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“Agli amici”, l’inno alla fratellanza di Primo Levi

Ricordiamo Primo Levi attraverso una poesia che l’autore ha voluto dedicare ai suoi amici e che rappresenta un inno alla fratellanza e al legame che unisce ognuno di noi al suo prossimo.

L’11 aprile 1987 ci lasciava Primo Levi, lo scrittore che ha cercato di dare un volto alla dolorosa esperienza della deportazione attraverso “Se questo è un uomo”, entrato a far parte del canone letterario mondiale.

L’autore, che ha scritto numerose altre opere, fra cui spiccano raccolte di racconti e saggi, ha anche composto diverse poesie. Le più conosciute sono senza dubbio quelle che aprono i suoi libri di narrativa – un esempio su tutti è “Shemà” –, ma oggi desideriamo ricordare Primo Levi attraverso “Agli amici”, un componimento che lo scrittore ha voluto dedicare per l’appunto ai suoi cari e che costituisce un dolce congedo da loro. Una poesia che rappresenta un inno alla fratellanza e al legame che unisce ognuno di noi al suo prossimo.
Leggiamola insieme.

Agli amici

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

“In ognuno la traccia di ognuno”

Non ci sono parole per descrivere quanto sia bella e profonda questa poesia. Se pensiamo, poi, che l’autore l’ha fatta recapitare ad ognuno dei suoi “amici”, ci rendiamo conto di come i versi che abbiamo letto siano espressione di un sentire personale ed intimo.

Composto nel dicembre del 1985, questo è uno degli ultimi componimenti scritti da Primo Levi. In esso si avvertono tutte le tensioni che hanno caratterizzato anche le opere in prosa: l’esperienza del dolore della deportazione, l’amore per i classici della letteratura – Dante fra tutti -, l’importanza del legame con l’altro.

Fra rimandi alle Scritture, in particolare al libro del Qoelet, e riutilizzo del lessico dantesco, infatti, Primo Levi ospita in questi versi un saluto speciale per gli amici, e si preoccupa di spiegare che con tale termine non intende solo una cerchia di persone privilegiate, ma chiunque abbia incrociato il suo cammino e percorso un po’ di strada con lui.

Ciò che colpisce è questo continuo rimando al legame che unisce e plasma ogni uomo: “Purché fra noi, per almeno un momento,/Sia stato teso un segmento,/Una corda ben definita”. Ogni istante della nostra vita è caratterizzato dalla relazione con l’altro. Non saremmo ciò che siamo senza il contatto con l’altro: “Di noi ciascuno reca l’impronta/Dell’amico incontrato per via;/In ognuno la traccia di ognuno./ Per il bene od il male/In saggezza o in follia/Ognuno stampato da ognuno”.

Versi a dir poco meravigliosi, che oggi più che mai risuonano nei nostri cuori, in un’epoca in cui siamo stati costretti a limitare i nostri contatti con il prossimo e abbiamo cercato di sopperire a questa mancanza con i mezzi di comunicazione, in un mondo in cui ogni desiderio di pace è legato all’unione delle forze di tanti piccoli attori che insieme possono fare la differenza, in un tempo in cui ci illudiamo di poter essere indipendenti ma, in fondo, sappiamo bene di essere tutti legati. Una poesia che ci ricorda quanto sia bello condividere la strada con gli altri, siano essi amici di una vita, conoscenti o sconosciuti: si impara sempre qualcosa e ci si allieta il cammino, insieme.

Primo Levi

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio 1919, da una famiglia di origini ebraiche sefardite. Il padre, ingegnere elettronico, lavora lontano da casa ma, pur essendo praticamente assente nella vita del figlio, gli infonde la passione per le scienze e la letteratura. Trascorre un’infanzia tranquilla, eccezion fatta per i problemi di salute che arrivano di frequente. Si iscrive al ginnasio e poi all’università, portando a termine il percorso di studi in chimica e laureandosi nel 1941.

A questo punto, la Storia entra prepotente nell’esistenza di Primo Levi, un giovane con tutta la vita davanti. Come tante altre persone innocenti, anche lui viene deportato in uno dei campi di concentramento ideati da Hitler. Prima viene mandato a Fossoli, uno dei due campi esistenti in Italia. Poi, viene trasferito a Buna-Monowitz-Auschwitz, dove resterà fino al 26 febbraio 1945, giorno in cui avviene la liberazione dei detenuti superstiti dal campo.

Ciò che permette a Primo Levi di sopravvivere alle sofferenze – fisiche e morali – di cui è testimone ogni giorno, è proprio la laurea in chimica. Il giovane, infatti, viene adoperato in qualità di “specialista” in una fabbrica di gomma. Al termine di questa terribile esperienza, l’uomo torna in Italia dopo un viaggio estenuante – raccontato nel libro “La tregua” – e sente l’urgenza di dover comunicare a tutti ciò che ha visto e provato durante gli anni di detenzione. Dalla penna di Primo Levi è uscito, così, “Se questo è un uomo”, un capolavoro della letteratura mondiale che è stato tradotto in moltissime lingue e ha commosso chiunque lo abbia letto.

Così, Levi ha continuato a scrivere e scrivere, raccontando le sue esperienze ma rendendole universali. “La tregua”, “Il sistema periodico”, “I sommersi e i salvati”, “L’ora incerta” sono solo alcune delle opere che ha scritto esplorando, sempre con successo, diversi generi letterari ma non riuscendo mai a superare del tutto la terribile sofferenza vissuta ad Auschwitz. Muore l’11 aprile 1987 nell’atrio del palazzo in cui ha sempre vissuto.

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