Ci sono parole nella lingua italiana che sembrano fatte apposta per imitare la cosa che nominano. Scribillare è una di queste. Quattro sillabe che rotolano via con una certa velocità e una certa cadenza ripetitiva, come il raschiare di una penna su un foglio: scri-bil-la-re. C’è in quel suono qualcosa di instancabile, di metodico, di leggermente ossessivo. Non la scrittura ispirata che traccia in un lampo versi memorabili, ma quella che avanza riga dopo riga con la tenacia silenziosa di chi sa che il lavoro è lungo e non si affretta.
Scribillare è voce dotta e letteraria, segnata dai dizionari come tale, quasi mai incontrata nel parlato quotidiano e rarissima anche nella prosa corrente. Eppure porta con sé qualcosa di irresistibile: una sfumatura semantica precisa che nessun sinonimo riesce a catturare del tutto. Non è semplicemente scrivere, che è neutro e generico. Non è vergare, che ha un’aria solenne e calligrafica. Non è scarabocchiare, che implica disordine e trascuratezza. Scribillare è scrivere con meticolosità e diligenza: scrivere senza sosta, con cura paziente, come fa chi ha qualcosa di importante da copiare e sa che non si può sbagliare.
Dall’etimologia all’uso nella lingua italiana
La storia di scribillare comincia, come quasi tutto nel lessico italiano dotto, a Roma. Il verbo latino scribere — padre di scrivere, scritto, scrittura, scrittore e di tutta la grande famiglia semantica della trascrizione — aveva dato vita a una serie di derivati che esprimevano sfumature diverse dell’atto scrittorio. Scribillare nasce da scribere con l’aggiunta del suffisso diminutivo -illare, lo stesso che trasforma, per esempio, saltare in saltellare, fischiare in fischiettare, cantare in canticchiare.
Il suffisso diminutivo in questo caso non indica necessariamente qualcosa di piccolo o di meno importante: indica piuttosto un’azione ripetuta, continuativa, eseguita a piccoli passi successivi. Scribillare non è scrivere poco: è scrivere in modo insistente e metodico, lettera dopo lettera, parola dopo parola, riga dopo riga. Il diminutivo porta con sé l’idea della granularità, del procedere per elementi minimi che si sommano fino a comporre qualcosa di grande. Come il mosaicista che lavora tessera per tessera, il copista medievale che scribillava avanzava segno per segno verso l’opera compiuta.
Vale la pena notare che lo stesso suffisso ha prodotto in italiano altri verbi affini nello spirito: graffiare ha generato graffignare, picchiare ha generato picchiettare. Ma scribillare ha una particolarità: mentre molti diminutivi verbali assumono una sfumatura ironica o sminuente (pensiamo a lavoracchiare, dormicchiare, mangiucchiare), scribillare conserva una connotazione essenzialmente positiva. La meticolosità e la diligenza che il dizionario gli attribuisce non sono difetti: sono virtù, e virtù specifiche di un certo tipo di lavoro intellettuale e manuale insieme.
I monaci scribillanti: una scena che vale un mondo
L’unico esempio documentato nei dizionari storici italiani viene da Rezzonico, e vale la pena soffermarsi su di esso con attenzione, perché è molto più di una semplice attestazione lessicale. La scena descritta è quella di un monastero medievale: sopra c’è la biblioteca e lo scrittorio, e in quello scrittorio i monaci scribillando ricopiavano antichi codici. Alla loro diligenza siamo debitori dei classici antichi.
In poche righe, Rezzonico comprime una delle storie più straordinarie della civiltà occidentale: la trasmissione del sapere antico attraverso l’opera paziente, anonima e immensa dei copisti medievali. Per secoli, in quei scriptoria silenziosi, uomini inchinati sui loro banchi hanno ricopiato testi greci e latini che senza di loro sarebbero andati perduti per sempre. Virgilio, Orazio, Cicerone, Tacito, Seneca: tutto ciò che oggi leggiamo dei classici latini è arrivato fino a noi attraverso quelle mani pazienti, quella scrittura ripetitiva e instancabile, quel lavoro che Rezzonico chiama con la parola esatta: scribillare.
Ai monaci scribillanti siamo debitori non solo dei classici antichi, ma di quasi tutta la conoscenza scritta del mondo antico. Lo scrittorio medievale è stato la più importante istituzione culturale dell’Occidente per quasi un millennio.
La parola scribillare cattura qualcosa che nessun altro termine riesce a rendere altrettanto bene: la combinazione di modestia e grandezza che caratterizza quel lavoro. Modestia perché chi scribilla non crea: copia, trascrive, riproduce ciò che è già scritto. Non aggiunge nulla di suo, non firma nulla, non aspira alla gloria letteraria. Grandezza perché senza quel lavoro oscuro e metodico tutta la letteratura, la filosofia e la scienza dell’antichità sarebbero scomparse nel nulla. I monaci scribillanti non erano scrittori: erano qualcosa di più necessario. Erano i custodi della memoria scritta del mondo.
