Lingua italiana: sai cosa è il “che polivalente”?
Scopriamo assieme in cosa consiste il fenomeno denominato “che polivalente”, tanto diffuso nella lingua italiana colloquiale.

Nella galassia delle particolarità linguistiche dell’italiano contemporaneo, poche sono tanto diffuse e al contempo tanto stigmatizzate quanto il cosiddetto “che polivalente”. Si tratta di un fenomeno che attraversa la nostra lingua parlata quotidianamente, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli, e che rappresenta un caso esemplare della tensione costante tra norma grammaticale prescritta e uso effettivo della lingua italiana.
Che cos’è il che polivalente?
In italiano standard, la congiunzione “che” ha funzioni ben precise e delimitate: introduce frasi subordinate oggettive (“vedo che ti stai comportando bene”), soggettive (“è possibile che io sia in ritardo domani”), dichiarative e relative quando l’antecedente è un soggetto o un complemento oggetto. Tuttavia, nell’italiano parlato colloquiale e di uso medio, si è diffusa la tendenza a estendere massicciamente l’uso di questa congiunzione, trasformandola in un introduttore generico di subordinate che, nella lingua standard, richiederebbero congiunzioni subordinanti semanticamente più precise e specifiche.
Il che polivalente, come suggerisce il nome stesso, è un “che” dalle mille valenze, capace di sostituire “perché”, “affinché”, “quando”, “in cui”, “con cui” e molte altre congiunzioni e pronomi relativi, semplificando drasticamente la sintassi a scapito della precisione semantica. Questo fenomeno viene considerato dagli studiosi un tratto pan-italiano, presente cioè in tutta la penisola, connesso con i più generali processi di ristrutturazione e ristandardizzazione della lingua contemporanea.
Le molteplici facce del che polivalente nella lingua italiana
Le manifestazioni del che polivalente sono numerose e variegate. Può assumere significato esplicativo-consecutivo, come in “vieni che ti pettino” (dove sostituisce “così ti pettino” o “affinché ti pettini”). Può avere valore causale: “vai a dormire che ne hai bisogno” (al posto di “perché ne hai bisogno”). Può introdurre frasi consecutivo-presentative come “io sono una donna tranquilla che sto in casa, lavoro”, dove il “che” ha una funzione quasi descrittiva che non corrisponde a nessuna congiunzione standard specifica.
Particolarmente diffuso è l’uso relativo-temporale, come nella celebre espressione “maledetto il giorno che ti ho incontrato” (invece di “in cui ti ho incontrato”). Può avere funzione finale: “fai in modo che è tutto pronto al mio arrivo” (per “affinché sia tutto pronto”). Esistono poi usi enfatizzanti-esclamativi, come “che sogno che ho fatto!”, e costruzioni pseudorelative del tipo “li vedo che scendono”.
Il ruolo cruciale del modo verbale
Un aspetto fondamentale del che polivalente è la sua associazione preferenziale con il modo indicativo, mentre l’italiano standard in molti di questi contesti richiederebbe il congiuntivo. Questa differenza nel modo verbale segna spesso il confine tra registro colloquiale e registro formale. Si confrontino ad esempio “guarda che non fa sciocchezze” (colloquiale) con “guarda che non faccia sciocchezze” (standard), oppure “mi meraviglio che non ha detto nulla” con “mi meraviglio che non abbia detto nulla”. La prima versione di ciascuna coppia, con l’indicativo, viene immediatamente percepita come più informale, spontanea, tipica del parlato non controllato.
Il che polivalente nelle frasi relative: un caso particolarmente diffuso
Uno degli usi più comuni del che polivalente è nelle frasi relative, dove sostituisce pronomi relativi preceduti da preposizione (“cui”, “il quale” con preposizioni). Così sentiamo spesso dire “ho sentito delle cose che al limite non avevo fatto caso” invece di “cose a cui non avevo fatto caso”, oppure “il paese che sono stato domenica scorsa” al posto di “il paese in cui sono stato”, o ancora “l’amico che stavo parlando un attimo fa” invece di “l’amico con cui stavo parlando”.
In alcuni casi, il che polivalente si accompagna a un pronome clitico di ripresa che sostituisce l’elemento relativizzato: “è una cosa che l’ha detta il ministro” (invece di “che ha detto il ministro”) o “sono cose che uno ne deve parlare” (al posto di “di cui uno deve parlare”). Questa ripresa pronominale ricorre soprattutto quando è relativizzato un oggetto o un beneficiario animato, mentre altri complementi tendono a selezionare il tipo senza ripresa.
