La lingua italiana possiede parole che portano, nella loro stessa struttura fonica ed etimologica, il significato che esprimono. «Fantolino» è una di queste. È una parola piccola, tenera, che scende in gola con una dolcezza quasi tattile: le sue sillabe morbide, il diminutivo in -ino che la ammorbidisce ulteriormente, la sua rarissima presenza nella lingua moderna che la rende preziosa e un po’ misteriosa. Ma la sua storia etimologica è ancora più affascinante della sua musica.
«Fantolino» è il diminutivo di «fante», che in italiano antico significava «infante», «bambino piccolo» (prima di assumere il significato militare di «soldato di fanteria»). E «fante», a sua volta, viene dal latino «infans», termine composto da in- (negazione) e fans, participio presente del verbo fari, «parlare». L’infante è letteralmente «colui che non parla», «colui che non sa ancora usare le parole». La linguistica ci dice quindi che alla radice del nostro modo di nominare il bambino piccolo c’è la sua incapacità di parlare: il bambino è definito per sottrazione, per ciò che non possiede ancora, per ciò che verrà.
C’è in questa etimologia una profondissima intuizione antropologica. L’essere umano è la creatura del linguaggio: si definisce per la capacità di parlare, di nominare, di costruire senso attraverso le parole. Il bambino in fasce è ancora al di qua di questa soglia: esiste, respira, piange, sorride, è già interamente se stesso — eppure non parla. È l’essere umano allo stadio primordiale, prima del linguaggio, nello spazio puro del corpo e dell’emozione. «Fantolino» nomina questo momento con la leggerezza di un diminutivo: il non-parlante in versione minuscola, preziosa, delicata.
Lingua italiana: da «infans» a «fantolino»
Vale la pena percorrere per intero la catena lessicale che porta da «infans» a «fantolino», perché rivela la ricchezza straordinaria della famiglia etimologica a cui la parola appartiene. Il latino «infans» dà in italiano due esiti diversi: il dotto «infante», che conserva il prefisso negativo e la forma latina quasi integra, e il popolare «fante», che perde il prefisso in- e mantiene solo la radice fans. Da «fante», per diminuzione, nasce «fantino» e poi «fantolino», con quel suffisso -olino che è tra i più affettuosi e vezzeggianti del sistema italiano.
La stessa radice latina fari, «parlare», ha lasciato in italiano tracce preziose. Da essa vengono «favola» (fabula, ciò che si racconta), «fato» (fatum, ciò che è detto dagli dèi), «fama» (fama, ciò che si dice), «confessare» (con-fateri, dire insieme), «profeta» (dal greco profetes, colui che dice prima). Tutte queste parole parlano del linguaggio e del suo potere: il dire degli dèi, il dire degli uomini, il dire prima del tempo. E «fantolino», paradossalmente, nomina colui che ancora non dice nulla: il punto zero prima di ogni parola.
Nella famiglia latina troviamo anche «fabulare» e «fabuloso», che rimandano al racconto e al meraviglioso. C’è qualcosa di significativo nel fatto che il bambino — il «fantolino» — condivida la sua radice con la «favola»: come se l’infanzia e il racconto fossero legati da un nodo invisibile, come se il tempo in cui non si parla ancora fosse il terreno da cui nasce la capacità di raccontare.
Dante e la similitudine del bambino: la più dolce del Paradiso
Siamo nel Canto XXIII del Paradiso. Dante è nel Cielo delle Stelle Fisse, il cielo più alto del sistema stellare medievale, al di sotto del Primo Mobile. Beatrice lo invita ad alzare lo sguardo: stia pronto, perché sta per vedere qualcosa di straordinario. Appare la luce di Cristo, poi Maria. I beati, a questa visione, si protendono verso la Vergine con le loro luci, alzandosi in un gesto di amore e devozione. Ed è qui che Dante cerca la similitudine giusta per descrivere questo protendersi dei beati verso Maria.
La scelta è stupefacente nella sua semplicità. Dopo il viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, dopo le visioni di Dio, dopo le spiegazioni teologiche di Beatrice, dopo i canti sulla creazione e sulla grazia, Dante trova che il gesto più simile all’amore dei beati per Maria è quello di un bambino che ha appena poppato e tende le braccia verso la madre. Non un gesto eroico, non un gesto mistico, non un gesto di dottrina: il gesto più elementare dell’amore umano, il primo gesto che un essere umano impara, quello che precede persino il linguaggio.