Lo scriptorium: il luogo di scribillare
Per capire scribillare nel suo contesto originario bisogna immaginare lo scriptorium medievale: una stanza silenziosa, spesso nell’ala nord del monastero per avere luce senza il calore diretto del sole, con i banchi allineati e i monaci seduti, ciascuno davanti al proprio codice. Non c’era riscaldamento, per non rischiare di incendiare i preziosi manoscritti: le dita si intirizzivano d’inverno, e alcune note a margine di codici sopravvissuti testimoniano le lamentele dei copisti sul freddo. Eppure si continuava a scribillare.
Gli strumenti del mestiere erano semplici ma richiedevano cura costante: la penna d’oca o di canna, che andava temperata regolarmente con il coltellino apposito (da cui il nome inglese penknife, ancora oggi usato per indicare un temperino); l’inchiostro preparato con ricette tramandate di maestro in discepolo; la pergamena o la carta, preziose e da non sprecare. Ogni errore era un problema: raschiare via l’inchiostro sbagliato, ricoprire con gesso, ricominciare. La meticolosità non era una scelta: era una necessità imposta dal materiale e dalla sacralità del testo.
In questo contesto, scribillare non è quasi mai un lavoro solitario nel senso moderno: è un lavoro collettivo e gerarchico. C’è il maestro che supervisiona, il lettore che legge il testo ad alta voce mentre i copisti trascrivono (con i rischi di errori uditivi che i filologi ancora oggi cercano di correggere), il rubricatore che aggiunge le iniziali rosse e blu, il miniatore che decora le pagine più importanti. Scribillare è parte di una catena lunga e complessa, dove ogni anello ha la sua funzione e la sua responsabilità.
Scribillare oggi: la sopravvivenza di un gesto
Lo scriptorium medievale è scomparso. La stampa a caratteri mobili di Gutenberg, nel Quattrocento, ha reso il lavoro dei copisti prima marginale e poi inutile. Non si scribillano più codici nelle biblioteche monastiche; i classici antichi sono ormai disponibili in milioni di copie identiche, digitalizzati e consultabili da qualsiasi angolo del mondo. Eppure il gesto di scribillare non è del tutto scomparso: si è trasformato, si è spostato in altri contesti, ha trovato nuove forme.
Lo studente che trascrive meticolosamente le note a lezione, il ricercatore che copia a mano i passi più importanti di un testo per memorizzarli meglio, il calligrafo che riproduce alfabeti antichi o orientali per il puro piacere della scrittura a mano: tutti questi gesti hanno qualcosa di scribillare. L’atto di copiare a mano, di riprodurre manualmente segni già esistenti con attenzione e cura, non ha perso il suo significato anche nell’era della tastiera. Anzi, la ricerca psicologica e neuroscientifica ha confermato negli ultimi decenni ciò che i monaci medievali sapevano per esperienza diretta: scrivere a mano, copiare, trascrivere lentamente favorisce la memorizzazione, approfondisce la comprensione, stabilisce un rapporto con il testo che la lettura passiva non produce.
C’è qualcosa di fisico e quasi rituale nell’atto di scribillare: la mano che si muove sul foglio, l’occhio che segue le parole, la mente che elabora mentre trascrive. Non è un atto puramente meccanico, come potrebbe sembrare: è un atto di appropriazione lenta, di metabolizzazione del testo attraverso il corpo. Chi ha mai copiato a mano un poema o un brano di prosa sa che alla fine di quell’operazione il testo è diventato in qualche misura suo, abitante di una memoria muscolare oltre che mentale.
Scribillare merita di essere riscoperta non solo come curiosità lessicale ma come promemoria di qualcosa di importante. In un’epoca dominata dalla velocità della comunicazione digitale — il messaggio inviato in un secondo, il testo prodotto in automatico, la parola sempre più usa e getta — questa parola dotta e desueta porta con sé il ricordo di un’altra relazione con la scrittura: lenta, paziente, corporea, rispettosa del testo che si trascrive.
I monaci che scribillando ricopiavano antichi codici non erano dei semplici artigiani della parola, anche se il loro lavoro aveva molto dell’artigianato. Erano custodi di qualcosa che sapevano essere più grande di loro, e alla cui trasmissione dedicavano ore e anni di quel lavoro umile e grandioso che Rezzonico ha immortalato in una sola parola. Quella parola è scribillare: e porta con sé, ancora oggi, tutto il peso silenzioso di quel gesto.
Recuperarla nel lessico attivo non significa tornare indietro né cedere alla nostalgia. Significa riconoscere che alcune esperienze umane fondamentali — la cura, la pazienza, la fedeltà al testo, la diligenza nel copiare e conservare — meritano una parola precisa, una parola che le nomini con la stessa meticolosità con cui quelle esperienze vengono vissute. Scribillare e scribillo sono quella parola.
