Ci sono domande linguistiche che dormono per decenni nei margini della grammatica, riservate a qualche specialista o a chi scrive in lingua italiana con particolare cura, e poi improvvisamente esplodono nell’uso quotidiano e diventano urgenti per tutti. La questione «in presenza» contro «di presenza» è una di queste. Prima del 2020 era un dubbio che si ponevano in pochi: qualche insegnante attento, qualche correttore di bozze meticoloso, qualche amante della lingua che si interrogava sulle preposizioni. Poi è arrivata la pandemia da Covid-19, e con essa la necessità improvvisa e universale di distinguere tra il lavorare, studiare, incontrarsi fisicamente e il farlo attraverso uno schermo.
Da marzo 2020 in poi, l’espressione «in presenza» ha invaso il linguaggio quotidiano, istituzionale e giornalistico italiano con una velocità straordinaria. «Didattica in presenza», «lavoro in presenza», «riunione in presenza», «attività in presenza»: queste locuzioni sono entrate nel vocabolario collettivo nel giro di settimane, diventando quasi overnight una categoria indispensabile del lessico contemporaneo. E insieme a questa esplosione è emerso il dubbio: si dice correttamente «in presenza» o «di presenza»? Le due forme sono equivalenti? C’è una differenza di significato, di registro, di storia?
Le due forme a confronto
Come si vede dalla tabella, le due locuzioni non sono perfettamente sovrapponibili: hanno storie diverse, sfumature diverse, contesti d’uso diversi. Capire queste differenze significa capire qualcosa di importante sul funzionamento della lingua italiana, sul modo in cui le preposizioni costruiscono il significato e su come il lessico cambia in risposta alle trasformazioni sociali.
La grammatica delle preposizioni della lingua italiana: «in» e «di» a confronto
Tutto il problema ruota intorno alla scelta della preposizione: «in» o «di». Per comprendere la differenza tra le due locuzioni bisogna prima capire cosa ciascuna di queste preposizioni aggiunge al sostantivo «presenza».
La preposizione «in» indica tipicamente uno stato in luogo, una condizione, una modalità di svolgimento. Si dice «in silenzio», «in fretta», «in piedi», «in vacanza»: in tutti questi casi «in» introduce una circostanza, un modo di essere o di fare qualcosa. «In presenza» segue esattamente questa logica: indica la modalità con cui si svolge un’attività, la condizione in cui avviene. Una lezione «in presenza» è una lezione che si svolge nella condizione della presenza fisica, per distinguerla da una lezione a distanza, in remoto, online.
La preposizione «di», invece, indica più spesso appartenenza, specificazione, mezzo o maniera. Si dice «di persona», «di fatto», «di notte», «di corsa»: anche qui «di» introduce una circostanza, ma con sfumatura diversa da «in». «Di presenza» ha una storia più lunga nella tradizione letteraria italiana e significa qualcosa di leggermente diverso: «personalmente», «di persona», «con la propria presenza fisica». Si diceva e si dice «vedersi di presenza» nel senso di vedersi di persona, fisicamente, non attraverso un intermediario o una comunicazione mediata.
La tradizione letteraria: «di presenza» nella lingua classica
La locuzione «di presenza» ha una storia antica e nobile nella tradizione letteraria italiana. Si trova nei testi del Tre e Quattrocento, nella prosa epistolare, nella narrativa, nelle cronache. Il suo significato è costantemente quello di «di persona», «personalmente», «fisicamente» — in contrapposizione a ciò che avviene per lettera, per interposta persona, per voce altrui.
Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini, e poi ancora gli epistolografi del Cinque e Seicento usano «di presenza» con questa accezione. Quando un ambasciatore riferisce di aver parlato «di presenza» con il sovrano, intende di averlo incontrato personalmente, non di aver comunicato per via scritta o attraverso un intermediario. Quando un mercante scrive di aver visto «di presenza» la merce, intende di averla esaminata con i propri occhi, non sulla base di una descrizione.
In tutti questi usi, «di presenza» si oppone implicitamente o esplicitamente a una forma di comunicazione mediata: la lettera, il messaggero, la voce riportata. La presenza è quella del corpo fisico, dell’incontro reale. La locuzione ha una lunga vita nella tradizione italiana e sopravvive fino al Novecento in contesti di registro medio-alto.
Il Novecento e la svolta del Covid: la nascita di «in presenza»
La locuzione «in presenza», nel suo uso attuale e dominante, è molto più recente di «di presenza». Non è una creazione assoluta del Covid — si trovano attestazioni precedenti, soprattutto nel linguaggio della formazione professionale e della didattica universitaria, dove già negli anni Duemila si cominciava a distinguere tra corsi «in aula» o «in presenza» e corsi «online» o «a distanza» — ma è certamente la pandemia ad averla resa universale e imprescindibile.
Il meccanismo linguistico che ha prodotto «in presenza» come locuzione dominante è quello della creazione di un’antitesi lessicale. Quando la società si è trovata a dover distinguere sistematicamente tra due modalità di svolgimento delle attività — quella fisica e quella digitale — aveva bisogno di una coppia di termini contrapposti. «In remoto» e «in presenza» hanno formato questa coppia con grande efficacia: entrambe costruite sulla stessa preposizione «in», entrambe indicanti una modalità di svolgimento, entrambe immediatamente comprensibili per analogia con altre espressioni già in uso («in piedi / in ginocchio», «in silenzio / in confusione»).