Nella similitudine dantesca, il bambino tende le braccia «per l’animo che ’nfin di fuori s’infiamma»: perché il sentimento interiore si accende tanto forte da traboccare verso l’esterno, da manifestarsi nel corpo, nelle braccia che si alzano, nel gesto che non ha bisogno di parole. È la stessa cosa che fanno i beati: il loro amore per Maria è così intenso da diventare visibile, da esprimersi in un moto luminoso verso di Lei. L’amore mistico più alto e l’amore materno più primitivo si rispecchiano perfettamente.
Questa similitudine è stata da sempre riconosciuta come una delle più riuscite e più commoventi dell’intera Commedia. La sua forza non sta nell’elaborazione retorica ma nella semplicità fulminante: per dire il gesto più alto della devozione celeste, Dante scende al gesto più basso e più corporeo dell’amore umano. E li fa coincidere. Come a dire: l’amore è sempre lo stesso, dal lattante alla luce del Paradiso.
L’apocopata «fantolin’»: la musica del verso
Nel testo dantesco la parola non appare nella forma intera «fantolino» ma in quella apocopata «fantolin’», con la caduta della vocale finale per esigenze metriche. L’apocope è una delle figure fonetiche più frequenti nella poesia italiana antica: la soppressione di una o più lettere finali di una parola per ragioni di metrica o di eufonia. In questo caso, «fantolin’» si inserisce perfettamente nell’endecasillabo dantesco, con la sua cadenza ternaria che dà al verso una musicalità cullante, quasi dondolante: «E come fan-to-lin che ’nver’ la mamma».
Il verso si apre con «E come», la formula della similitudine, e poi «fantolin’» — che cade al secondo piede del verso con una dolcezza quasi inaspettata. La parola porta con sé una leggerezza di suono che sembra mimetica del suo significato: «fantolin’» suona come qualcosa di piccolo, di delicato, di tenero. Le sue sillabe non si impongono: si posano. E poi il gesto: «tende le braccia», tre parole di una semplicità assoluta che descrivono tutto.
L’intera terzina è costruita con una maestria straordinaria: ogni parola è al suo posto esatto, ogni immagine è necessaria e non una di più. «Poi che ’l latte prese» dice il momento appena passato — il bambino ha appena finito di poppare — e «per l’animo che ’nfin di fuori s’infiamma» dice la causa del gesto, il sentimento che trabocca. La struttura temporale è precisa: prima il latte, poi il gesto, e la spiegazione che li unisce. Tre momenti in tre versi, con la perfezione di un piccolo quadro.
Il «fantolino» nella tradizione letteraria: da Dante al Vangelo veneziano
La parola «fantolino» non è un’invenzione dantesca: è attestata nella tradizione letteraria italiana medievale con una certa frequenza, anche se la straordinaria similitudine del Paradiso l’ha resa immortale. Tra le attestazioni più interessanti c’è quella di un volgarizzamento veneziano dei Vangeli del XIV secolo, dove Gesù bambino viene chiamato con questa parola: «Et Ioseph sì ape là lo fantolino Yesù». Il Figlio di Dio nominato «fantolino»: un uso che sarebbe parso irriverente a orecchie moderne, ma che nella sensibilità medievale aveva al contrario una valenza di tenerezza e di vicinanza emotiva al mistero dell’Incarnazione.
Il Medioevo cristiano amava rappresentare il Cristo bambino nella sua umanità più tenera e vulnerabile: il bambino in fasce, il bambino allattato da Maria, il bambino che dorme, il bambino che gioca. Queste rappresentazioni non erano irriverenti ma devozionali: sottolineavano il mistero dell’Incarnazione, il fatto che Dio si era fatto davvero uomo, davvero bambino, davvero fragile e dipendente come ogni neonato. Chiamare Gesù «fantolino» era quindi un atto di fede, prima ancora che di linguaggio: l’affermazione che il Verbo si era fatto carne fino in fondo, fino alla condizione del bambino che non sa ancora parlare.
In questo senso, c’è una connessione teologica sottile tra l’etimologia della parola e il suo uso religioso. L’infante è colui che non parla; il Verbo è la Parola di Dio. Gesù bambino è il Verbo che si fa infante: la Parola che diventa non-parola, l’espressione assoluta di Dio che si riduce al silenzio e alle lacrime di un neonato. «Fantolino Yesù» dice in due parole un paradosso teologico enorme.
