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Alda Merini e il valore della poesia oggi

Tra pandemia e guerra, abbiamo immaginato come la poetessa dei Navigli commenterebbe oggi i fatti d'attualità, immaginando la sua poesia come antidoto ai mali della società di oggi

Alda Merini non era al corrente ¬ non poteva esserlo ¬ che sarebbe arrivato un tempo (ben poco poetico) in cui, come in un convulso manicomio di voci, la ragione della follia sarebbe stata persino contagiosa. Per quanto il dolore si sia sempre aggirato nella sua vita come un nero sparviero e, per quanto la tessitura dei suoi versi abbia sempre cantato di notti spettrali illuminate dal chiarore delle bombe, per fortuna o per grazia, la “Signora dei Navigli”, non ha mai visto il creato in epoca virale da Covid o in tempo di morti deflagrati da ordigni cinicamente scagliati contro uno dei più abbienti granai d’Europa.

Cosa direbbe Alda Merini oggi

Allora, ci si domanda: se oggi Alda Merini fosse qui, che cosa direbbe se glielo chiedessimo? Probabilmente qualcosa del genere: «Bisogna essere sempre pronti a urlare il verso perché le epoche buie chiedono poesia; del resto solo l’arte poetica è capace di salvarci la pelle nel tempo del rischio: offre speranza, racconta l’indicibile e, proprio per questo, come diceva Alda Merini, andrebbe scritta sui muri, per strada o sul selciato». Ai tempi del “nuovo colera”, a rivendicare il primato della funzione eternatrice della poesia e, delle arti tutte, è Donatella Massimilla, regista e drammaturga la quale, dopo aver vinto per mano della compagnia teatrale “Cetec Dentro/Fuori San Vittore” e della rete “Piccola Ape Furibonda”, il bando comunale di gestione della stanza da letto della poetessa più celebre di tutto il Novecento, ci parla, simbolicamente e non a caso, da quel multiforme universo, serbatoio di memoria, chiamato, per l’appunto, Casa Merini.

Casa Merini

Parliamo di un luogo dedicato al Alda Merini inaugurato nel 2011 dall’allora sindaco Letizia Moratti, a pochi metri dalla “vera” residenza della “Poetessa dei Navigli”. È, ad oggi, uno Spazio atelier in divenire, vissuto, frequentato e che, si auspica, possa continuare a vivere, a dispetto del tempo e delle mode, nel cuore del quadrilatero meneghino con eterno appeal. «Era un’ex tabaccheria, la preferita di Alda Merini per comprare le sigarette. C’è una vita intera tra queste mura: ogni oggetto possiede una storia, un portamento, un look che riconduce al suo disordine creativo. Alda era una cumulatrice seriale di oggetti, caotica. Tutto ora nella Stanza ha un suo giusto posto, ma noi vorremmo sovvertire quest’ordine e riportarlo all’antico caos meriniano, ci aiuteranno da settembre le scenografe di Naba», prosegue Massimilla, intanto che sciorina dettagli, ora noti ora meno noti.

«Questi sono i suoi accendini, quelle le iconiche Diana Blu e questo è il rossetto che utilizzava per scrivere sui muri delle frasi o i numeri di telefono degli amici. Il famoso Muro degli Angeli, qui ve ne sono diversi pezzi. Laggiù invece regna sovrana la scrivania con la macchina da scrivere, la stessa che utilizzava per vergare le sue opere, la radiosveglia Pikachu. Poi nel cassetto del comodino abbiamo le sue famose collane, i turchesi, le perle. Questi sono i vestiti, i cappelli, il suo pianoforte», riferisce la custode della “casa-museo”, mentre dà voce agli oggetti come fossero ricordi che aprono varchi. «Vorremmo creare insieme a Gilberta Crispino, anima attoriale del Cetec, dei podcast che diano nuova voce sia agli oggetti che alle passioni sonore di Alda. Realizzare una esperienza immersiva e multisensoriale sarà la nostra prossima missione. Ma tra i buoni propositi c’è anche quello di avvicinare la grande poetessa ai giovani perché, come dice Roberto Vecchioni, gli studenti purtroppo arrivano raramente con i programmi scolastici a studiare il 900, Pasolini e Merini».

Poesia arma contro il virus

Ma in questa estate funesta, la direttrice artistica di via Magolfa, preferisce tornare all’oggi, sporco di guerre e pandemia, così non perde occasione per mettere in bella mostra il valore educativo della più nobile delle arti, questa volta intesa però come vera e propria arma contro il flagello del Coronavirus: «Il virus pandemico è una malattia nuova e, pertanto, va contrastato con armi nuove, che non ammazzano: le armi del buon senso, del dialogo che costruisce ponti, quelle che cantano la pace, non la guerra! Quindi, che il balsamo della poesia sia l’antidoto!».

Insomma, nonostante l’imprinting spiccatamente poetico, la conclusione di Massimilla, Ambrogino d’Oro 2018, è prevedibilmente pungente: «Oggi manca la disciplina, ma la poesia e il teatro sono disciplina! Va da sé come la poesia, più di altre arti, paghi il prezzo più alto. La nostra società sta prendendo una china sbagliata e la scena politica italiana altro non è che lo specchio di questo tempo ribelle. Ecco, noi artisti è su questo roboante, deludente e bisbetico palcoscenico che siamo eternamente chiamati ad accendere e riaccendere luminose fiammelle di pensiero e, soprattutto, di speranza».

Sara Cariglia

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