Natale (1952) di Salvatore Quasimodo, poesia sul magico simbolo del presepe

17 Dicembre 2025

Scopri i versi di “Natale” di Salvatore Quasimodo, una poesia che attraverso il presepe denuncia l’incapacità dell’uomo di vivere davvero la pace.

Natale (1952) di Salvatore Quasimodo, poesia sul magico significato del presepe

Natale di Salvatore Quasimodo è una poesia dal grande significato, un monito che andrebbe letto nelle scuole, nei parlamenti e nei centri del potere mondiale. In un’epoca in cui le armi diventano sempre più distruttive, mettendo a rischio il futuro di ogni essere vivente sul pianeta, la voce del Premio Nobel del 1959 risuona come una denuncia necessaria contro l’indifferenza.

Una poesia molto attuale e che sembra, dopo più di settant’anni, dettare un messaggio che tutti dovrebbero cogliere. Ma come si fa a non capire? Non si è ancora imparato la lezione di aver condannato alla croce colui che pronunciava parole di amore, di pace, di fratellanza, di rispetto. Lo abbiamo fatto morire fra due ladri!

Composta nel 1952, la lirica nasce da un episodio di vita privata: Quasimodo la scrisse per aiutare il figlio Alessandro, allora adolescente, che doveva preparare un testo sul Natale. Tuttavia, la mano del poeta non riuscì a limitarsi a una rassicurante descrizione tradizionale. Inserì in quei versi tutto il peso del dopoguerra e la delusione per un’umanità che, pur dichiarandosi civile, non ha mai smesso di scagliarsi contro se stessa.

Natale fa parte della sezione Altre poesie brevi e disperse (1932-1967)” della raccolta Tutte le poesie di Salvatore Quasimodo, pubblicata da Mondadori, nel 2020. Proprio la sua natura di poesia “dispersa” ci ricorda che il messaggio della pace non deve essere confinato ai grandi volumi, ma deve disperdersi e attecchire nella quotidianità delle persone comuni.

Leggiamo questa poesia di Salvatore Quasimodo per comprendere il profondo significato.

Natale di Salvatore Quasimodo

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

La ricerca della pace

In Natale, Salvatore Quasimodo osserva il presepe nella sua perfezione immobile. Una rappresentazione che appartiene alla tradizione più radicata del Natale, ma che rischia di ridursi a pura decorazione, a rito svuotato di responsabilità.

Il presepe è un microcosmo ideale. Tutto è al suo posto. I pastori arrivano, i Re Magi rendono omaggio, la stella guida, persino l’asinello ha un colore irreale, azzurro, quasi infantile. È una pace che esiste solo perché scolpita nel legno, sottratta al tempo e al conflitto. Una pace che non deve misurarsi con la storia.

Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno

Qui Quasimodo compie il primo gesto decisivo. Smonta l’illusione. La pace del Natale, quando resta confinata nella rappresentazione, è una pace finta. È silenziosa perché non disturba nessuno, perché non chiede nulla, perché non pretende conseguenze.

Il poeta non contesta il presepe. Contesta l’uso che l’umanità fa del suo messaggio.

Alla perfezione simbolica della Natività si oppone la realtà dell’uomo. Una realtà che, dopo venti secoli, continua a tradire ciò che celebra.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Questo è il centro morale della poesia. Cristo resta, l’uomo fallisce. Il messaggio è stato pronunciato, il sacrificio è stato compiuto, ma il cuore umano non si è trasformato. La distanza tra ideale e comportamento non è diminuita, si è solo normalizzata.

Quando Quasimodo scrive:

Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.

Non formula una provocazione, ma una constatazione storica. La violenza non è un incidente del cammino umano, è una sua ricorrenza. Caino continua a colpire Abele, anche mentre pronuncia parole di pace, anche mentre celebra la nascita di chi aveva predicato l’amore come unica legge.

Il Natale, allora, smette di essere una festa consolatoria e diventa una domanda scomoda. Una domanda rivolta non ai simboli, ma alle coscienze.

La chiusa della poesia non offre risposte, perché non ne esistono di rassicuranti:

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Il bambino del presepe non è solo il simbolo della nascita. È già l’uomo destinato alla croce. Il pianto che nessuno ascolta è quello di ogni messaggio di pace ignorato, tradito, archiviato come retorica.

Quasimodo chiede se qualcuno sia davvero disposto ad ascoltare, cioè ad assumersi il peso di quel messaggio. Perché ascoltare significa cambiare, rinunciare alla sopraffazione, accettare la fraternità come limite morale.

Natale è una poesia che non addolcisce, non consola, non assolve. È una poesia che smaschera. E proprio per questo resta attuale, necessaria, civile.

Una poesia che andrebbe letta ovunque si esercita potere, perché ricorda che il vero scandalo non è aver messo un uomo sulla croce, ma continuare a farlo mentre si celebra la sua nascita.

La pace come responsabilità umana

Natale di Salvatore Quasimodo non è una poesia sulla nascita di Cristo. È una poesia sulla responsabilità che l’umanità ha scelto di non assumersi. Il poeta non mette in discussione il messaggio del Natale, ma la sua ricezione. Dopo venti secoli, la parola “pace” continua a essere pronunciata, celebrata, ritualizzata, senza mai diventare prassi.

La scena del presepe resta immobile perché l’uomo ha bisogno di immagini che non chiedano conseguenze. La pace scolpita nel legno rassicura, quella incarnata nella storia inquieta. Quasimodo lo sa e lo denuncia con lucidità. Il problema non è l’assenza di valori, ma la distanza sistematica tra ciò che si proclama e ciò che si pratica.

Il Natale, in questa poesia, diventa una cartina di tornasole della civiltà. Ogni anno si rinnova la celebrazione di un messaggio universale di fraternità, e ogni anno il mondo dimostra di non saperlo sostenere. Le guerre, la sopraffazione, la violenza sul prossimo e sulla natura non sono deviazioni occasionali, ma il segno di un fallimento collettivo che si perpetua nel tempo.

Il pianto del bambino che nessuno ascolta è il simbolo di tutte le verità scomode che l’umanità preferisce ignorare. Ascoltarlo significherebbe riconoscere che la pace non è un sentimento, ma una scelta politica, etica, quotidiana. Significherebbe accettare che la fraternità non è un’idea astratta, ma un limite da imporre alla propria volontà di dominio.

Salvatore Quasimodo scrive Natale nel dopoguerra, ma parla a ogni epoca che si illude di essere più evoluta delle precedenti. La sua poesia ricorda che il progresso tecnico non coincide con un progresso morale e che la capacità distruttiva degli umani cresce spesso più velocemente della sua coscienza.

Il Natale, allora, smette di essere una parentesi emotiva e diventa una prova. Non chiede commozione, chiede responsabilità. Non chiede fede, chiede coerenza. E finché il fratello continuerà a scagliarsi sul fratello, quella pace celebrata resterà confinata nel silenzio delle figure di legno.

Una pace perfetta, immobile, inutile.

© Riproduzione Riservata