Perché «fantolino» è scomparso
Oggi «fantolino» è una parola praticamente fuori dall’uso. Non la si sente in conversazione, non la si trova nei testi contemporanei se non come citazione letteraria o come consapevole recupero stilistico. Al suo posto regnano «bambino» e le sue varianti («bimbo», »bebè», «piccolino»), oltre a forestierismi come «baby» sempre più presenti nel parlato. Come mai «fantolino» è scomparso, mentre parole altrettanto arcaiche sono sopravvissute?
La risposta è complessa e riguarda la storia della lingua italiana nel suo insieme. «Bambino», che ha radici incerte ma probabilmente legate all’onomatopea infantile «bam-bam» (il suono del poppare o del balbettare), si è affermato a partire dal Quattrocento e ha progressivamente soppiantato «fantino», «fante» e «fantolino» nel registro del parlato comune. Anche «infante» è sopravvissuto, ma in un registro più elevato e soprattutto nel linguaggio giuridico («infanzia», «infantile»). «Fante» ha percorso una strada tutta diversa: dal bambino al servitore, poi al soldato di fanteria, perdendo lungo il cammino il suo significato originario.
«Fantolino» è rimasto nella letteratura — soprattutto legato al verso dantesco che lo ha reso immortale — ma non ha trovato la strada per sopravvivere nel parlato quotidiano. È diventato una parola letteraria, cioè una parola che esiste principalmente nella dimensione scritta e colta, che i parlanti riconoscono quando la incontrano nei testi ma che non userebbero mai spontaneamente nella conversazione. Appartiene a quella categoria di parole che la lingua conserva come tesori in un museo: preziose, intatte, non usurate dall’uso quotidiano proprio perché l’uso quotidiano le ha abbandonate.
La parola rara come scelta stilistica
Eppure la desuetudine di «fantolino» è anche la sua ricchezza. I poeti e gli scrittori che la usano oggi sanno di compiere una scelta stilistica precisa: recuperano una parola dalla tradizione letteraria, la portano nel testo con tutto il suo peso storico, le permettono di dialogare con la citazione dantesca che ogni lettore colto ha in mente. Usare «fantolino» oggi non è arcaismo vacuo: è una citazione implicita, un modo di attivare nella memoria del lettore la terzina del Paradiso, di portare nel testo quella dolcezza e quella luce.
In questo senso, la parola desueta ha un potere che la parola d’uso corrente non ha: porta con sé la storia. «Bambino» è neutro, quotidiano, consumato dall’uso. «Fantolino» è carico di secoli: il Paradiso di Dante, il Vangelo veneziano, la tradizione della devozione medievale, l’etimologia del bambino-che-non-parla. Chi la incontra si ferma, ci pensa, la assaggia con l’orecchio della memoria. Ed è già questo fermarsi, questo pensarci, che distingue la buona letteratura dalla scrittura di consumo.
«Fantolino» è una parola che porta in sé un paradosso meraviglioso: nomina colui che non sa ancora parlare. È il linguaggio che si rivolge verso il suo proprio inizio, che cerca le parole per dire ciò che viene prima delle parole. E lo fa con una dolcezza che è già tutta nel suono: fan-to-li-no, quattro sillabe che sembrano una coccola, un vezzeggiativo del cosmo.
Dante l’ha usata nel luogo più alto della sua Commedia, il Paradiso, per descrivere il gesto più basso e più corporeo dell’amore: le braccia di un neonato che si tendono verso la madre dopo il latte. Ha scelto l’infante — il non-parlante — per dire ciò che il linguaggio non riesce a dire da solo, ciò che precede e supera le parole. Ed è in questa scelta che si rivela la grandezza del poeta: non nella parola rara in sé, ma nel sapere che a volte la parola più giusta è quella che indica il silenzio, il gesto, l’amore che «fin di fuori s’infiamma».
Una parola desueta, certo. Ma alcune parole desuete non meritano di restare in un museo: meritano di essere rilette, pronunciate ad alta voce, gustate nel loro suono antico. «Fantolino» è una di queste.
E come fantolin che ’nver’ la mamma
tende le braccia, poi che ’l latte prese,
per l’animo che ’nfin di fuori s’infiamma […]Dante Alighieri, Paradiso, XXIII, 121–123
