Al padre di Salvatore Quasimodo è una poesia che evidenzia il coraggio di quei milioni di eroi che si chiamano papà. Per i figli la figura paterna è spesso il simbolo della protezione. Il padre appare come quella forza capace di allontanare ogni pericolo che possa colpire la famiglia.
Purtroppo, è chiaro a tutti che non sempre è così. Soprattutto durante la crescita, quella figura che dovrebbe proteggerci può trasformarsi, almeno agli occhi dei figli, nel primo ostacolo, nel primo “nemico”.
È proprio in questa frattura che nasce uno dei passaggi più profondi dell’esperienza umana: il rapporto con il padre cambia, si incrina, si mette in discussione.
Eppure, molto spesso, la riappacificazione arriva con il tempo. Con la maturità si impara a comprendere, a perdonare, a rileggere quella figura con occhi nuovi.
Al padre fu scritta nel 1958, in occasione del novantesimo compleanno del padre, e fa parte della raccolta di poesie La terra impareggiabile di Salvatore Quasimodo, pubblicata per la prima volta nello stesso anno.
Leggiamo questa poesia di Salvatore Quasimodo, perfetta per celebrare il 19 marzo, ovvero la Festa del papà.
Al padre di Salvatore Quasimodo
Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
‘Baciamu li mani’. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
Il coraggio che un papà sa insegnare
Al padre è una poesia di Salvatore Quasimodo che celebra non solo il padre di Quasimodo, Gaetano, ma tutti i padri. Qui il papà non è un supereroe invincibile, ma una presenza capace di portare equilibrio, forza e coraggio nella vita dei figli.
Il poeta rende omaggio a quell’uomo il cui insegnamento etico ha segnato profondamente la sua esistenza. I versi iniziali rievocano il dramma del Terremoto di Messina del 1908, durante il quale il padre, ferroviere, dimostrò una straordinaria forza morale.
Quasimodo stesso, ancora bambino, raggiunse il padre subito dopo la tragedia e visse nei vagoni ferroviari, i “carri merci” citati nella poesia. Per questo motivo le immagini di distruzione e morte non sono solo racconti tramandati, ma un trauma reale che ha segnato profondamente la sua memoria.
Non era un eroe, ma ti ha salvato lo stesso
Il terremoto viene descritto con un linguaggio crudo e potente: macerie, uragani, mare avvelenato, corpi distrutti. È un mondo che crolla. Eppure, in mezzo a questo scenario, emerge la figura del padre.
Non attraverso gesti eroici, ma grazie alla sua presenza concreta:
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura
È proprio questa la lezione più grande, ovvero non eliminare il dolore, ma insegnare a non esserne sopraffatti.
Uno dei simboli più potenti della poesia di Quasimodo è il “berretto di sole”, il cappello da capostazione del padre. Quasimodo lo trasforma in qualcosa di più, una “mitria”, il copricapo dei vescovi e una corona, segno di dignità e autorità
Attraverso questa immagine il poeta “santifica” il padre, trasformando il suo lavoro quotidiano in una missione quasi sacra. Non è solo un uomo che lavora, ma è una guida, un punto di riferimento morale.
Quando Quasimodo scrive:
qui da una ruota imperfetta del mondo
parla da lontano.
È a Milano, simbolo di modernità e frenesia, mentre il padre è rimasto nella Sicilia dei “gelsomini d’Arabia”. Questa distanza non è solo geografica, ma esistenziale.
Il poeta, ormai adulto e affermato, comprende che quella semplicità, quella forza silenziosa del padre, conteneva una verità più profonda di quella conquistata nel mondo moderno.
La poesia si chiude con un’immagine di straordinaria potenza. Un saluto che contiene rispetto e appartenenza: “Baciamu li mani”.
Emerge tutta la devozione nei confronti del padre, il quale seppur lontano non perde mai la sua aura. È il segno di un riconoscimento definitivo. Il figlio, ormai adulto, si inchina simbolicamente davanti al padre. Non per sottomissione, ma per gratitudine.
La lezione più grande che un padre lascia
Al padre non è soltanto una poesia dedicata alla figura paterna, ma una riflessione profonda sul tempo, sulla distanza e su quella comprensione che spesso arriva solo quando si è pronti ad accogliere davvero l’altro per ciò che è stato.
I padri non sono perfetti, non sono invincibili, e a volte possono apparire lontani, difficili da capire, persino ingombranti nella loro presenza. Eppure è proprio nel lento lavorio della memoria e della maturità che il loro significato si chiarisce. Quello che da giovani sembrava rigidità si rivela forza, ciò che appariva distanza diventa pudore, e ciò che non riuscivamo a comprendere si trasforma in un’eredità silenziosa ma fondamentale.
Salvatore Quasimodo ci accompagna in questo passaggio: dallo sguardo del figlio che giudica a quello dell’uomo che riconosce. E in questo riconoscimento c’è qualcosa di profondamente universale, perché riguarda tutti. Arriva un momento in cui non si cercano più padri perfetti, ma si impara a vedere gli uomini che sono stati, con le loro fragilità e il loro coraggio.
È qui che il gesto finale, quel “Baciamu li mani”, assume il suo valore più autentico: non è solo un omaggio, ma un atto di gratitudine. È il modo più semplice e più vero per dire grazie a chi, anche senza parole, ci ha insegnato a stare al mondo.
E allora questa poesia diventa anche un invito a non aspettare. A riconoscere oggi, nei padri di ieri e di oggi, quella forza discreta che spesso passa inosservata ma che tiene insieme le vite. Perché, come scrive Salvatore Quasimodo, “Oscuramente forte è la vita”.
Una forza che si tramanda, silenziosa, di padre in figlio, e che merita di essere celebrata, ricordata e, soprattutto, riconosciuta.
