La lingua italiana, come ogni lingua, non si ferma. Ogni generazione aggiunge parole al vocabolario comune, alcune delle quali restano per secoli, altre scompaiono nell’arco di un decennio. «Sapiosessuale» è una di quelle parole che sono entrate nell’italiano contemporaneo portate dall’onda dei social media, del lessico identitario anglosassone e di una crescente attenzione pubblica alla diversità delle esperienze affettive e sessuali. Non ha ancora cent’anni di vita — anzi, in italiano ne ha pochissimi — eppure descrive qualcosa che non è affatto nuovo: l’attrazione verso l’intelligenza, il fascino che la mente di una persona esercita come fattore primario del desiderio.
Questo articolo non si propone di giudicare se il termine sia scientificamente fondato o meno, se descriva un orientamento sessuale distinto o una semplice preferenza. Si propone di fare ciò che si fa con qualunque parola interessante: esplorarla. Guardarla da vicino, capire da dove viene, come è costruita, cosa dice di chi la usa, dove si inserisce nella storia del pensiero sull’amore e sul desiderio.
L’etimologia: dal latine, dal greco fino alla lingua italiana
Il termine «sapiosessuale» è un composto ibrido, formato da una radice latina e da un elemento di origine latina con mediazione greca. La prima parte, «sapio-», viene dal latino sapere, che ha un campo semantico ricchissimo: significa «avere sapore», «avere gusto», ma anche «avere senno», «avere giudizio», «esser saggio», «conoscere». Da questa radice vengono in italiano parole come «sapiente», «sapienza», «sapore», «sapere», «saggio» nella forma latinizzante, ma anche il nome della pianta «salvia» (herba salvia, «erba che guarisce», dalla stessa radice).
La radice latina sapere è anche all’origine del nome «Homo sapiens», l’essere che sa, che ha giudizio, che possiede la ragione come caratteristica distintiva dalla specie. Questo dettaglio etimologico non è privo di significato: il «sapiosessuale» è, letteralmente, colui che è attratto dall’Homo sapiens nella sua qualità più specifica, dalla sua capacità di pensare e di sapere.
La seconda parte, «-sessuale», viene dal latino sexualis, derivato da sexus. Nella sua funzione di elemento compositivo contemporaneo, «-sessuale» indica la relazione con l’attrazione o l’orientamento sessuale-affettivo. L’intero composto «sapiosessuale» può quindi essere analizzato come «colui o colei che è attratto/a dalla sapienza», ovvero che sente l’intelligenza come elemento primario del desiderio.
In inglese la parola «sapiosexual» compare per la prima volta — secondo le tracce documentate — intorno al 1998, in un profilo online in cui un utente si autodefiniva con questo termine. La diffusione di massa è però molto più tarda: esplode tra il 2010 e il 2014, quando piattaforme di incontri come OkCupid e poi la stampa generalista cominciano a includerla tra le categorie di orientamento sessuale e affettivo. In italiano il termine arriva con qualche anno di ritardo, seguendo la consueta traiettoria degli anglicismi cultural-identitari.
Cosa significa davvero: la mente come oggetto di desiderio
La definizione più comune di «sapiosessuale» indica una persona che è attratta principalmente o in modo significativo dall’intelligenza altrui, dalla capacità intellettuale, dalla profondità di pensiero. Non si tratta di preferire persone con determinati titoli accademici o con quozienti intellettivi misurabili: si tratta dell’esperienza di trovare eccitante e desiderabile il modo in cui una persona pensa, parla, ragiona, costruisce idee, affronta problemi.
I sapiosessuali — o almeno coloro che si riconoscono in questa etichetta — descrivono spesso l’esperienza di accendersi di fronte a una conversazione profonda, di sentire l’attrazione crescere mentre l’interlocutore sviluppa un argomento complesso, di trovare più affascinante una mente che le caratteristiche fisiche. Non necessariamente in alternativa all’attrazione fisica: spesso in aggiunta, o come suo catalizzatore. La distinzione tra «sapiosessuale» e «semplice preferenza per le persone intelligenti» è labile, e è proprio questa labilità al centro delle discussioni sulla legittimità del termine come categoria.
Nessun termine affettivo-sessuale contemporaneo sfugge al dibattito, e «sapiosessuale» non fa eccezione. Le critiche che gli vengono mosse sono di natura diversa, e vale la pena esaminarle con onestà.
La prima critica è di tipo teorico: «sapiosessuale» non descrive un orientamento sessuale nel senso tecnico e consolidato del termine, ma una preferenza. Un orientamento sessuale riguarda il genere delle persone verso cui si è attratti — persone dello stesso genere, del genere opposto, di qualunque genere — e è una caratteristica relativamente stabile e profonda dell’identità. Una preferenza riguarda le caratteristiche all’interno del genere o dei generi che si trovano attraenti: preferire persone alte, con la barba, con senso dell’umorismo, o appunto con intelligenza spiccata. Molti psicologi e sessuologi sostengono che «sapiosessuale» appartenga alla seconda categoria, e che non sia corretto equipararlo agli orientamenti sessuali veri e propri.
