenti
Gli elementi
De l’amore e del pensiero
Egli gitta, e le memorie
E le glorie
De’ suoi padri e di sua gente. 

Il passato e l’avvenire
A fluire
Va nel masso incandescente. 
Ei l’afferra, e poi del maglio
Co ‘l travaglio
Ei lo doma su l’incude.

Picchia e canta. Il sole ascende,
E risplende
Su la fronte e l’opra rude. 
Picchia. E per la libertade
Ecco spade,
Ecco scudi di fortezza:
Ecco serti di vittoria
Per la gloria,
E diademi a la bellezza. 

Picchia. Ed ecco istoriati
A i penati
Tabernacoli ed al rito:
Ecco tripodi ed altari,
Ecco rari 
Fregi e vasi pe ‘l convito. 

Per sé il pover manuale
Fa uno strale
D’oro, e il lancia contro ‘l sole: 
Guarda come in alto ascenda
E risplenda,
Guarda e gode, e più non vuole.

Chi è Giosuè Carducci

Giosuè Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, vicino Lucca. Dopo i primi studi, nel 1853, viene ammesso alla Scuola Normale Superiore di Pisa dove uscirà, laureato in Filologia, nel 1856.

Partecipa agli incontri della società “Amici Pedanti” che si batte per un immediato ritorno al classicismo della letteratura contro la modernità e le nuove idee del Romanticismo. Dopo la morte del fratello, nel 1870 Giosuè Carducci perde la madre e uno dei figli avuti nel primo matrimonio, eventi che sconvolgono la vita del poeta e segnano profondamente la sua produzione.

Nel 1890, Giosuè Carducci diventa il vate dell’Italia umbertina e viene nominato senatore del Regno. La sua carriera viene coronata dall’ottenimento del premio Nobel per la letteratura nel 1904. A pochissimi anni da questo meritato successo, Giosuè Carducci viene a mancare per una broncopolmonite: è il il 16 febbraio del 1907.

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