Cultura e tecnologia

Selfie e poesia, con Google la tecnologia diventa cultura

Google è protagonista del "ritratto poetico", il seflie che unisce poesia, fotografia e cultura in una sola immagine
Selfie e poesia, con Google la tecnologia diventa cultura

MILANO – Il “ritratto poetico” di Google è l’ultimo progetto del colosso americano, che vede protagonista il sentimento e l’emozione della poesia uniti alla pratica più consueta dei nostri tempi: il selfie. È qui che “l’autoscatto” smette di essere una semplice foto per diventare veicolo di sentimenti e di cultura.

Poesia, tecnologia, immagine

In un mondo dove l’immagine va sempre più veloce e l’immaginazione diminuisce sempre di più, dove l’attenzione per le cose importanti, belle, culturali, cala drasticamente in funzione di cose pratiche, frivole, di poca rilevanza come i selfie, spesso scattati per pura ostentazione di se stessi e della propria persona, che prendono il sopravvento dei mezzi di comunicazione più immediati che abbiamo, ossia i social e gli smartphone, in un mondo dove la tecnologia minaccia di sostituire l’essere umano in tutte le sue funzioni, arriva quell’invenzione che riesce a far convivere un aspetto caldo e sentimentale con il freddo e robotico mondo della tecnologia: il “ritratto poetico“. È qui che il selfie smette di essere pratica di ostentazione ed è qui che il desiderio e la volontà che la tecnologia diventi un mezzo a favore dell’essere umano, un metodo di comunicare emozione e sentimento, prende vita. Proprio su questo tema è intervenuto uno dei più grandi colossi tecnologici al mondo, Google, che con il progetto di Google Arts&Culture, in collaborazione con il programmatore Ross Goodwin e la scenografa Es Devlin, vuole arrivare a portare la poesia nella vita di tutti i giorni. Qui si nota un bisogno, una ricerca, un desiderio che tecnologia diventi qualcosa di più di una macchina e con questo progetto Google vuole che il sentimento e l’emozione della poesia continuino a vivere in un mondo che pare rifiutarle.

La cultura in tutti i giorni

Per partecipare a questo progetto non bisogna né essere fotografi né poeti. Goodwin ha creato l’algoritmo, con 25 milioni di parole tratte dai poeti del XIX secolo, che genera automaticamente la poesia. Basta digitare su Google “g.co/poemportraits“, scrivere una parola e scattare il “selfie”; ed ecco che sul vostro volto, in una cornice stile Polaroid, comparirà una poesia immersa in una sognante gamma scenografica (non a caso al progetto vi ha lavorato l’artista e scenografa Es Devlin) di colori. Questo progetto di Google, che porta avanti l’affermazione dell’emozione e del sentimento tramite l’utilizzo della tecnologia, mira così anche ad informare e a fare cultura nel modo più semplice ed immediato possibile: l’immagine.

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