La simmetria formale tra «in presenza» e «in remoto» è probabilmente la ragione principale del successo travolgente della prima locuzione. «Di presenza» non avrebbe funzionato altrettanto bene come opposto di «in remoto»: la disomogeneità delle preposizioni («di» contro «in») avrebbe creato una coppia asimmetrica, stilisticamente meno elegante e cognitivamente meno immediata. La lingua tende alla simmetria nelle opposizioni: «in presenza» / «in remoto» funziona come coppia molto meglio di «di presenza» / «in remoto».
Cosa dicono i dizionari e i linguisti
Le principali fonti normative e descrittive della lingua italiana registrano entrambe le locuzioni, con indicazioni che riflettono la diversa storia e il diverso uso delle due forme.
Il Vocabolario Treccani registra «di presenza» come locuzione avverbiale con il significato di «di persona, personalmente», documentata nella tradizione letteraria. La locuzione «in presenza», nelle edizioni più recenti e negli aggiornamenti online, viene registrata con il significato specifico di modalità di svolgimento di un’attività in forma fisica e non mediata digitalmente, e viene segnalata come locuzone di uso recente e prevalentemente burocratico-istituzionale.
I linguisti che si sono occupati della questione — in particolare quelli che attraverso blog, rubriche e dizionari online hanno risposto ai dubbi dei parlanti durante la pandemia — sono generalmente concordi nel ritenere entrambe le forme corrette, con sfumature d’uso diverse. «In presenza» è la forma da preferire quando si vuole indicare la modalità di svolgimento di un’attività in contrapposizione alla distanza o al digitale. «Di presenza» è la forma da preferire quando si vuole dire «di persona», «personalmente», in un contesto in cui non c’è necessariamente la contrapposizione con il digitale.
Un caso di neologia istituzionale
La rapida affermazione di «in presenza» è un esempio interessante di quello che i linguisti chiamano neologia istituzionale: la creazione e diffusione di nuove parole o locuzioni attraverso il linguaggio delle istituzioni — ministeri, università, aziende, media — che poi si propagano al parlato comune. Il Ministero dell’Istruzione ha parlato di «didattica in presenza»; le aziende hanno disciplinato il «lavoro in presenza»; i tribunali hanno regolato le «attività in presenza». Da questi usi ufficiali e normativi la locuzione è scesa rapidamente nel parlato quotidiano, dove ormai è sentita come naturale e necessaria.
Questo tipo di neologia ha caratteristiche precise: nasce in risposta a un’esigenza reale di denominazione (è necessario distinguere le due modalità); si afferma rapidamente perché supportata da istituzioni con grande potere linguistico; tende a stabilizzarsi anche dopo che l’emergenza che l’ha prodotta è finita, perché la distinzione che esprime rimane rilevante. Oggi, anche senza pandemia, «in presenza» è una locuzione stabile del lessico italiano: descrive una modalità che si contrappone al lavoro e allo studio da remoto, e quella contrapposizione è diventata strutturale nella società contemporanea.
Una guida pratica
Alla luce di tutto quanto detto, è possibile offrire una guida pratica per chi si trova davanti al dubbio. La scelta tra «in presenza» e «di presenza» dipende dal contesto e dall’intenzione comunicativa.
Si usa «in presenza» quando si vuole indicare la modalità di svolgimento di un’attività in forma fisica, in contrapposizione esplicita o implicita alla distanza o al digitale: «la riunione si terrà in presenza», «l’esame è in presenza», «preferisco lavorare in presenza». Questa è la forma corretta e attesa nel linguaggio istituzionale, burocratico e professionale contemporaneo.
Si usa «di presenza» quando si vuole dire «di persona», «personalmente», con una sfumatura di registro più letterario o tradizionale: «preferisco dirti queste cose di presenza», «non ho ancora avuto modo di incontrarlo di presenza», «meglio risolvere la questione di presenza che per telefono». Questa è la forma più adatta a contesti di registro medio-alto, alla prosa narrativa, alla scrittura epistolare, a situazioni in cui la contrapposizione con il digitale non è il punto centrale ma lo è invece l’idea della presenza personale e corporea.
Le due locuzioni non sono in concorrenza: occupano spazi leggermente diversi e possono coesistere nella stessa lingua, arricchendola. La risposta alla domanda iniziale — si dice «in presenza» o «di presenza»? — è quindi: dipende. Dipende da cosa si vuole dire, da chi si scrive, da quale registro si vuole usare. E questa risposta, in apparenza elusiva, è in realtà la risposta più vera e più utile che la grammatica possa offrire: non una regola rigida, ma una comprensione delle sfumature che permette di scegliere consapevolmente.
La vicenda di «in presenza» e «di presenza» è una piccola storia nella grande storia della lingua italiana: la storia di come la società trasforma il lessico, di come le crisi producono nuovi bisogni di denominazione, di come le preposizioni — quelle piccole parole che sembrano quasi invisibili — portano in realtà il peso di significati precisi e importanti.
Chi sceglie consapevolmente tra «in presenza» e «di presenza» non sta solo risolvendo un dubbio grammaticale: sta esercitando quella competenza stilistica che è il segno di un rapporto vivo e attivo con la propria lingua. E in un’epoca in cui la lingua cambia con una velocità mai vista prima, questa competenza è più preziosa che mai.
