La lingua italiana distingue tra preposizioni proprie e preposizioni improprie. Le preposizioni proprie — di, a, da, in, con, su, per, tra, fra — sono parole che svolgono esclusivamente la funzione di preposizione: non hanno altra vita grammaticale al di fuori di essa. Le preposizioni improprie sono invece parole che hanno una funzione primaria diversa — aggettivo, avverbio, participio o altro — ma che possono essere usate anche come preposizioni, a seconda del contesto in cui compaiono.
Questa doppia vita grammaticale è la loro caratteristica fondamentale, e anche la fonte principale delle difficoltà che pongono a chi studia l’italiano come lingua straniera. Chi parla italiano da madrelingua le usa senza pensarci, guidato dall’intuizione del contesto. Ma per chi deve riflettere sulla grammatica — uno studente, uno scrittore attento, un correttore di bozze — capire come funzionano è un esercizio di grande utilità: perché queste parole attraversano le categorie grammaticali con una libertà che rivela qualcosa di profondo sul funzionamento della lingua.
Le tre classi di origine della lingua italiana: aggettivi, avverbi, verbi
Le preposizioni improprie si dividono in tre grandi classi a seconda della loro categoria grammaticale di origine. La prima classe comprende parole che sono primariamente aggettivi: «vicino», «lontano», «lungo», «salvo», «secondo». La seconda classe comprende parole che sono primariamente avverbi: «davanti», «dietro», «dentro», «sopra», «sotto», «prima», «dopo», «fuori», «contro», «intorno». La terza classe comprende parole derivate da forme verbali — per lo più participi presenti o passati — come «durante», «mediante», «dato», «eccetto», «escluso», «tranne», «nonostante».
Come riconoscere la funzione: il ruolo del contesto
La sfida principale con le preposizioni improprie è riconoscere di volta in volta quale funzione stanno svolgendo. La stessa parola può essere aggettivo, avverbio o preposizione a seconda di dove compare nella frase. Il criterio è sintattico: se la parola si riferisce a un sostantivo e stabilisce una relazione tra elementi della frase, è preposizione; se modifica un verbo o un’intera proposizione senza reggere un complemento, è avverbio; se si accompagna a un nome e lo qualifica, concordando con esso, è aggettivo.
Prendiamo «lungo» come esempio emblematico. In «ho letto un lungo racconto», «lungo» è un aggettivo che qualifica «racconto» e concorda con esso in genere e numero. In «ho viaggiato lungo la costa spagnola», invece, «lungo» introduce un complemento («la costa spagnola») e svolge la funzione di preposizione. Non c’è concordanza, non c’è qualificazione: c’è una relazione spaziale tra il viaggio e la costa.
| LUNGO come aggettivo: «Ho letto un lungo racconto.»
→ lungo concorda con racconto, lo qualifica.
LUNGO come preposizione: «Ho viaggiato lungo la costa.» → lungo introduce un complemento, non concorda con nulla.
FUORI come avverbio: «Andate fuori!» → fuori modifica il verbo, non introduce nessun complemento.
FUORI come preposizione: «Staremo fuori città per un mese.» → fuori introduce il complemento «città». |
Le preposizioni-verbo: participi che cambiano ruolo
Particolarmente interessante è la classe delle preposizioni improprie derivate da forme verbali. «Durante» è il participio presente del verbo «durare»; «escluso» è il participio passato di «escludere»; «eccetto» viene dal participio passato del latino eximere («prendere fuori»). Quando queste parole svolgono la loro funzione verbale originaria, concordano con il soggetto e si comportano come normali participi. Quando svolgono la funzione di preposizione, perdono la concordanza e diventano invariabili.
L’esempio classico è «escluso». In «Escluso dalla gara, si allontanò infuriato», «escluso» è un participio passato che si riferisce al soggetto e concorda con esso. Ma in «Il parco è aperto tutti i giorni escluso il mercoledì», «escluso» non concorda con nulla: è diventato una preposizione che introduce un’eccezione. Non diciamo «esclusa la domenica» quando vogliamo usarlo come preposizione (anche se questa forma si sente), perché la sua funzione preposizionale lo rende tendenzialmente invariabile.
| ESCLUSO come participio passato: «Escluso dalla gara, si allontanò infuriato.»
→ escluso concorda col soggetto, funzione verbale.
ESCLUSO come preposizione: «Il parco è aperto tutti i giorni escluso il mercoledì.» → escluso introduce un’eccezione, invariabile, funzione preposizionale.
DURANTE come participio presente: «(arcaico/letterario, uso raro)» DURANTE come preposizione: «Durante la partita non voglio essere disturbato.» → sempre usata come preposizione nell’italiano contemporaneo. |
Preposizioni improprie con o senza preposizione di accompagnamento
Una delle caratteristiche più praticamente utili delle preposizioni improprie è sapere quando richiedono una preposizione di accompagnamento e quando no. Alcune si usano sempre da sole; altre si accompagnano sempre a un’altra preposizione; altre ancora ammettono entrambe le costruzioni.
Si usano sempre da sole, senza preposizione aggiuntiva: «durante» (durante la notte), «mediante» (mediante il suo aiuto), «tranne» (tranne lui), «salvo» (salvo il lunedì), «secondo» (secondo me), «nonostante» (nonostante il freddo), «entro» (entro le tre), «attraverso» (attraverso gli alberi), «contro» (contro il muro), «dopo» (dopo lo spettacolo).