Radici storiche: un fenomeno tutt’altro che recente
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il che polivalente non è un’innovazione della lingua contemporanea o un segno di degrado linguistico moderno. Gli studiosi hanno documentato la sua presenza già in italiano antico. Gli usi più antichi sono di tipo relativo-temporale e causale: in quest’ultimo caso, il “che” veniva spesso trattato come aferesi di “perché” e scritto quindi con l’accento (ché).
Basti pensare ai celebri versi danteschi: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”, dove il “ché” ha chiaramente valore causale. Anche Petrarca non disdegnava usi che oggi sarebbero considerati popolari, come il “che” avverbiale in “O che lieve è ingannar chi s’assecura!” o “Vedi che dolcemente i piedi e gli occhi move”.
Fu Pietro Bembo, nelle sue “Prose della volgar lingua” del 1525, a condannare esplicitamente questi usi, raccomandando al loro posto le alternative più ricche di informazione sintattica: i pronomi relativi appropriati e le congiunzioni subordinanti specifiche. L’intervento normativo del Bembo sancì di fatto l’abbandono del che polivalente nella norma dell’italiano colto e scritto.
Tuttavia, le attestazioni del fenomeno persistono lungo tutta la storia della lingua, riemergendo nella letteratura verista e neorealista come marca stilistica di popolarità. Giovanni Verga scriveva “in fondo al cortiletto della straduccia del Nero, che c’era il muro basso”, Cesare Pavese “una soffitta che ci si saliva per la scala grande”, Italo Calvino “libri che lei non se ne fa niente”. In questi casi, il che polivalente non era un errore involontario ma una scelta consapevole per restituire autenticità al parlato popolare.
Stratificazione sociale e stilistica
Il che polivalente compare tanto nelle varietà socialmente basse dell’italiano quanto nelle varietà poco controllate di parlato o scritto, anche di parlanti colti. Questo è un punto cruciale: non si tratta esclusivamente di un fenomeno dell’italiano popolare, ma di una tendenza che attraversa verticalmente la società, manifestandosi soprattutto in situazioni di minor controllo linguistico.
La distribuzione stilistica del fenomeno è tuttavia articolata e dipende dal sottotipo specifico. Alcuni usi, come il “che” relativo-temporale in espressioni cristallizzate (“maledetto il giorno che ti ho incontrato”), godono di una certa accettabilità anche nello standard o nell’italiano medio colloquiale. Altri usi invece costituiscono violazioni più evidenti delle regole sintattiche, vengono esplicitamente stigmatizzati ed esclusi dalla norma grammaticale, caratterizzando decisamente l’enunciato come popolare.
Particolarmente marcato come basso è l’uso del che polivalente come rafforzativo di un’altra congiunzione (“quando che ci vediamo”), uso più diffuso nell’Italia settentrionale ma presente anche in testi antichi. Ancora più marcati sono i casi in cui il valore sintattico del “che” non può essere stabilito con certezza, perché potrebbe trattarsi tanto di subordinazione quanto di coordinazione, come in “prestami la penna che te la do subito”, equivalente a “prestami la penna, te la do subito”.
Conclusione: tra norma e uso
Il che polivalente rappresenta un caso esemplare della natura dinamica e stratificata della lingua. Da un lato abbiamo la norma grammaticale, codificata nei manuali e insegnata nelle scuole, che prescrive l’uso di congiunzioni e pronomi relativi specifici per ciascuna funzione sintattica. Dall’altro abbiamo l’uso effettivo, che tende alla semplificazione e all’economia espressiva, preferendo un unico strumento versatile a una molteplicità di forme specializzate.
Non si tratta semplicemente di condannare o accettare il fenomeno, ma di riconoscerne la complessità e la pervasività. Il che polivalente è parte integrante dell’italiano parlato contemporaneo e, in certi contesti, anche di quello scritto informale. La sfida, per chi insegna o studia la lingua, è aiutare i parlanti a navigare consapevolmente tra i diversi registri, riconoscendo quando il che polivalente è accettabile o addirittura inevitabile, e quando invece la norma standard richiede maggiore precisione sintattica.