Sei qui: Home »

»

Italiano quando usare “piuttosto che” e quando “oppure”?

Italiano quando usare “piuttosto che” e quando “oppure”?

Capita spesso di utilizzare “piuttosto che” con valore disgiuntivo, cioè al posto di “oppure”, ma vediamo cosa dicono le norme dell’italiano:

Italiano quando usare piuttosto che e quando oppure

Tra i fenomeni più discussi dell’italiano contemporaneo vi è l’uso sempre più diffuso di “piuttosto che” nel significato di “oppure”. Quella che per secoli è stata una locuzione comparativa con valore di preferenza viene oggi impiegata, soprattutto nel parlato mediatico e giornalistico, come semplice connettivo disgiuntivo. Il risultato è un mutamento d’uso che non solo contrasta con la tradizione grammaticale, ma rischia anche di generare ambiguità comunicative.

Per comprendere quando usare correttamente “piuttosto che” e quando invece “oppure”, è necessario partire dal valore originario delle due espressioni. Ci aiuteremo col prezioso articolo dell’Accademia della Crusca.

Italiano: il significato tradizionale di “piuttosto che”

“Piuttosto che” è una locuzione con valore comparativo-preferenziale. Esprime una scelta orientata: indica che un’opzione è preferita rispetto a un’altra. La struttura implica una gerarchia tra le alternative.

Ad esempio:

Meglio restare a casa piuttosto che uscire sotto la pioggia.

Andrò in treno piuttosto che in aereo.

In queste frasi, la prima opzione è presentata come preferibile alla seconda. La locuzione conserva dunque una “marca di preferenza” semantica molto precisa. Non si limita a mettere in relazione due possibilità: ne privilegia una.

Se diciamo:

Andremo a Vienna in treno o in aereo,

le due alternative si bilanciano, sono poste sullo stesso piano. Se invece diciamo:

Andremo a Vienna in treno piuttosto che in aereo,

emerge chiaramente una preferenza per il treno.

La differenza non è sottile: è strutturale. “Piuttosto che” non equivale a una semplice “o”, ma implica una comparazione orientata.

Il significato di “oppure”

“Oppure” è una congiunzione disgiuntiva coordinante. Serve a presentare due o più alternative equivalenti, senza indicare alcuna preferenza. È sinonimo di “o” (spesso con una sfumatura lievemente rafforzativa o esplicativa).

Esempi:

Puoi telefonarmi domani oppure scrivermi una mail.

Andremo al mare oppure in montagna.

Qui non vi è alcuna gerarchia tra le opzioni. La scelta resta aperta e neutra.

La “voga” settentrionale e la diffusione mediatica

A partire dagli anni Ottanta, soprattutto in ambienti giovanili del ceto medio-alto torinese e lombardo, si è diffuso un uso innovativo di “piuttosto che” con valore puramente disgiuntivo, cioè equivalente a “oppure”. Questa tendenza, inizialmente circoscritta e probabilmente percepita come elegante o distintiva, è stata rapidamente intercettata e amplificata dai mezzi di comunicazione: radio, televisione, pubblicità.

Non è raro ascoltare frasi come:

Possiamo andare al cinema piuttosto che a teatro piuttosto che a cena fuori.

Si può scegliere un corso di inglese piuttosto che di francese piuttosto che di spagnolo.

In questi casi, “piuttosto che” non esprime alcuna preferenza. È usato come semplice connettivo enumerativo-disgiuntivo. La marca comparativa originaria viene completamente azzerata.

Perché questo uso è problematico?

Il problema non è soltanto di ordine tradizionale o normativo. La questione centrale riguarda la chiarezza comunicativa.

Prendiamo un esempio tratto dalla stampa:

È stupefacente riscontrare quanti italiani popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca della Silicon Valley.

Se “piuttosto che” è interpretato nel suo valore tradizionale, la frase significa che gli italiani affollano le università americane preferendole agli istituti della Silicon Valley. Se invece lo si intende come “oppure”, la frase indica semplicemente due possibili destinazioni. L’ambiguità è evidente.

Ancora più chiaro è il caso di una frase come:

Saranno perseguitati gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri.

Se il lettore o l’ascoltatore interpreta “piuttosto che” nel senso corretto di preferenza, la frase suggerisce che la persecuzione si concentrerà principalmente sulla prima categoria. Se invece lo intende come semplice disgiuntiva, il significato cambia radicalmente.

In ambiti scientifici o giuridici, dove l’univocità del lessico è essenziale, una simile ambiguità potrebbe risultare gravemente fuorviante.

Come si è prodotto lo slittamento semantico?

Un’ipotesi plausibile riguarda una progressiva banalizzazione della locuzione. Consideriamo tre frasi:

Andremo a Vienna in treno o in aereo.

Andremo a Vienna in treno o piuttosto in aereo.

Andremo a Vienna in treno piuttosto che in aereo.

Nel secondo caso, l’avverbio “piuttosto” suggerisce una lieve inclinazione verso la seconda opzione. Nel terzo, la preferenza si orienta verso la prima. È possibile che, nel parlato, la sfumatura comparativa sia stata percepita come secondaria e progressivamente neutralizzata, fino a trasformare “piuttosto che” in un semplice equivalente di “o”.

Una volta avvenuto questo appiattimento semantico, la locuzione ha iniziato a funzionare come un generico connettivo disgiuntivo, spesso ripetuto in serie. E, come è accaduto per “piuttosto che”, potrebbe teoricamente verificarsi lo stesso slittamento anche per “anziché” o “invece che”.

Quando usare correttamente l’una e l’altra forma

Possiamo sintetizzare così:

Usa “piuttosto che” quando vuoi esprimere una preferenza, una scelta orientata, una comparazione tra due opzioni in cui una prevale sull’altra.

Esempio corretto:
Meglio studiare con costanza piuttosto che ridursi all’ultimo momento.

Usa “oppure” (o “o”) quando vuoi presentare alternative equivalenti, senza suggerire alcuna gerarchia.

Esempio corretto:
Puoi scegliere il turno del mattino oppure quello del pomeriggio.

Se nella frase non c’è un’idea di preferenza, “piuttosto che” non è appropriato nell’italiano standard.

Le mode linguistiche nascono, si diffondono e talvolta si consolidano. Non è escluso che, col tempo, l’uso disgiuntivo di “piuttosto che” venga pienamente registrato e accettato dalla norma. La lingua evolve, e la storia mostra molti esempi di slittamenti semantici divenuti poi legittimi.

Tuttavia, allo stato attuale, nell’italiano sorvegliato e scritto formale, l’impiego di “piuttosto che” come sinonimo di “oppure” resta sconsigliabile. Non solo per rispetto della tradizione grammaticale, ma soprattutto per evitare ambiguità che possono compromettere la chiarezza del messaggio.

In conclusione, la differenza è semplice ma fondamentale: “piuttosto che” implica preferenza; “oppure” implica alternativa neutra. Saperli distinguere significa non soltanto scrivere correttamente, ma anche preservare quella precisione semantica che costituisce la vera forza della lingua.