La parola “imbestiarsi”, coniata e nobilitata dall’uso di Dante Alighieri, appartiene a quel nucleo di termini della lingua italiana che, pur restando in un ambito letterario e colto, conservano una forza espressiva straordinaria. È un verbo che colpisce immediatamente per la sua concretezza figurativa e per la densità morale che porta con sé: imbestiarsi non è solo “diventare bestia”, ma scivolare fuori dall’umano, perdere ciò che definisce la dignità, la razionalità e la responsabilità dell’uomo.
La lingua italiana e il suo debito verso Dante Alighieri
Dal punto di vista etimologico, il verbo deriva naturalmente dal sostantivo bestia, attraverso l’aggiunta del prefisso verbale im- (con valore trasformativo). La forma riflette un procedimento tipico del latino e del volgare medievale: indicare un mutamento radicale di stato. Non a caso, il latino bestia designava già l’animale in senso generico, spesso con una sfumatura negativa quando riferito all’uomo. Dante riprende e intensifica questa eredità, creando un verbo che non descrive semplicemente un’azione, ma una caduta ontologica, un passaggio da una condizione superiore a una inferiore.
Il verbo compare in Dante con una potenza simbolica evidente. Nel verso celebre «colei / che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge» (Purgatorio, XXVI), il poeta allude a Pasifae, figura del mito classico che, per soddisfare una passione contro natura, assume sembianze e comportamenti animali. Qui imbestiarsi non indica soltanto una metamorfosi fisica, ma soprattutto una degenerazione morale. Pasifae non diventa bestia perché trasformata da un incantesimo: lo diventa per scelta, per desiderio, per abbandono della misura umana.
Questo aspetto è centrale nell’uso dantesco del termine. Imbestiarsi non è un destino imposto dall’esterno, ma una responsabilità individuale. L’uomo si imbestia quando rinuncia alla ragione, quando abdica alla capacità di distinguere il bene dal male, quando si lascia dominare dagli istinti. In questo senso, il verbo si inserisce perfettamente nella visione etica della Commedia, dove l’Inferno è popolato non tanto da mostri quanto da uomini che hanno scelto di vivere “come bestie”.
Il verbo acquista così un valore antropologico: definisce per contrasto che cosa significhi essere uomini. Se l’uomo può imbestiarsi, allora l’umanità non è uno stato garantito una volta per tutte, ma una condizione da custodire. Dante, del resto, lo afferma in modo esplicito nel celebre passo di Ulisse: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Imbestiarsi è esattamente l’opposto di questo programma umano: è la rinuncia alla conoscenza e alla virtù.
e oggi…ci imbestiamo?
Con il passare dei secoli, il verbo mantiene il suo carattere letterario, ma amplia il proprio campo semantico. In senso figurato, imbestiarsi viene usato per indicare l’abbrutimento, la perdita di sensibilità intellettuale e morale. È in questa accezione che lo ritroviamo, ad esempio, in Giosuè Carducci, quando parla di un popolo che “s’imbestia nella più stupida, nella più corrotta ignoranza”. Qui non c’è alcuna metamorfosi mitologica: l’imbarbarimento è sociale, culturale, politico. L’uomo diventa “bestiale” quando smette di pensare, di interrogarsi, di esercitare spirito critico.
Accanto alla forma intransitiva e riflessiva (imbestiarsi), la tradizione letteraria registra anche l’uso transitivo (imbestiare), come in Pascoli: «Circe… la maga che imbestia gli uomini». In questo caso, il verbo introduce una riflessione ulteriore: non sempre l’imbarbarimento è frutto di una scelta autonoma; talvolta è indotto, provocato, imposto. Circe imbestia gli uomini sottraendo loro la ragione, privandoli della parola e dell’identità. Il mito diventa così una metafora potentissima dei meccanismi di disumanizzazione: chi toglie all’altro la possibilità di pensare lo trasforma, simbolicamente, in bestia.
Dal punto di vista stilistico, imbestiarsi è un verbo fortemente marcato. Non appartiene al linguaggio quotidiano e proprio per questo, quando viene usato, produce un effetto di intensificazione. Dire che qualcuno “si imbestia” non equivale a dire che “si comporta male” o “si lascia andare”: significa affermare che ha superato una soglia, che ha varcato un confine. È una parola che giudica, che pesa, che condanna.
In conclusione, “imbestiarsi” è uno di quei termini danteschi che mostrano come la lingua italiana nasca non solo per descrivere il mondo, ma per interpretarlo moralmente. In una sola parola, Dante concentra una visione complessa dell’essere umano: fragile, libero, responsabile. L’uomo può elevarsi, ma può anche cadere; può farsi bestia non per natura, ma per scelta. Ed è forse proprio questa possibilità, sempre aperta, a rendere il verbo ancora oggi inquietante e attuale.