Richiedono invece sempre una preposizione di accompagnamento: «davanti a» (davanti alla finestra), «vicino a» (vicino al mare), «lontano da» (lontano da casa), «insieme a» (insieme a voi), «intorno a» (intorno a me), «prima di» (prima di sera), «riguardo a» (riguardo alla sua richiesta), «rispeìtto a» (rispetto a questo problema).
Alcune preposizioni improprie ammettono invece entrambe le costruzioni: «dentro la scatola» o «dentro alla scatola»; «dietro la collina» o «dietro alla collina»; «sotto il letto» o «sotto al letto»; «sopra il tavolo» o «sopra al tavolo»; «fuori città» o «fuori dalla città». In questi casi entrambe le forme sono corrette, anche se la forma senza preposizione aggiuntiva è spesso più comune nel parlato.
L’eccezione dei pronomi: «contro il muro» ma «contro di me»
Esiste una regola specifica che riguarda le preposizioni improprie in presenza di pronomi personali o riflessivi tonici: alcune di esse richiedono obbligatoriamente la preposizione «di» quando sono seguite da un pronome di questo tipo. Le preposizioni interessate da questa regola sono: «attraverso», «contro», «dentro», «dietro», «dopo», «presso», «senza», «sopra», «sotto».
Dunque si dice «dentro la scatola» (senza preposizione) ma «dentro di sé» (con la preposizione «di» davanti al pronome); «sotto il tavolo» ma «sotto di voi»; «contro il muro» ma «contro di me»; «dopo la riunione» ma «dopo di lui». Questa regola è sistematica e quasi senza eccezioni: il pronome personale tonico richiede la mediazione della preposizione «di».
Per le preposizioni «tra» e «fra» la regola è invece facoltativa: si può dire sia «mi trovo bene tra voi» sia «mi trovo bene tra di voi», con lo stesso significato e pari correttezza. La scelta è stilistica: la forma con «di» è leggermente più comune nel parlato.
Le preposizioni improprie nelle proposizioni subordinate
Come le preposizioni proprie, alcune preposizioni improprie possono reggere non solo un sostantivo ma anche una proposizione subordinata implicita, cioè una proposizione con il verbo all’infinito. Questo le avvicina funzionalmente alle preposizioni proprie e amplia notevolmente le loro possibilità di uso.
Esempi tipici: «è arrivato senza essere stato invitato», dove «senza» introduce una subordinata implicita all’infinito passato; «dopo aver mangiato mi riposo un po’», dove «dopo» introduce una subordinata implicita all’infinito; «prima di partire hai chiamato?», dove «prima di» introduce un’infinitiva. Questa costruzione è molto comune nel parlato e nella prosa: le preposizioni improprie reggono subordinate implicite con grande naturalezza.
Le locuzioni prepositive: preposizioni costruite con più parole
Accanto alle preposizioni improprie — singole parole con doppia funzione — esistono le locuzioni prepositive: espressioni formate da due o più parole che nel loro insieme svolgono la funzione di una preposizione. Esempi comuni: «per mezzo di», «in mezzo a», «a fianco di», «al cospetto di», «a dispetto di», «a causa di», «a forza di», «in base a», «in compagnia di», «limitatamente a».
Le locuzioni prepositive si comportano come unità lessicali fisse: i loro elementi non si sostituiscono liberamente, e il significato del tutto non è la semplice somma dei significati delle parti. «A causa di» non è la stessa cosa di «per causa di»; «in mezzo a» non è uguale a «in mezzo di». La locuzione va imparata e usata nella sua forma fissa.
L’italiano ha una quantità enorme di locuzioni prepositive, molte delle quali appartengono a registri specifici: il linguaggio burocratico («in virtù di», «in ottemperanza a»), il linguaggio giornalistico («in merito a», «in riferimento a»), il linguaggio quotidiano («a parte», «iù di»). La padronanza delle locuzioni prepositive è uno degli indici più sicuri della competenza in una lingua.
Le preposizioni improprie sono uno degli aspetti grammaticali più vivaci e più ricchi dell’italiano. La loro caratteristica fondamentale — la capacità di svolgere funzioni diverse a seconda del contesto — le rende al tempo stesso affascinanti e impegnative. Non si può classificarle una volta per tutte in una categoria fissa: bisogna ogni volta guardare il contesto, capire se la parola introduce un complemento o modifica un verbo o qualifica un nome.
Studiarle con attenzione porta a capire meglio come funziona la grammatica italiana in generale: non come sistema di regole rigide e compartimenti stagni, ma come sistema flessibile in cui le parole possono spostarsi tra le categorie a seconda delle necessità comunicative. Una parola come «lungo» che oggi descrive un racconto e domani introduce un percorso lungo il fiume è la prova di questa flessibilità: la stessa forma, due funzioni diverse, due significati distinti, riconoscibili soltanto guardando il contesto.
Chi padroneggia le preposizioni improprie sa leggere meglio, scrive con più precisione e riconosce le sfumature che la lingua offre. Chi le ignora rischia di usare la stessa parola sempre nello stesso modo, perdendo una delle risorse più eleganti della grammatica italiana.