La seconda critica è di tipo sociologico e un po’ più pungente: il termine «sapiosessuale» si presta facilmente a essere usato come veicolo di snobismo intellettuale. Chi si definisce sapiosessuale potrebbe essere qualcuno che semplicemente preferisce i colti agli incolti e usa un termine sofisticato per dirlo, dando alla propria preferenza una patina di identità e di profondità che non le appartiene. Studi condotti sulle persone che si autodefinivano sapiosessuali su piattaforme di incontri hanno mostrato che questa etichetta era associata a un senso di superiorità intellettuale verso gli altri utenti, e che poteva funzionare come una forma di gatekeeping: io mi relaziono solo con chi è abbastanza intelligente per me.
La terza obiezione è più filosofica: «intelligenza» è un concetto sfuggente, culturalmente determinato, difficile da definire con precisione. L’intelligenza di chi? Misurata come? Il quoziente intellettivo, la cultura umanistica, la brillantezza conversazionale, la capacità di risolvere problemi pratici, la creatività artistica, l’intelligenza emotiva? Rivendicare di essere attratti dall’intelligenza senza specificare quale tipo di intelligenza è una affermazione vaga, e rischia di tradursi nell’attrazione verso le persone che pensano come noi, il che è qualcosa di ben diverso.
La tradizione letteraria: l’attrazione intellettuale nella storia
Al di là del dibattito sull’etichetta, l’esperienza che il termine descrive è documentata da secoli nella letteratura, nella filosofia e nella psicologia dell’amore. Non occorre una parola nuova per riconoscere che la dimensione intellettuale del desiderio ha una lunga storia.
Platone nel «Simposio», attraverso la voce di Diotima, descrive l’amore come salita progressiva: dalla bellezza di un corpo bello si sale alla bellezza di tutti i corpi, poi alle anime belle, poi alle attività belle, poi alle conoscenze belle, fino alla Bellezza in sé. L’eros platonico è fondamentalmente un eros rivolto verso ciò che è buono, vero e bello — e l’intelligenza, nella tradizione platonica, è la facoltà che ci avvicina di più a queste realtà. Nella misura in cui ci si innamora dell’anima e del pensiero più che del corpo, il platonismo è la prima grande teoria della sapiosessualità.
In senso più concreto, la tradizione dell’amore cortese medievale valorizza la conversazione, la finezza di spirito, l’eleganza del pensiero come ingredienti fondamentali del desiderio amoroso. La «fine amor» dei trovatori non è attrazione puramente fisica: è ammirazione per la nobiltà d’animo, di cui l’intelligenza e la cultura sono parte essenziale. Stendhal, nell’«Amore», descrive la «cristallizzazione» come il processo per cui la mente dell’innamorato riveste la persona amata di qualità sempre più affascinanti — e tra queste qualità, l’intelligenza occupa sempre un posto privilegiato.
Nella letteratura italiana, la questione affiora continuamente. La Beatrice di Dante non è solo bella: è colei che «li’ occhi miei guarda» con una saggezza che illumina. La Laura di Petrarca è colei che, nella sua eccellenza, trascende la corporeità e diventa figura di perfezione intellettuale e spirituale. Il desiderio verso l’intelligenza non è un’invenzione contemporanea: è un filo che attraversa la storia dell’amore letterario dall’antichità fino a oggi.
La parola nella lingua italiana: come si usa, come si declina
Sul piano strettamente linguistico, «sapiosessuale» entra in italiano come adattamento diretto dell’inglese «sapiosexual» con sostituzione del suffisso –sexual con il suo equivalente italiano –sessuale. La parola è un aggettivo e un sostantivo insieme: si dice «sono sapiosessuale» ma anche «un sapiosessuale». Il plurale segue la flessione regolare: sapiosessuali (invariato per maschile e femminile plurale, secondo il modello degli aggettivi in –ale).
La famiglia lessicale che si sta sviluppando attorno al termine include: «sapiosessualità» (il sostantivo astratto che indica la condizione), «sapiosessualmente» (avverbio, raro), e le varianti grafiche con o senza trattino («sapio-sessuale») che compaiono in alcuni testi ma che non si sono stabilizzate. I dizionari italiani più aggiornati stanno cominciando a registrare il termine, anche se non è ancora presente nei vocabolari tradizionali cartacei.
Una parola nuova per un desiderio che la lingua cercava
Le parole nuove non nascono dal nulla: nascono da esigenze reali di denominazione, da esperienze che esistono già ma non avevano ancora un nome condiviso. «Sapiosessuale» è nata così: non per descrivere qualcosa che non esisteva prima, ma per dare un nome a qualcosa che esisteva da sempre senza un termine specifico nella lingua comune.
Che si tratti di un vero orientamento sessuale o di una preferenza, che il termine sia usato con profondità o come veicolo di snobismo, che sia destinato a durare o a scomparire con la moda che lo ha portato: queste sono domande che solo il tempo e l’uso potranno rispondere. Ciò che è certo è che la parola esiste, che è entrata nell’italiano, e che chi la usa vuole dire qualcosa di preciso: che l’intelligenza può essere un oggetto di desiderio, che il pensiero può essere erotico, che una mente brillante è uno degli spettacoli più belli che il mondo offra.
E su questo ultimo punto, almeno, la lunga tradizione del pensiero sull’amore — da Platone a Petrarca, da Stendhal a Tondelli — non ha mai avuto dubbi.
