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Dante, l’analisi del verso più scandaloso della Commedia

"Ed elli avea del cul fatto trombetta" è il verso più scandaloso del poema di Dante. Tra ilarità e licenza poetica, ecco l'analisi del discusso verso

“Ed elli avea del cul fatto trombetta”. Del poema di Dante, questo è senza dubbio il verso più scandaloso. Esso ha suscitato una reazione di ripulsa nei paladini dello stile classicistico, i quali non riuscivano a tollerare questo genere di insolenze triviali in un poema di tale densità intellettuale. Come scrive Vittorio Sermonti «il verso, inequivocabile, è uno dei più scandalosamente ilari e famosi della Commedia».

"Tanto gentile e tanto onesta pare" di Dante Alighieri e il concetto di amore puro

“Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante Alighieri e il concetto di amore puro

Sonetto inserito nella Vita Nova, Dante definisce i canoni della corrente poetica del dolce stilnovo. Beatrice viene descritta in termini romantici indimenticabili.

Dante “teppista” della lingua

Qui come in altri luoghi della prima cantica, Dante sembra un teppista della lingua, un antesignano del realismo sporco ( corrente letteraria che avrà un cultore di eccezione nel poeta statunitense del secondo Novecento Charles Bukowski ). Dante – ci ha insegnato Natalino Sapegno – è «un classico senza classicismo». Molti secoli prima della rivoluzione romantica, Dante ci ha insegnato che le vie dell’arte sono infinite e capaci di implicare qualunque referente. Possiamo definire la poesia di Dante l’Editto di Caracalla della letteratura: l’autore estende la cittadinanza poetica a tutti quei temi che non avevano avuto fino a quel momento licenza letteraria, almeno nell’ambito della tradizione illustre.

Dante, il significato del verso "Amor che a nullo amato amar perdona"

Dante, il significato del verso “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”

In occasione del mese dedicato a Dante, analizziamo con lo scrittore Dario Pisano l’origine e il significato dei versi della Divina Commedia.

L’analisi del verso

Il verso sigilla un canto nel cerchio VIII, costituito da dieci fosse ( bolge ) disposte in modo concentrico attorno a un pozzo ( il cerchio IX ). Il passaggio da una bolgia all’altra è assicurato da ponti o scogli che scendono verso il centro. Questa segmento dell’Inferno ospita i barattieri, ossia coloro i quali hanno approfittato della posizione politica, delle cariche pubbliche, per trarne illeciti guadagni.

La pena prevede che questi siano immersi nella pece bollente, impediti a uscirne dai diavoli che li sorvegliano dalle rocce, pronti ad afferrarli e colpirli con i loro uncini. Il senso del contrappasso è il seguente: costoro durante la vita si sono invischiati nella corruzione e adesso sono per l’eternità immersi nella pece, a rischio continuo di venire arpionati e straziati.

I diavoli per Dante

Dante distribuisce i diavoli strategicamente nei diversi luoghi infernali, assegnando loro la funzione di aguzzini e guardiani. Nella porzione narrativa in questione, l’autore apre alla scena un disturbante gruppo di demoni neri chiamati Malebranche, i quali fanno la loro apparizione mentre tormentano un anonimo dannato che tenta di evadere dalla pece. Appena scorgono Virgilio e Dante, si fanno avanti minacciosi, per acquietarsi appena scoprono che il loro viaggio è autorizzato da Dio. Inizialmente, li beffano indicando la strada sbagliata, dopodiché si offrono di condurli fino alla bolgia successiva.

L’explicit del canto ci presenta il capodiavolo attraverso un dettaglio anatomico tra i meno nobili del corpo umano, usato come strumento comunicativo ( vv. 136 – 139 ):

Per l’argine sinistra volta dienno;
ma prima avea ciascuna la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.

Poesia senza limiti

I commentatori – nel corso delle varie epoche – si domandati il senso di una simile audacia espressiva. Preliminarmente, è necessario rammentare che Dante fu allontanato da Firenze proprio con l’accusa di baratteria (il peccato castigato in questa microunità narrativa). Aveva probabilmente ragione il commentatore ottocentesco Niccolò Tommaseo, secondo il quale questa deflagrazione grottesca è «la vendetta derisoria che Dante rivolge ai suoi accusatori, ridicolizzandone l’accusa che si pretende seria».

In conclusione: Dante dimostra in questo verso che per lui non esistono limiti alla poetabilità del reale. Di conseguenza, egli adopera disinvoltamente materiali lessicali che – nella tradizione successiva – verranno risospinti nel limbo della impoeticità.

Dario Pisano

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